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Diario di Bordo | 16 agosto 2026, 08:00

DIARIO DI BORDO. Ultima fermata Biegno: trenta chilometri dentro la Val Veddasca, ai confini di un mondo cambiato

FOTO. Ci sono viaggi in cui la destinazione è un pretesto: quello lungo la linea V152 di Autolinee Varesine è uno di questi. Traghettati da un "Caronte" e accompagnati da un "Virgilio", siamo partiti da Luino per arrivare fin dove la Svizzera ti fa "cucù" dietro a una curva, per raccontare quello che è ben più di un servizio pubblico: è un itinerario attraverso la storia, è un pieno di bellezza e libertà, è un "libro" sulle persone, è un suggerimento per il futuro...

Ci sono viaggi in cui la destinazione è il motivo per cui si parte. E poi ce ne sono altri in cui la destinazione è quasi un pretesto, perché ciò che conta davvero è tutto quello che succede prima di arrivarci.

Quello da Luino a Biegno, ultima frazione della Val Veddasca prima che l'Italia lasci spazio alla Svizzera, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Una trentina di chilometri, due soli Comuni attraversati, Luino e Maccagno con Pino e Veddasca. Il lago che per la prima parte del viaggio rimane accanto al finestrino, poi una strada che comincia ad arrampicarsi e sembra non voler smettere più. Veddo, Campagnano, Piantonazzo, Caviggia, San Rocco, Garabiolo, Cadero, Graglio, Armio, Lozzo. E infine Biegno, a circa 900 metri di quota, con il Ticino praticamente dietro l'angolo.

Noi l'abbiamo percorsa tutta, questa strada. In autobus. Siamo partiti da Luino, siamo arrivati fino al capolinea di Biegno e siamo tornati indietro fino a Luino.

A condurci Luca Colombo, autista di Autolinee Varesine, uno che, da queste parti, è di casa: vive a Maccagno e su questi tornanti sembra esserci nato. Se Luca è Caronte, Ercole Giannuzzi, responsabile della sede luinese dell’azienda, è il nostro Virgilio. È lui a narrarci non soltanto che cosa significhi garantire ogni giorno un servizio pubblico in una valle così particolare, ma anche ciò che questa linea ha rappresentato e rappresenta per un territorio intero.

La piccola bomboniera

La storia viene da lontano. Addirittura da più di un secolo fa. Il trasporto pubblico locale da queste parti affonda le sue radici nel 1922, quando Attilio Baldioli iniziò l'attività con il primo mezzo, in un'epoca in cui l'autobus aveva una funzione molto diversa da quella odierna: bisognava portare a valle i tanti abitanti delle frazioni, accompagnare gli operai verso le fabbriche e gli studenti verso le scuole.

Era un altro Luinese. Ed era un'altra Veddasca.

Oggi la V152 è una delle 28 linee extraurbane gestite da Autolinee Varesine. Il suo asse principale collega Luino a Maccagno, per poi dividersi: una diramazione prosegue lungo il Verbano verso Pino e la dogana di Zenna, l'altra lascia progressivamente il lago e sale attraverso tutta la valle fino a sfiorare il valico di Indemini.

È una delle tratte più lunghe della rete: circa 30 chilometri da Luino al capolinea, nonostante, appunto, i territori comunali attraversati siano soltanto due. E conserva una caratteristica che spiega perfettamente quanto il trasporto pubblico sia ancora legato alle abitudini di questa terra: il mercoledì le corse aumentano, perché il mercoledì a Luino è giorno di mercato. Quello storico, quello tratteggiato impagabilmente dalla penna di Piero Chiara, quello capace ancora oggi di richiamare persone da tutto il territorio e dall'altra parte del confine.

Prima ancora di partire, però, c'è la sede di Luino di Autolinee Varesine da scoprire. Giannuzzi la chiama “la piccola bomboniera”. Una ventina di persone, un ambiente in cui tutti si conoscono, in cui i rapporti di lavoro diventano prima di tutto rapporti umani e nel quale l'attività quotidiana va ben oltre le corse di linea: ci sono i noleggi, i servizi scolastici, quelli per la Scuola Europea, le gite, l’organizzazione dei mezzi e soprattutto quella degli uomini. Perché guidare un autobus non significa soltanto sedersi al volante: su percorsi come questo bisogna conoscere la strada, i punti critici, le condizioni meteorologiche, il traffico e persino la fatica mentale che una determinata corsa può comportare. Anche i turni vengono costruiti pensando a questo.

