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Varese | 16 febbraio 2024, 15:00

VARESE DALLA VETRINA/14. Vincenzo e quel lavoro scritto nel destino: «Fare il calzolaio, un mestiere da padre in figlio»

Vincenzo Modelfino insieme al figlio Stefano porta avanti la bottega “Le Cordonnier” di via Foscolo, nel cuore di Varese. Una storia la sua, originario della Campania, iniziata tanto tempo fa a Porto Ceresio, passata per la Svizzera a arrivata da 25 anni in città: «Questa professione non si improvvisa perché una buona scarpa dura una vita. Qui abbiamo visto crescere i bambini di un tempo che oggi arrivano con la famiglia. La città? Non accetto il cambiamento delle persone e la mancanza di rispetto, centro storico spersonalizzato con la morte dei piccoli negozi»

Vincenzo Modelfino e il figlio Stefano nella bottega “Le Cordonnier” di via Ugo Foscolo a Varese

Vincenzo Modelfino e il figlio Stefano nella bottega “Le Cordonnier” di via Ugo Foscolo a Varese

Un santo, una data sul calendario, un giovane apprendista e il destino che, come sempre accade, gioca con la vita degli uomini e a volte ci azzecca pure. Vincenzo Modelfino arriva a Porto Ceresio dalla Campania, ha 5 anni ed è nato il 25 ottobre, giorno di San Crispino, protettore dei calzolai.

Sotto casa c’è un ciabattino, il piccolo Vincenzo ci mette il naso, mandato dai genitori un po’ perché passi il tempo, un po’ perché impari il mestiere. Lui incomincia a trafficare con il cuoio e la gomma, conosce le colle, poi la famiglia cambia casa, ma anche lì c’è vicino un calzolaio, così il destino del ragazzo si compie, farà quel mestiere, nientemeno che in Svizzera, dove viene mandato a imparare sul serio. 

Viene inviato nei negozi delle grandi città, Zurigo, Basilea, Ginevra per “mettere da parte l’arte” e fare esperienza, poi fa base a Lugano, nello stand più importante del grande magazzino Innovazione, oggi Manor. Ormai è un calzolaio fatto e finito, in più è capace di lavorare le chiavi, perché ha fatto un altro corso di specializzazione, e nel suo negozio si fanno entrambi i mestieri. 

«Sono stato in Svizzera per 25 anni, alla fine ero stanco di fare il pendolare, stavo in ballo dalle 7 alle 19, così nel 1998 ho pensato di trasferire l’attività in via Ugo Foscolo 6 a Varese, dove non conoscevo nessuno, suscitando grandi perplessità in mia moglie. Ma il passaparola e la mia professionalità hanno fatto il successo del negozio, e oggi, a 72 anni, aiuto mio figlio Stefano che ha seguito le mie orme. Ho fatto un passo indietro, ormai è lui il futuro».

Vincenzo Modelfino è un signore gioioso ed entusiasta della sua professione, ha battezzato la bottega “Le Cordonnier”, alla francese, «un po’ perché mi è sempre piaciuta quella lingua, un po’ perché mio figlio a quell’epoca la studiava a scuola e mi diede l’idea di dare un nome originale e diverso dal solito».

Qui il cliente è quasi come in famiglia, perché anche Stefano ha una passione contagiosa per la calzoleria, ha fatto corsi di aggiornamento alla Vibram e in altre aziende per imparare le tecniche di riparazione e l’uso dei nuovi macchinari, ha compiuto con lungimiranza il salto di qualità, passando alla riparazione di scarpe da lavoro e da escursione, attività unica in città.

«Nel 1998 avevo 17 anni, studiavo ragioneria e non pensavo di poter fare questo lavoro, perché proseguii poi con il triennio di economia di gestione delle imprese all’università dell’Insubria. Ma mi piaceva passare in bottega a dare una mano a papà, così piano piano mi lasciai contagiare e decisi di continuare la sua attività. Ricordo che per pubblicizzarla, mettevo volantini nelle cassette delle lettere delle case, minima spesa e massimo rendimento, perché la clientela a poco a poco si formava, soprattutto per merito del passaparola», racconta Stefano Modelfino.

