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Varese | 07 maggio 2026, 16:13

La Banda delle Uno Bianca a Belve, il Siap di Varese non ci sta: «Sdegno per chi lavora nelle forze dell'ordine e per i parenti delle vittime»

Il sindacato della polizia di Stato contro il programma di Rai 2 "Belve Crime", che martedì ha mandato in onda un'intervista a Roberto Savi, considerato il capo del gruppo criminale che tra gli anni Ottanta e Novanta seminò terrore e morte. La segreteria provinciale: «Da appartenenti alle Forze dell’Ordine, e da rappresentanti di tanti colleghi che ogni giorno servono lo Stato con sacrificio e dignità, non possiamo nascondere sdegno e amarezza. Le vittime della Uno Bianca meritano memoria, rispetto e verità. Non la trasformazione dei loro carnefici in fenomeni televisivi»

Roberto Savi e Francesca Fagnani

Roberto Savi e Francesca Fagnani

Il sindacato della polizia di Stato contro il programma di Rai 2 "Belve Crime", che martedì ha mandato in onda un'intervista della giornalista Francesca Fagnani a Roberto Savi, considerato il capo del gruppo criminale che tra gli anni Ottanta e Novanta seminò terrore e morte. Pubblichiamo di seguito l'intervento a riguardo della segreteria provinciale del Siap, il Sindacato Italiano Appartenenti Polizia:

«La messa in onda dell’intervista a uno dei responsabili della strage della Banda della Uno Bianca impone una riflessione seria sul ruolo del servizio pubblico e sul confine tra informazione e spettacolarizzazione del male. Da appartenenti alle Forze dell’Ordine, e da rappresentanti di tanti colleghi che ogni giorno servono lo Stato con sacrificio e dignità, non possiamo nascondere sdegno e amarezza nel vedere concessa ampia ribalta mediatica a un soggetto che, ancora oggi, non ha mostrato alcun autentico segno di pentimento umano o morale». 

«Dietro quella freddezza agghiacciante non vi era alcuna elaborazione del male compiuto, ma soltanto il peso insopportabile delle ferite inflitte a famiglie, cittadini innocenti e servitori dello Stato barbaramente assassinati. Le vittime della Uno Bianca meritano memoria, rispetto e verità. Non la trasformazione dei loro carnefici in fenomeni televisivi. Al tempo stesso, non possono essere ignorati alcuni passaggi inquietanti emersi nel corso dell’intervista: riferimenti ambigui, allusioni e ombre che richiederebbero approfondimenti rigorosi e non suggestioni lasciate sospese per esigenze di audience. Il servizio pubblico dovrebbe avere il dovere morale di mettere al centro le vittime, non l’eco mediatica dei carnefici».

Redazione

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