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Varese | 26 ottobre 2020, 15:03

VIDEO. Vito e la partita della vita con il Covid in un video e in queste parole: «Mi sono risvegliato perché avevo ancora delle cose da fare»

Vito Romaniello ha scelto le immagini più belle di Varese per raccontare con semplicità e forza la sua partita della vita contro il Covid in questo filmato. «Non buia e vuota di sera ma bella e illuminata dal sole: mentre ero in coma immaginavo così la mia città durante il lockdown»

VIDEO. Vito e la partita della vita con il Covid in un video e in queste parole: «Mi sono risvegliato perché avevo ancora delle cose da fare»

Il lago di Varese, i cigni, la funicolare, Ville Ponti, i Giardini Estensi, il Sacro Monte, il monumento a Borghi fuori dalla stadio Franco Ossola e poi, d'un tratto, le ambulanze, le immagini di Vito Romaniello in un letto della terapia intensiva del Circolo, le parole degli angeli che lo hanno riattaccato alla vita, dal dottor Massimo Raso, anestesista, rianimatore e intensivista del Circolo, al professore di anestesiologia Paolo Severgnini e a Sandro Noto, medico chirurgo pneumologo che l'ha seguito alla clinica Le Terrazze.

«Il lockdown, in quei giorni di coma, lo immaginavo così - dice oggi Vito spiegando il video che racchiude sotto una luce nuova la "partita della vita" contro il Covid - la città deserta ma non tetra. Dalla finestra del Circolo si vedeva solo il cielo azzurro ma, sotto quel cielo, Varese era sicuramente luminosa, splendida e abbagliante con le sue bellezze che, nel vuoto, risplendono ancora di più». 

La storia di Vito, raccontata nel video da chi gli è stato accanto, scorre quasi in sottofondo davanti ai panorami della città: c'è spazio solo per la realtà di una partita che non è certo quella di chi è a casa con la febbre e magari annuncia di avere il Covid sui social, ma è una sfida dura, lunga, prima persa, poi pareggiata in extremis e infine vinta ai supplementari.

Ed è accompagnata anche da un piccolo diario di quei giorni, che vi proponiamo: «Sono i miei appunti di quando volevo solo tornare a fare le cose che avevo sempre fatto, ma a cui prima non davo peso. La semplicità dei piccoli gesti e dei rapporti quotidiani, fare la spesa con i miei, mettermi a casa insieme a mia figlia che vuole imparare a cucinare. Ora apprezzo queste cose: non vorrei essere il Vito di prima ma una persona un po' diversa, spero migliore». 

La partita della vita
di Vito Romaniello

Sardegna, 3 Febbraio 2020, a Sassari e Alghero per girare alcune interviste storico-sportive. Accompagnato da un paio di amici.

13 febbraio 2020, a Sassuolo per incontrare il centravanti Ciccio Caputo. È bello girare l'Italia e parlare di sport, territorio, prodotti tipici. Anche troppo.

10 marzo 2020, passa meno di un mese e lo scenario è completamente diverso: un letto di ospedale nella Terapia Intensiva dell'ospedale di Varese. Di fronte c’è un avversario scorretto e bastardo, che si traveste da raffreddore, aggira le tue difese e colpisce i polmoni. Si chiama Covid 19 e mi ha appena trafitto.

La squadra è generosa e preparata, forte e determinata. Oss, infermieri, medici e anestesisti combattono per bloccare il virus. Quindici giorni di coma farmacologico e poi il risveglio. Il risultato è riacciuffato. Sembrano buone le probabilità di riuscire a spuntarla. Il nemico non demorde, anzi.

Subentra una polmonite, funziona un quarto del polmone sinistro, intubato una seconda volta. Il virus ha di nuovo la meglio. Tutti si battono per evitare la tracheotomia, farmi respirare con una cannula infilata direttamente in gola. Nel mondo dei sogni in cui ho trovato rifugio mi rendo conto per la prima volta di essere in ospedale. E non sono solo. Le preghiere di chi mi vuole bene, i pensieri di parenti, amici, colleghi… in quella fase REM sento il loro sostegno.

Mi devo svegliare. Ho ancora troppe cose da fare. Riapro gli occhi, un colpo di reni quando tutto sembra ormai perduto. Il risultato è nuovamente in equilibrio.

Una settimana di osservazione sempre in Terapia Intensiva, stavolta la difesa regge. Posso essere trasferito in Pneumologia e cominciare la riabilitazione. La partita è vinta.

Sento un fastidio sul petto, dove avevo attaccati i cateteri, vorrei grattarmi. Non riesco a muovere le braccia. Chiedo aiuto, le parole non escono. Vorrei farmi sentire, non ho fiato. Il bisbiglio è incomprensibile. Arrivano in due per girarmi sull’altro fianco, da solo non riesco neppure a spostarmi nel letto. Con la testa sono in piedi, in realtà non sollevo neanche un dito.

Quattro settimane di piccoli movimenti prima del trasferimento in un’altra clinica, a Cunardo, in provincia di Varese, campo nuovo, partita vecchia. Mi faccio accompagnare alla finestra della stanza, al secondo piano. Riesco a vedere sulla strada la mia famiglia. Sono passati più di due mesi da quando l’ambulanza mi ha portato via. Vorrei abbracciare mia moglie Daniela, stringere forte i miei ragazzi Luca e Simona, non è possibile. Sento una fiammata in petto, un brivido lungo la schiena. Avverto una carica improvvisa e potente.

Stando al protocollo occorrono quattro settimane di fisioterapia per potermi muovere in maniera autonoma. Troppe. Dieci giorni per alzarmi, passare dalla sedia a rotelle al girello, dalle stampelle al bastone.

Il 4 giugno esco con le mie gambe da quella porta. Si torna a casa.


Andrea Confalonieri

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