«Nel 2018 abbiamo cambiato tutti i macchinari, per adeguarci ai tempi, ai nuovi materiali di cui sono fatte le scarpe da lavoro e da escursione e anche al gusto dei clienti. Oggi riparo scarpe da motociclista, da trekking, arrampicata, running, lavori che richiedono tempo e conoscenza approfondita della tecnica».

Da “Le Cordonnier”, dove una volta c’era un negozio di intimo femminile, le riparazioni ordinarie, tacchi e suole, si fanno al volo, la rapidità è un marchio di fabbrica.

«Per le scarpe da città sono le donne a passare più spesso da noi, i loro tacchi sono sottili e si rompono spesso. Sono invece quasi sparite le scarpe da uomo in cuoio, che un tempo duravano anni se ben manutenute. Oggi tutti indossano le sneakers, è anche per questo che i calzolai chiudono bottega. Invece una buona scarpa può durare una vita, può essere sempre riparata, mentre ci sono negozi che vendono articoli di 20 euro, in ecopelle che altro non è che plastica riciclata da copertoni di automobili, con la suola che si stacca dopo poco tempo. Il calzolaio serve per far durare una scarpa bella, è un mestiere storico, non a caso nel presepe c’è sempre la sua statuina», dice Stefano.

Le scarpe più difficili da riparare sono quella da ghiacciaio: «Questi scarponi da alpinisti professionisti, che arrivano a costare anche 500 euro, li puoi riparare solo se conosci a menadito le tecniche, le colle e i materiali, altrimenti rischi che la suola si stacchi a causa dello sbalzo termico. Non vanno usate le colle neopreniche ma quelle poliuretaniche, perché il poliuretano è il materiale usato per queste calzature, ma oggi anche nel nostro lavoro c’è molta improvvisazione».

Nella bottega di via Ugo Foscolo si riparano anche borse, con il rifacimento di manici, cerniere e tracolle, ma una gran parte del lavoro è preso dalla fattura delle chiavi e dalla duplicazione dei radiocomandi per i cancelli. 

«Lavoriamo ogni tipo di chiave, per porte, cancelletti, cassette delle lettere, quelle a doppia mappa per le porte blindate di un tempo, sostituite dalle punzonate per i nuovi cilindri a norma europea. Le chiavi sono in ottone, anti allergico perché privo di nickel, oppure di ferro più fragili, o di alpacca, le più qualitative. Poi ci occupiamo anche delle chiavi codificate di automobili e motociclette, con il micro trasmettitore inserito nella testa con la codifica del trasponder. Copiamo anche i radiocomandi dei cancelli, porte basculanti e garage. Incidiamo anche targhe per i campanelli con il pantografo».

“Le Cordonnier” è un negozio unico a Varese, con i clienti che passano anche per un saluto e fare due chiacchiere. «Ci capita di servire diverse generazioni, nonna figlia e nipote per esempio, abbiamo visto crescere i bambini di un tempo che oggi arrivano con i figli. Ogni articolo che proponiamo, per esempio i sottopiedi, lo sottoponiamo all’attenzione del cliente che può toccarlo e provarlo, cosa che non succede nella grande distribuzione».

Per padre e figlio, Varese non è più quella di un tempo: «Non accetto il cambiamento delle persone, la mancanza di educazione e di rispetto, la superficialità e l’arroganza», spiega Vincenzo. «Io sono stato emigrante, ma ho sempre rispettato il modo di vivere dei cittadini del paese che mi accoglieva, cosa che capita raramente oggi».

Sulla visione della città il figlio Stefano è più drastico: «Ci sono pochi spazi per i giovani e tante vetrine chiuse. E troppi supermercati, con la morte dei piccoli negozi e la spersonalizzazione del centro storico, uguale a quello di tante altre città».

Mario Chiodetti

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