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Economia | 02 ottobre 2022, 11:10

Tiba Tricot: la tecnologia che corre, le radici salde come quell'ulivo piantato in memoria del fondatore

Si iniziò producendo tessuti per sottovesti 60 anni fa, oggi largo a quelli tecnici e che riescono anche a debellare i virus. Giovanni Brugnoli: «Mai guardare le nostre aziende con lo specchietto retrovisore». La sostenibilità, il racconto e una lavanda speciale

Giovanni Brugnoli nella sede di Tiba Tricot a Castellanza

Giovanni Brugnoli nella sede di Tiba Tricot a Castellanza

La tecnologia e la ricerca che corrono, ma le radici sono sempre salde come quelle dell’ulivo che Giovanni Brugnoli piantò 18 anni fa nel punto dell’azienda di Castellanza dove papà Antonio era solito parcheggiare. Ricorda il fondatore e la capacità di affrontare le sfide, nel tempo, producendo sul territorio.

Sessant'anni di cambiamenti

L’azienda è specializzata nella produzione di tessuti indemagliabili, tessuti 3D e maglieria circolare. «La Tiba Tricot nacque da un’intuizione di mio padre sessant’anni fa – sottolinea Giovanni Brugnoli -  e ha attraversato tutte le modifiche del settore tessile. Dai primi anni Sessanta, Settanta con il boom, dove c’era bisogno di tutto, a una specializzazione sempre più particolare e dettagliata sul tema di servizio nei confronti della clientela e soprattutto una partnership con clienti nazionali e internazionali. Con loro si instaura un rapporto costante e collaborativo e di visione, non solo per il breve periodo ma soprattutto per la costruzione di rapporti pluriennali, come è stato sempre portato avanti da mio padre e poi da me. La clientela mordi e fuggi è sempre più rara».

Attenti e veloci

Il percorso è lungo, scandito da valori e prospettive comune, dall’attenzione all’innovazione, alla tecnologia e alla sostenibilità. Si iniziò allora con i tessuti delle sottovesti, un capo che poi si è diradato a dir poco. Oggi, regnano i tessuti tecnici. E il mercato, si è ugualmente trasformato: «Da quello prettamente locale, nazionale a un mercato di sempre maggiori connessioni internazionali – precisa – Molto spesso, anche i brand italiani ci fanno spedire materiali veramente in ogni parte del mondo, in quanto la confezione, dove ci sono tante mani, segue l’economicità del processo produttivo, e poi fa tornare nel nostro Paese il controllo qualità e quant’altro. In questo momento di preoccupazione energetica, oltre che per la guerra alle porte dell’Europa, le distanze si stanno ampliando rispetto a prima ed è in atto un reshoring non solo nei confronti del nostro Paese, ma del bacino mediterraneo, la parte del Nord Africa e i Paesi dell’Est».

La flessibilità dell’azienda è una risposta: «Bisogna essere molto attenti, veloci e capaci di intercettare questi cambiamenti. Siamo in grado di cambiare atteggiamento produttivo, logistico e di proposta in men che non si dica». Tra le chiavi di successo, specializzazione e dettagli: «Bisogna cercare di mantenere sempre il proprio Dna, essere imprenditori rispettosi dell’ambiente del lavoro, della salubrità, dei collaboratori, essere tecnologicamente avanzati e non guardare mai le nostre aziende con lo specchietto retrovisore. Mai dire: "facevamo", ma "faremo"».

Vietato fissarsi nel passato, pur ricco di ispirazione: «Ringrazio mio padre per avermi cresciuto con questa impostazione… La nostra azienda dev’essere sempre in ordine. Stiamo rifacendo la copertura del tetto con l’immissione di pannelli fotovoltaici per essere sempre più sostenibili e darci una mano con la bolletta. Con un investimento notevole, ma il capitolo sostenibilità è decisamente importante nei gruppi e nelle maison. Stiamo anche investendo nei macchinari eco, che consumano meno, come già avevamo fatto investimenti sull’illuminazione. Ci mancano gli ultimi pannelli, ma entro fine ottobre saranno ultimati tutti i lavori».

