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Cultura | 19 gennaio 2026, 11:30

Dopo un decennio, Angela Hewitt torna a Varese: Basilica piena e un ricordo alla famiglia Bortoluzzi

La pianista canadese si è esibita ieri presso la chiesa di San Vittore: un viaggio quasi metafisico nella musica barocca, toccando tre la Germania di Bach, la Francia di Rameau e l’Italia di Domenico Scarlatti, impressionando per precisione e nitore. Tra i massimi interpreti di Bach, è molto legata alla città grazie all’amicizia avuta con i coniugi Stefania ed Emilio, che la accolsero quarantacinque anni fa nella loro dimora di Velate

La pianista canadese Angela Hewitt esibitasi ieri sera presso la Basilica di San Vittore

La pianista canadese Angela Hewitt esibitasi ieri sera presso la Basilica di San Vittore

Angela Hewitt esce con passo deciso dalla sacrestia della Basilica di San Vittore e si avvicina sorridendo al magnifico Fazioli, costruito su misura per lei, con l’aggiunta di un quarto pedale per ricreare il suono di quello “una corda” del pianoforte verticale, inclinando la tastiera, e realizzare così incredibili “pianissimo” senza variare il timbro. Ha una giacca da pop star che riflette la luce, creando effetti d’acqua che scorre sui gradini dell’altar maggiore. E come acqua di fonte, cristallina e birbante, sono le sue note, dispiegate con facilità imbarazzante, grazie a un tocco magistrale e a un controllo assoluto della timbrica.

Il concerto della Stagione Musicale Comunale, con la chiesa piena e un pubblico attentissimo e trepidante, vedeva il suo ritorno a Varese dopo circa un decennio, ma questa volta il valore era doppio, perché la pianista canadese, tra i massimi interpreti di Bach, alla nostra città è molto legata, grazie all’amicizia profonda avuta con Stefania ed Emilio Bortoluzzi, che la accolsero 45 anni fa nella loro dimora di Velate, dopo la vittoria al Concorso pianistico “Dino Ciani” alla Scala di Milano.

Angela li ha voluti ricordare, dedicando loro a inizio serata parole accorate e ricordando come i due medici, grandi appassionati di musica, la seguissero in giro per il mondo, al Lincoln Center di New York nel 1984 al debutto ai BBC Proms nella Royal Albert Hall di Londra sei anni dopo. E, a fine concerto, ha abbracciato a uno a uno i figli di Stefania ed Emilio, Elisa, Alberto e Chiara, con i quali è praticamente cresciuta, e il nipote violinista Pietro.

La Hewitt, che vive tra Londra, Ottawa e il lago Trasimeno dove ha fondato un festival pianistico, ha condotto il pubblico in un viaggio quasi metafisico nella musica barocca, toccando tre paesi europei, la Germania di Bach, la Francia di Rameau e l’Italia di Domenico Scarlatti, impressionando per precisione e nitore, con una lettura estremamente analitica ma pervasa di un sentimento fine e delicato, una passione sottesa ma calda.

Sotto le sue dita la musica pareva rigenerarsi ogni volta in invenzioni senza fine, rimandi e premonizioni. Ecco che nella meravigliosa Suite in la minore di Rameau pare di ascoltare qualche eco lontana della freschezza di Mendelssohn, nelle visionarie sonate di Scarlatti la veemenza di un Beethoven ma anche la dolcezza di Schubert. Mondi che verranno, ma che il mistero della musica rende udibili se soltanto si vaga un po’ con la mente, scoprendo che tutto, in fondo, ha un legame profondo e l’artista, compositore o esecutore, ha il compito di renderlo palese ed esaltarlo.

Angela Hewitt, che prima del concerto scaldava le mani appoggiandole a una boule d’acqua calda con un gesto quasi infantile, questi mondi arcani li frequenta d’abitudine, e con facilità estrae dallo spartito le meraviglie nascoste, il canto, il dolore, la felicità e il gioco, come nel brano “Les trois mains” di Rameau in cui la scrittura clavicembalistica dà l’illusione che l’interprete abbia una terza mano.

C’è stato il tempo di un bis, un omaggio alla pianista inglese Myra Hess, che durante la guerra eseguiva ogni mezzogiorno alla National Gallery a Trafalgar Square -le sale da concerto erano chiuse per il timore dei bombardamenti- la sua trascrizione del corale bachiano “Jesus bleibet meine Freude”, O Gesù mia gioia, dalla Cantata n. 147. Un momento intimo con una musica quasi ultraterrena, che ha unito il ricordo di tragedie passate alla speranza che non possano ripetersi mai.

Mario Chiodetti

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