E basta partire per capire perché.

Lasciamo Luino e per qualche chilometro il viaggio sembra quasi normale. Poi arriva Colmegna. L'«imbuto di Colmegna», anzi, uno di quei punti in cui si comprende immediatamente che alle latitudini di questo racconto guidare un pullman è un mestiere diverso: spazi ridotti, edifici a ridosso della carreggiata, automobili, curve.

Il lago, per i primi venti minuti, è un compagno di viaggio fedele, con il suo blu intenso che nei pressi della riva si sfuma a tratti nel verde. Non ti abbandona mai per davvero: lo perdi dietro a una casa, lo ritrovi subito.

Superato l’imbuto, si arriva a Maccagno. E da lì comincia un’altra storia. La strada sale e non molla più. Veddo, Piantonazzo, Caviggia, Campagnano. I paesi compaiono uno dopo l’altro, aggrappandosi in piccoli nuclei al piano inclinato. Il lago intanto prende a giocare a nascondino, scompare dietro a una curva e ricompare dopo quella successiva, regalandoti - quando lo scovi - uno spettacolo mirabile come quello che si ammira a San Rocco, uno dei punti panoramici più impressionanti dell'intero percorso. Da qui partono anche le strade verso il Lago Delio e il passo della Forcora, ma soprattutto da qui, nelle giornate giuste, lo sguardo può correre da nord a sud, ad accarezzare quasi l’intero bacino.

Ercole lo sa bene e ci concede il lusso di una foto. Poi la butta lì, orgoglioso: «Altro che trenino del Bernina…». Chiediamo ragione: «Una battuta, ma fino a un certo punto. Questa linea attraversa paesaggi straordinari: il lago, i boschi, le pinete, i pascoli e i piccoli borghi. Restando comodamente seduti sul pullman si possono ammirare scorci unici… Io la immagino allora come una proposta turistica: si parte da Luino alle 7.55, si sale in Val Veddasca, si fa una passeggiata, si pranza con un panino o in uno dei ristoranti della zona e poi si torna con la corsa delle 13.25. È un modo semplice e bello per scoprire questo territorio senza prendere l'automobile».

Questione di mestiere

Basterebbe guardare fuori per dargli ragione. Noi possiamo farlo, Luca Colombo no. Per lui ogni curva è un calcolo: dove mettere il muso del mezzo, quanto allargare, quando aspettare, quando passare.

Ci sono punti nei quali l'incrocio con un altro veicolo obbliga a fermarsi. Altri in cui, se qualcosa va storto, bisogna sapere utilizzare la retromarcia: ci sono passaggi in cui fare arretrare un autobus non è un'eventualità teorica.

Eppure Luca fa sembrare tutto normale. Non ha fretta. Quando può, lascia passare chi arriva dietro. Non è soltanto cortesia: è mestiere. Evita di creare code, impedisce che gli automobilisti si innervosiscano e soprattutto si garantisce maggiore libertà quando ha bisogno di tutta la strada per fare manovra.

La parte più impegnativa della salita è quella iniziale, dove si sommano traffico, pedoni e ciclisti. Più avanti, dopo Graglio, la carreggiata concede qualche respiro in più e persino il motore sembra poter lavorare con maggiore regolarità.

Anche se qui il concetto di orario assume inevitabilmente una sfumatura diversa. Non perché non conti: conta eccome. Ma una macchina incontrata nel punto sbagliato, una manovra, un ciclista, un animale possono cambiare tutto in pochi secondi.

La montagna, del resto, non appartiene soltanto agli uomini.

«Lungo questa linea gli animali sono una presenza costante, soprattutto al mattino presto e alla sera. Si incontrano cinghiali, cervi, daini e tassi, ma i protagonisti sono sicuramente i cinghiali spiega Giannuzzi. Visti da dietro il vetro possono regalare persino una scena da cartolina: «Quando osservi la mamma seguita dai piccoli sono anche belli da vedere. Quando invece ti sbucano all'improvviso dietro una curva, allora la situazione cambia e bisogna stare molto attenti».

Negli ultimi anni è aumentata anche un'altra presenza: quella dei ciclisti. La Veddasca è perfetta per loro. Poco traffico, verde, ombra, salite vere e discese altrettanto vere. Ed è proprio lì che nasce il problema: «Qualcuno affronta la discesa a velocità elevate e, con le cuffiette nelle orecchie, a volte non sente arrivare autobus o automobili. Gli incroci possono diventare delicati». Ancora una volta, per chi sta al volante la parola d'ordine è anticipare.

