Ha rilasciato diverse interviste, dopo quella a Giacomo Poretti (LEGGI QUI), ma don Alberto Ravagnani oggi ha deciso di parlare direttamente, sul suo canale YouTube per spiegare la scelta di lasciare il sacerdozio. Lunedì 9 a Milano presenterà il suo libro intitolato proprio "La Scelta": alla galleria Feltrinelli di piazza Piemonte alle 18.30.
«Ciao a tutti, mi chiamo don Alberto Ravagnani» inizia l'ex coadiutore di San Michele a Busto Arsizio, poi trasferito a Milano. E aggiunge: «Sono un prete, ma ho scelto di lasciare il ministero». Ricostruisce la sua vita, l'ingresso in seminario giovanissimo, «con i genitori contro, una paura matta di perdere gli amici, ma Dio mi aveva cambiato la vita e quindi non potevo che fare altro di dare la vita a lui». Non ha mai dubbi in grado di metterlo in crisi, «ero straconvinto, volevo essere santo, perfetto come San Francesco o San Giovanni Bosco». Il giorno dell'ordinazione, quindi va a San Michele, «ero prete ma lì lo sono diventato effettivamente, sono diventato il padre di tanti ragazzi...». La svolta già nota con il Covid, il lockdown, quei video per comunicare ai ragazzi, di Busto come di tutt'Italia, che diventato virali: «Quello che è successo in quegli anni mi ha reso quello che sono ora. Divento popolare improvvisamente, vivo esperienze fantastiche ma mi chiedo, come posso vivere tutto questo dentro il mio oratorio, il mio ministero?». Ecco perché crea un laboratorio di comunicazione e viene riempito di messaggi, lettere, mail.
«Realizzo che non sono più un prete di una parrocchia di Busto Arsizio e decido di fare una cosa diversa, fondo una community, non un movimento - precisa - ma qualcosa di nuovo, fatto dalla Gen Z, la generazione del Covid che vivono e vedono una Chiesa diversa rispetto a me, i loro genitori, i vescovi, il Papa. Nasce Fraternità, per come un figlio: sono e grandissima responsabilità, grazie a Fraternità ho conosciuto persone meravigliose e ho intravisto la possibilità di una Chiesa diversa, realmente capace di stare vicino alle nuove generazioni. Ero il prete più fortunato del mondo, ho accolto ciò che Dio mi stava dando. E dopo Busto sono arrivato qui a Milano».
Ma arrivano anche sempre più domande, si mette in discussione: «Non ricordo il momento esatto in cui ho pensato di lasciare il sacerdozio. Non è stata una folgorazione... Essere prete significa delle cose precise, innanzitutto il celibato. Di fatto, non riuscivo a rispettarlo davvero: all'inizio mi dicevo che dovevo convertirmi, era questione di volontà ma con il passare del tempo ho smesso di giustificarlo per forza». Cita poi le attese delle persone sui preti «a volte disumane), infine il ruolo istituzionale: «Ad esempio mi sentivo a disagio a indossare il colletto... è una divisa l'abito da prete, in quanto tale divide ma quella distanza non la volevo più». Ancora, parla della messa e del disagio in mezzo ai preti, «perché il mio ministero era completamente diverso, faticavo sempre di più a sentirmi in sintonia. Infine, tanti dubbi sulla dottrina della Chiesa, che non avevo prima, ma le domande dei ragazzi mi hanno fatto venire quei dubbi. Certe mie certezze troppo granitiche grazie a Dio sono venute giù».
Di qui la decisione: «Se essere prete significa questo, faccio tanto fatica e magari potrei fare più del bene se non lo fossi più. Il mondo è cambiato... la mia fede c'è ancora, è più matura e libera. Sono molto consapevole, mi sono confrontato tanto. Non so esattamente cosa succederà ora, ma sono sereno perché continuerò a seguire la vocazione e fare del bene. Il mio cuore sarà sempre lo stesso, forse finalmente più libero e vero».