È una consuetudine consapevole, diventa un messaggio sociale nei confronti della popolazione: «Dove c’è l’industria sana, consapevole, prospettica, l’innovazione la fa da padrona e come Confindustria (Brugnoli è vicepresidente per il capitale umano, ndr) abbiamo sempre caldeggiato il tema dell’alternanza scuola lavoro… così i ragazzi entrano nelle nostre imprese e vedono un pezzo del loro futuro. Capiscono che il made in Italy è veramente un’opportunità per il Paese, per le famiglie e l’occupabilità dei giovani». 

Il tutto sfatando l’idea di «un’industria sporca cattiva, dobbiamo essere più bravi nel raccontarci. Ci sono tantissime belle aziende che fanno bene e sono al fianco dei bisogni della gente, senza sbandierarlo. E l’impresa a prescindere crea ricchezza, il nostro Paese dev’essere sempre più disposto ad accoglierla». 

Sempre ragazzi in azienda

Oggi la Tibo Tricot ha 32 collaboratori: «Poi abbiamo sempre ragazzi in azienda, grazie al legame con il Tosi. Studenti che vengono abitualmente nella nostra piccola realtà e che accogliamo con grande entusiasmo». Così come è bello lavorare con le start up, come ha fatto la Tiba Tricot, e stimolare i ragazzi ad aprire nuove imprese, nei settori più disparati.

Ma come è cambiata la produzione negli anni? Fondamentale oggi il progetto The Breath, sistema in grado di assorbire e disgregare le molecole inquinanti. «Sta andando avanti soprattutto nell’outdoor, dove facciamo le coperture dei building da ristrutturare… Ma anche la qualità dell’aria all’interno dell’edificio è importante. Da novembre dell’anno scorso è anche virucida, debella cioè i virus Covid compreso… Tutto ciò è frutto di ricerca e ancora ricerca. Si riesce ad avere una qualità dell’aria migliore senza consumare energia».  

Musica per le orecchie in questo periodo dalle bollette traumatiche. La trasformazione di Tiba Tricot  attraversa automotive, i caschi, i materassi, l’abbigliamento sportivo, da ciclismo e motociclismo, arredamento: «Abbiamo cercato di intercettare tutte le opportunità per far capire la bontà del tessuto tecnico in più applicazione in un contesto di marketing, innovazione, relazione. Bisogna saperlo raccontare e avere elementi tecnici… C’è tantissimo lavoro invisibile. Dietro un tessuto che mettiamo in vendita ci sono analisi di contesto, pricing, sviluppo e immissione nel mercato, tante campionature…».

Poi appunto destinazione mondo, con tanto export indiretto: la fodera di un casco finisce in ogni angolo di pianeta. Di corsa, ma c’è un momento in cui fermarsi. Ogni giorno.

Ogni mattina

Anzi ogni mattina. Nell'avvio di ciascuna giornata Giovanni Brugnoli compie un gesto che lo lega a quell’ulivo e a ciò che significa: «Quando entro, ho sempre un pensiero nei confronti di mio padre che ha lasciato qui un’azienda in ordine e veramente all’avanguardia. Tutte le persone che vedono il nostro sito produttivo, immaginano che sia stato costruito qualche anno fa perché è veramente innovativo. Invece, ha cinquant’anni e significa che mio padre era avanti… ha usato tecnologie all’avanguardia, in maniera pionieristica. Poi abbiamo mantenuto il suo Dna, il rispetto delle persone. Tant’è vero che ho piantato quell’albero e lo curo… trasmette lungimiranza, resistenza, perseveranza ed eternità».

Dopo 18 anni l’ulivo è in piena salute, nonostante la siccità, e aiuta a formulare «un pensiero positivo ogni giorno… Passa le intemperie, è forte, si curva ma non si spezza». Come papà Antonio è stato e come si vuole continuare ad essere, forti della sua lezione.

Perché l’azienda è tecnologia e umanità. Come umano è quel gesto di avvicinarsi all’ulivo e sfiorare la lavanda attorno, sempre portata in memoria del fondatore che quel profumo usava. Basta un tocco con le mani e quell’aroma si sprigiona confidando una certezza: «Papà è ancora qua».

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Marilena Lualdi

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