Più saliamo e più cambia anche l’aria. Tra Luino e la parte alta della valle ci sono normalmente circa quattro gradi di differenza. La quota arriva attorno agli 800-900 metri e d'inverno significa neve, ghiaccio, strade da controllare e un rapporto continuo con chi vive sul territorio.

Ma da queste parte, spiega ancora Giannuzzi, il legame tra cittadini e istituzioni conserva ancora una dimensione quasi immediata. Se cade una pianta, qualcuno chiama. Si muove il Comune, si attivano la Protezione civile o i Vigili del fuoco. In una comunità piccola, la distanza tra il problema e chi deve risolverlo è molto più corta.

Saliamo ancora.

Garabiolo. Cadero. Graglio. Armio. Lozzo. La strada continua. I paesi diventano sempre più piccoli e il traffico sempre più rarefatto.

Poi arriva Biegno. Il capolinea.

Siamo a poche centinaia di metri dalla Svizzera: circa 400 metri dalla dogana, ci viene spiegato durante il viaggio. Poco oltre c'è Indemini e comincia un altro Paese.

La "sciura" che scende al mercato 

Scendiamo dal pullman. Per qualche minuto sembra davvero di essere arrivati alla fine di qualcosa. Non soltanto della linea. Qui la distanza da Luino non si misura semplicemente in chilometri: si misura nei tornanti fatti, nei boschi attraversati, nei paesi lasciati alle spalle. E si misura anche nelle persone. Perché questa è una linea che racconta, forse più di qualunque statistica, lo spopolamento della montagna.

Quando ripartiamo - stessa strada, direzione opposta - facciamo mente locale: un passeggero salito alla stazione di Luino, poi il deserto lungo tutta la salita…

In discesa le cose iniziano a cambiare: sale il primo passeggero, poi, a Lozzo, ecco anche una signora diretta al mercato di Luino.

La sciura parla praticamente solo dialetto e allora si capisce un'altra cosa: su una linea del genere l'autista non guida soltanto. Luca dà informazioni, risponde alle domande, aiuta, consiglia, vende i biglietti. Conosce le fermate ma, soprattutto, conosce le persone e le loro abitudini.

Il nostro nastro si riavvolge a poco a poco, fino a quando a Maccagno il pullman comincia a riempirsi per davvero. La montagna lascia lentamente spazio al lago, la densità abitativa cresce, aumentano gli spostamenti. È quasi una rappresentazione plastica del territorio: più ci si avvicina al fondovalle, più la vita torna a concentrarsi.

La valle che si svuota è uno dei grandi cambiamenti che Giannuzzi ha visto avvenire nel Luinese. Le fabbriche che un tempo assorbivano lavoratori non hanno più il peso di allora. Oggi rimane il frontalierato, decisivo per l’economia locale, con la Svizzera a fare cucù dietro a una curva o in fondo al lago. E poi il turismo, le seconde case e un giorno - chissà - un pullman che diventerà come il trenino del Bernina…

Perché l'idea, alla fine, non è per nulla strampalata. Non si tratta di trasformare la V152 in qualcosa che non è: resta innanzitutto un servizio pubblico, fondamentale per chi ancora abita nelle frazioni. Ma perché non raccontare la sua magia anche a chi arriva da fuori?

La libertà

Maccagno resta alle spalle. Il Verbano torna a prendersi il finestrino. Poi Colmegna, di nuovo il suo imbuto, e infine Luino.

Il nostro viaggio finisce esattamente dove era cominciato. Solo che la linea, adesso, ci sembra diversa. Prima era un numero e il confine del nostro impero.  Adesso dentro quel numero ci sono Luca che allarga una curva di pochi centimetri alla volta, la signora che scende al mercato, i cinghiali dietro una curva, il sole che può apparire sopra le nuvole mentre sul lago c'è la foschia, paesi bellissimi e sempre meno abitati, il confine a quattrocento metri, una sede di Autolinee Varesine che Ercole chiama affettuosamente «una piccola bomboniera» e una storia cominciata più di cent'anni fa per portare a valle operai e studenti e che oggi cerca di rispondere alle esigenze di un territorio completamente cambiato.

E c'è soprattutto la Val Veddasca. Una valle in cui, dice il nostro Virgilio, «hai una libertà, una tranquillità e una serenità che in città ci sogniamo».

Forse alla fine è proprio questo che racconta meglio di tutto la V152.

Fabio Gandini e Andrea Confalonieri

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