Partono per l’ospedale allestito in Fiera, sono i rinforzi dall’Asst Valle Olona a Milano, ma loro si sentiranno sempre “a casa”. Perché la sanità è un unico luogo, sottolineano medici e infermieri che partecipano a questa missione. In un'atmosfera così diversa da pochi mesi fa e lo si avverte dagli interventi del direttore generale Eugenio Porfido. Amareggiato, per le energie che tutt’attorno - dagli ambienti politici arrivando a noi cittadini - sembrano state più impiegate a dibattere, a mostrare di sapere tutto, mentre il virus ha proseguito il suo cammino. E adesso a farvi fronte, sono ancora loro: i medici e gli infermieri.
Si sentono più soli, loro che la scorsa primavera erano stati applauditi da tutti come eroi? Il dottor Porfido risponde: «Quello no, la gente ci è vicina. Forse siamo amareggiati e stupiti quando si sentono alcune cose inspiegabili, di tutto di più, dal fatto che ricoveriamo pazienti che non ne hanno bisogno. Figurarsi, con le esigenze di letti che abbiamo».
Di sicuro, come sempre gli operatori sanitari stanno svolgendo il loro dovere in silenzio. Lo si è rotto oggi solo per un’ora, presentando la partenza dei 12 alla volta di Milano, che gestiranno un modulo di 14 posti letto con i colleghi di Legnano e del Rhodense. La direzione dell’Asst Valle Olona li ha salutati con un dono: una maglietta in cotone con il logo dell’azienda e un paio di libri, “Lezioni americane” di Italo Calvino e “La mia famiglia e altri animali” di Gerald Durrel. «Il nostro compito – dice uno di loro, Paolo Mirri, un intensivista dell’ospedale di Saronno – è curare tutti i giorni, non sta a noi decidere dove. Facciamo parte del sistema sanitario pubblico e questo è il luogo comune, la sanità. L'unica differenza è che in questa fase c’è un’accelerazione del bisogno e pertanto ci sentiamo di dare un’accelerazione della risposta».
Parla un collega, Giuseppe Martino, che sta facendo le prove per l’assunzione a tempo indeterminato, un infermiere di Busto: «La nostra è una professione e una missione. Siamo aperti a collaborare per il bene del paziente». Sottolinea il direttore sanitario Paola Giuliani: «Ciascuno potrà portare a casa un’esperienza di altissimo valore. Siamo tutti una stessa squadra, e una grande squadra».
Siamo tutti sulla stessa barca, anche se “fuori” non tutti sembrano essersene accorti. Qui l’amarezza si fa pressante e lotta con la rabbia: «Basta con i numeri che non danno alcuna informazione aggiuntiva, siamo in una situazione pandemica – osserva il direttore generale Eugenio Porfido – Abbiamo superato la terza fase, quella in cui prevedevamo di raggiungere i numeri della prima ondata. Quello a cui stiamo assistendo ha caratteristiche diverse: il ricorso alle terapie intensive pare minore, l’età media dei pazienti interessati si è abbassata». Differenze che si respirano anche nelle terapie, ma un elemento chiave è rappresentato dalle aree densamente abitative: «Così le richieste di cura sono molto superiori rispetto alla prima fase».
Il virus non se n’è mai andato, insiste il dottor Porfido, amareggiato anche per un autunno che ha visto la riapertura delle scuole senza adeguate misure per i mezzi pubblici.
L’arma a disposizione di tutti, indispensabile in questa battaglia, viene dalle precauzioni che ciascuno deve adottare.
Solitudine no, non la provano nei nostri ospedali: «Ma stanchezza, preoccupazione e amarezza per quello che sentiamo, sì. Perché c’è ancora gente che sottovaluta e nega l’esistenza del virus».
























