La storia di Giorgio Valmassoi è un esempio ancora attuale per i tanti giovani che praticano varie discipline sportive e, in maniera particolare, il calcio.
Il forte difensore nasce a Calalzo di Cadore il 24 aprile 1951. Da giovanissimo studente, insieme ai suoi fratelli e per volere della madre, si trasferisce a Conegliano Veneto, dove la priorità assoluta era lo studio e il conseguire buoni risultati; poi c’era lo spazio per il calcio.
Inizia da ragazzo nelle fila della società veneta del Conegliano, dove a 17 anni viene visto da alcuni osservatori che operavano per conto dell'Inter, che anni prima avevano già scoperto un grande campione come Gianfranco Bedin. Il ragazzo parte così per il provino ad Appiano Gentile e supera il test molto bene: gli viene così consigliato di andare a Varese, al tempo una scuola qualificata per far crescere i giovani, sia come uomini che come atleti.
La mamma è preoccupata: vuole dare un futuro al figlio non solo come calciatore. Così, Giorgio promette alla madre che non abbandonerà lo studio. Arriva a Varese e trova subito un ambiente ideale per la sua indole...
Valmassoi, come è stato l’impatto con Varese?
Conoscevo l’ambiente per sentito dire. Venire a Varese era motivo di orgoglio, era una società super organizzata, perfetta per far crescere i giovani talenti. Mi sono trovato con altri ragazzi come Libera, Gentile, Calloni, Marini, Ramella, De Lorentiis, Mayer... Sono subito entrato nel gruppo, diventando tutti buoni amici. La società voleva che lo studio fosse il caposaldo della nostra formazione giovanile: ho cominciato a frequentare il terzo anno di ragioneria al Daverio. Finita la scuola, rientravo a piedi insieme a Marini che frequentava i geometri: pranzo frugale, poi si andava tutti in piazza Repubblica, dove ci attendeva il pullman della società che ci portava agli allenamenti.
Chi sono stati i suoi allenatori in biancorosso?
Maroso e Liedholm. Il primo oltreché un gran mister, un padre, un motivatore, un grande scopritore di talenti. Non dimentichiamoci che a Varese con lui sono cresciuti Gentile e Marini che sono diventati Campioni del Mondo. Mi dava la carica chiamandomi "Vaivalma". Mentre il Barone svedese era un gran conoscitore di calcio. Ci faceva fare allenamenti diversificati, ci insegnava molta tattica e tecnica. Ci insegnava a tenere il possesso palla. Ricordo che con Liedholm nelle partitelle settimanali si andava avanti ad oltranza fino a quando non vinceva la sua squadra: per questo i "veci" della squadra si raccomandavano ai noi "bocia" dicendoci «fatelo vincere, altrimenti rimaniamo qui a fare notte».
Ci riassume la sua carriera sportiva?
Finita la trafila delle giovanili a Varese, andai in serie C con Libera e Calloni a Verbania: una bella esperienza. Poi rientrai a Varese e rimasi nelle fila dei biancorossi per quattro anni. Poi andai a Bologna dove giocai dal 1975 al 1978, infine terminai la mia carriera dopo un anno con il Forlì.
La sua carriera calcistica si chiuse a 28 anni per una sua precisa scelta...
Sì, ho scelto di terminare gli studi universitari, anche perché avevo cambiato facoltà. Iniziai quando giocavo nel Verbania a studiare economia e commercio. Poi ho conosciuto mia moglie che abitava nel rione di Bosto a Varese: lì suo padre gestiva una farmacia. Lei frequentava farmacia e mio suocero aveva bisogno di nuove leve per cedere l’attività. Gli esami che avevo fatto in economia non valevano più tranne matematica, pertanto mi sono messo da ragioniere a studiare la chimica e le materie scientifiche. Non è stato facile e dovevo impegnarmi. Mi ha aiutato mia moglie, però si doveva studiare parecchio.
Si è quindi laureato in farmacia?
Sì, a Padova. Poi mio suocero ha ceduto l’attività di Varese e abbiamo iniziato in un Paese vicino a Vicenza, dove tuttora lavoro. Con questo voglio dire che il gioco del calcio è bello, però anche adesso i nostri giovani devono tenersi aperta una seconda possibilità e conseguire una laurea è importante per il loro futuro.
Cosa le ha lasciato il mondo del calcio?
Tantissimo, sono stati i migliori anni della mia vita. Ho conosciuto grandi campioni, ho conosciuto mia moglie... Mi ha aiutato a formarmi il carattere, a lavorare in gruppo, ad accettare pregi e difetti dei miei compagni con spirito di amicizia. Eravamo un gruppo fantastico grazie anche ai senatori come Chicco Prato e Ambrogio Borghi, che si mettevano a nostra disposizione per darci consigli importanti. Eravamo un gruppo unico con un'alchimia speciale: risaltava sempre la forza del gruppo e non del singolo. Ancora oggi siamo molto legati e ci sentiamo spesso. Con Claudio Gentile faccio a gara per chi fa più chilometri in bicicletta, ma non c’ è storia... Claudio come allora è uno che non molla mai e ancora oggi pedala per tanti chilometri.
Lei ha giocato contro tanti campioni del tempo: ne ricorda qualcuno in particolare?
Helmut Haller, a fine carriera giocava qualche spezzone di gara con la Juventus, era diabolico con il suo gioco di gambe e la sua rapidità. Mazzola e Rivera erano immarcabili, tenevano il pallone pochissimo e cambiavano di continuo le trame di gioco. Bellugi, mio compagno di squadra nel Bologna, persona speciale sempre a disposizione nell’aiutare il gruppo. Sfrutto l'occasione per fargli gli auguri (dopo l'amputazione delle gambe causa covid, ndr): caro Mauro, non mollare. Ricordo poi Peppe Savoldi e Gigi Riva, due calciatori che andrebbero ancora oggi studiati, hanno cambiato le regole della fisica e del gioco. Pesi massimi che avevano una elevazione di testa pazzesca e rimanevano sospesi in aria. Riva, con i palloni pesanti del tempo, riusciva a scoccare dai trenta metri dei tiri straordinari e fortissimi. Ha avuto ragione Giovanni Brera a chiamarlo Rombo di tuono: era il terrore dei portieri e dei difensori; un contrasto con lui era come andare addosso al muro... Un talento naturale gestito con l’ ntelligenza che noi tutti conosciamo.
Valmassoi, torna spesso a Varese?
Ho ancora tanti amici, per esempio i miei compagni della 5A, con cui organizziamo rimpatriate. Poi sono ovviamente in contatto con i miei compagni di squadra di allora. L’ estate prima del Covid ci siamo visti tutti a Germignaga dal capitano ed ex sindaco Chicco Prato. A proposito, noi difensori per non buttare via il pallone alla "viva il parroco" dovevamo metterlo in banca affidandolo a Prato e Marini, loro sapevano come farli fruttare con gli interessi.
Allora Marini ha imparato di finanza giocando a calcio...
Piero è nato con la passione dell’ economia, veniva agli allenamenti con il giornale di finanza e si è formato da autodidatta: era bravissimo... Ma entrambi oltre ai piedi buoni avevano la testa. Ora vi saluto amici di Varese, con una promessa: finita questa emergenza Covid il gruppo si riunirà ancora per raccontare i tempi belli, con ragazzi meravigliosi che mi hanno lasciato nel cuore un ricordo speciale di Varese e del Varese.
















