Metti un sabato a pranzo alla "Vecchia Riva" con il Varese che "strappava il cuore" a un'intera città di nuovo unito, come lo è sempre stato e lo sarà per sempre. In campo a Masnago come oggi attorno ai tavoli della Schiranna, tra gli applausi per la maglia con il numero 300 consegnata da Massimo Foghinazzi - membro del cda del club biancorosso - a Beppe Marotta per le 300 presenze da dirigente a Varese, quella numero 28 donata a Chicco Prato per i 28 rigori piazzati nel sacco dal centrocampista "killer" (record imbattuto e imbattibile) e quella con la scritta "Viva il Cumenda" destinata a Guido Borghi, dal lago è arrivato un battito di gloria e l'anelito alla grandeur da parte di chi lo è sempre stato. Più di trenta "giganti" biancorossi degli Anni Settanta e Ottanta, insieme ad Anna e Gianluca, moglie e figlio dell'indimenticabile Pietruzzu Anastasi, hanno risposto all'iniziativa di Pierantonio Ravasi e Claudio Dania, instancabili assi di reunion come questa in tutta Italia che aiuta il Varese a restare quello che fu e che un giorno, prima o poi, tornerà ad essere. Anche il sindaco Davide Galimberti ha voluto omaggiare chi ha scritto pagine memorabili del calcio cittadino, mentre ha commosso tutti la presenza dell'ex portiere Lamberto Boranga, classe 1942, capace di macinare mille chilometri in un giorno per riabbracciare gli ex compagni. Questo è invece il nostro omaggio firmato da Mario Chiodetti al Varese che faceva sognare la città nel giorno in cui un pezzetto di quella storia si è ritrovata, rendendo più che mai vive le radici di un club senza eguali.
Al “Franco Ossola” si andava con il cuscino del Varese, metà bianco e metà rosso alla fine sbiadito, con negli angoli la gomma piuma giallina che si faceva vedere come un occhio curioso. In curva naturalmente, o nei distinti quando papà non poteva e mi “slanzava via” l’abbonamento e mi sembrava di essere a San Siro.
Da Pozzo, Sogliano, Maroso, Dellagiovanna, Cresci, Picchi, Leonardi, Tamborini, Anastasi, Mereghetti, Vastola, in quella leggendaria stagione 1967/’68 del 5 a 0 alla Juventus di Heriberto che non potei vedere perché avevo l’influenza, e il ricordo delle giornate di vento e di pioggia, con la nebbiolina che velava il Campo dei Fiori, ma lo stadio era un cuore che batteva all’unisono e non c’era maltempo che tenesse, si tifava e basta, e a volte ritornavo a casa in bicicletta “tutt maseraa”.
Se il pensiero va a quegli anni meravigliosi, di una Varese sportiva forse irripetibile, la serie A, l’Ignis del basket che vinceva ovunque, la Tre Valli che presentava campioni, il Giro d’Italia in transito in città con la carovana a dispensare cappellini e fotografie, sembra quasi di aver vissuto in una favola, amplificata dalla spensieratezza dell’infanzia e dell’adolescenza.
Era il calcio delle radioline incollate all’orecchio, dei giocatori intervistati a casa con la mamma e la fidanzata, dei campetti dietro casa con le porte squinternate e l’erba spelacchiata, del pallone di cuoio pesante color castagna, dello scambio di figurine usciti di scuola, tu hai le Panini io le Mira.
E proprio nell’album Mira (“Prendi Mira e Mira giusto”) di quella stagione ’67-’68 leggo oggi la descrizione di quello storico Varese. Sede: Casa dell’atleta Ignis, Comerio – Varese, telefono 42.331-2-3. Campo: Stadio “Franco Ossola” (n. 107x66) 26.000 spettatori. Allenatore: Bruno Arcari. Colori sociali: maglia biancorossa; calzoncini bianchi; calzettoni rossi. Presidente: Giovanni Borghi. Segretario: Alfredo Casati. Tutto sapeva di genuino, di casa, la città viveva con la squadra, non perdevo un allenamento al campo di Giubiano, con mio nonno che alla fine approcciava i giocatori con in mano la loro figurina da far autografare per il mio album, io non ce l’avrei mai fatta, a otto anni ero timidissimo e Anastasi mi sembrava quasi una divinità.
Giravano le fotografie dei calciatori al Bel Sit di Comerio con il patron Borghi e il giovane figlio Guido, in festa dopo una vittoria, il Varese era una fede e per la maglia biancorossa si abbandonava anche la passione per la squadra fino ad allora del cuore, nel caso la Juventus bastonata a Masnago.
Allo stadio ci sono andato fino alla storica cavalcata verso la serie A del Varese di Fascetti, Colantuoni e Marotta, campionato 1981/’82, in porta un giovanissimo Michelangelo Rampulla, a centrocampo il genietto Mastalli e il “poeta” Facchini da Calenzano con i calzettoni alla caviglia, nel “casino organizzato” dell’Eugenio che vedeva in difesa Arrighi e Vincenzi, poi titolare dell’Agip dell’ingresso autostrada, la spinta di Bruno Limido, Turchetta, Salvadè e Di Giovanni, e i gol di Auteri, lungo e fatale. Invidiavo parecchio l’amico Franco, più viveur di me, che girava per i locali e più volte aveva incontrato l’Ennio, così ormai chiamava Mastalli, disquisendo con lui del più e del meno.
Era un Varese che strappava il cuore, viscerale, compagno dei miei vent’anni e del tifo scatenato che facevo, insultando gli arbitri e i giocatori avversari, vedevo il presidente Colantuoni a bordo campo sulla pista ciclistica e Fascetti che si agitava davanti alla panchina e mi sembrava di far parte di quella famiglia biancorossa, uniti fino alla morte. Perciò la delusione dopo il furto subito con la Lazio fu abissale, e da allora giurai di non andare più allo stadio, avrei sofferto troppo. La stagione precedente, in realtà andavo in estasi per le reti fantasmagoriche di Ascagni Tiziano di Voghera, un funambolo che la metteva dove voleva, nel Varese in C del 1979/’80 promosso in B, già fascettiano, con Martina in porta che le prendeva tutte e Salvi a pennellare le punizioni. Un calciatore, Ascagni, che avrebbe meritato una vetrina più luccicante della B, ma già quel Varese era il prototipo di quello successivo, con talenti come Braghin, Turchetta, Mauti, Luca Pellegrini e Limido pronti a dare il massimo.
I ricordi affiorano piano piano, ecco il berrettone con ponpon di Maroso in panchina, Bettega e Marini in maglia biancorossa, Mazzola e Anastasi sottobraccio verso gli spogliatoi, il giovane Marotta con un impermeabile alla tenente Colombo, il dottor Mario Ceriani medico sportivo con la borsa di cuoio, perfino il borsalino del Giuan Borghi, incappottato a bordo campo in uno spigatone siberiano e il Mario Broggini dietro la porta con la Nikon pronta a scattare. Frustoli di un Varese scomparso e indimenticabile, di una città dentro uno stadio con la fila di tifosi in marcia verso Masnago a piedi dal centro città, con cori, bandiere e striscioni.
Un altro mondo, che molti giocatori di allora ci hanno voluto ancora una volta ricordare con la rimpatriata della Schiranna, quaranta e passa anni dopo, perché la fede non si rinnega e quando si è stati squadra lo si è per sempre, come nei matrimoni, nella buona e nella cattiva sorte.














