Non vola una mosca quando parlano gli alpini. Nel locale di Spazio Amico, a Sant'Edoardo, tutti ascoltano i racconti delle penne nere, quelli tramandati, lezioni di vita che fanno anche affiorare un sospiro: «Non finisce mai». Il riferimento è alla guerra, che sembra perpetua, dilaniando anche terre che già la patirono: quanto dista Nikolaevka dall'Ucraina? Poco, pochissimo.
Ma a Busto Arsizio questo incontro speciale ha portato anche tutto il coraggio, l'orgoglio, la capacità di arrivare sempre in aiuto di ogni emergenza e di provare a seminare la pace nelle missioni successive ai due conflitti mondiali. A parlare sono il presidente di Ana Varese, il bustocco Franco Montalto («Che bella tanta partecipazione per parlare degli alpini e con gli alpini», il capogruppo di Busto Mauro Airaghi e il vicepresidente nazionale Severino Bassanese, accanto a don Giorgio Zordan.
Ecco che allora si spiega come nascono gli alpini, per difendere, non per attaccare, ai confini montani. Con simpatiche sorprese per molti, perché la storia inizia a Napoli, che non è proprio luogo di montagna, e si affronta poi la battaglia di Adua, quindi in Africa che ugualmente non è terra caratterizzata dalla presenza delle vette. E ancora il mitico cappello, ciascuno che racconta un'identità e un percorso di vita, lo spirito di corpo, gli amici muli («Come Iroso, l'ultimo, che ha vissuto fino a quarant'anni e fu anche decorato» racconta Airaghi).
Si ripercorrono le battaglie più importanti, non certo per celebrarle ma per trasmettere l'umanità profonda di uomini e truppe che non si arresero alla crudeltà della guerra, che non riuscivano nemmeno a tagliare il pane gelato con il coltello e lo sussurravano alle famiglie a casa anelando una lettera e un abbraccio. La ritirata dalla Russia rompendo l'accerchiamento che sembrava fatale, ma con perdite terribili, oltre le 40mila, i racconti affidati da Aldo Ferrazzi in città e scolpiti nella memoria, il volto di don Gnocchi che in seguito si prenderà cura dei mutilatini e di tutti gli innocenti, dentro di sé quel motto che risuona «Per non dimenticare».
Eppure, «non ci hanno insegnato niente le guerre» si sussurra. Con tristezza, ma non resa appunto, perché non è nel loro spirito. Gli alpini, fedeli a se stessi, non si fermano: oggi non si tirano mai indietro di fronte alla prospettiva di aiutare le popolazioni in emergenze come terremoti (di quello del Friuli ricorre il cinquantesimo e si evoca l'immagine del ministro Zamberletti) o alluvioni e alle missioni di pace «per evitare conseguenze ulteriori alle popolazioni divise». L'associazione è nata come mutuo soccorso, la solidarietà un suo cardine. Lo dimostra anche nei bisogni silenziosi e pressanti di città come Busto: pronti a preparare da mangiare ai clochard.



















