Non è solo un falò, non è solo una tradizione che si ripete. La Giöbia, a Gallarate, continua a essere una tradizione viva, un linguaggio popolare che attraversa le generazioni e che, anno dopo anno, prova a dare un senso condiviso al tempo che passa. Anche ieri sera, attorno al rogo acceso ad Arnate, la città si è stretta simbolicamente attorno alla “vecchia”, affidando alle fiamme ciò che si desidera lasciarsi alle spalle.
Nel grande rogo della Giöbia – come lo ha definito il sindaco Andrea Cassani – non è finito soltanto il fantoccio che incarna l’inverno e le paure, ma tutto ciò che ha appesantito l’ultimo anno: violenze, ingiustizie, le difficoltà vissute da tante famiglie, ma anche il rumore tossico delle fake news. «Questa sera – ha spiegato il primo cittadino – bruciamo tutto ciò che ha fatto male alla nostra comunità».
Il responso del fuoco, secondo la tradizione, è stato positivo. Le fiamme si sono alzate dritte verso il cielo, segno – vuole la leggenda – di un anno propizio in arrivo. Se il fuoco sale deciso, l’inverno è destinato a cedere il passo; se resta basso e incerto, il freddo e le difficoltà sono pronti a durare ancora. E questa sera, tra il coro liberatorio di “brucia, brucia”, la città ha scelto di credere nella prima lettura.
La Giöbia resta così un rituale sentito e partecipato, capace di trasformare un’antica tradizione contadina in un messaggio attuale. Lo hanno ricordato anche i volontari e la Pro Loco, che ogni anno rendono possibile la serata, e le istituzioni religiose presenti, sottolineando il valore di una tradizione che continua perché sa rinnovarsi senza perdere la propria anima. E poi l’immancabile risotto con la luganega, servito a tutti: famiglie, bambini con gli occhi fissi sulle scintille, anziani che nella Giöbia rivedono frammenti della propria storia.
















