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Basket | 29 luglio 2020, 07:30

10 ANNI DI CONSORZIO/5. «La Pallacanestro Varese non è la squadra di una città ma di tutti. L'augurio più bello: tornare a riempire il palazzetto sognando i playoff»

Oggi "Varese nel Cuore" compie 10 anni e Alessandro Fogliani c'è dal primo giorno: «Restituire qualcosa al territorio è un dovere e un motivo di orgoglio. Il giocatore del decennio? Green o Dunston, anzi Ferrero. L'allenatore è Caja perché tira fuori più di quello che c'è. Il momento deludente: l'annata con il Poz»

10 ANNI DI CONSORZIO/5. «La Pallacanestro Varese non è la squadra di una città ma di tutti. L'augurio più bello: tornare a riempire il palazzetto sognando i playoff»

«Andava fatto». «Restituire qualcosa di riconoscibile al territorio». «Motivo di orgoglio». Se tutti gli imprenditori della provincia di Varese avessero gli stessi sentimenti, le stesse spinte emotive, lo stesso senso di responsabilità di Alessandro Fogliani e di tutti coloro che animano Varese nel Cuore, forse la Pallacanestro Varese in questi dieci anni, festeggiati proprio oggi, qualche trofeo lo avrebbe vinto davvero.

Fogliani, con la sua azienda specializzata nella distribuzione all’ingrosso di materiale elettrico, illumino-tecnico, automazione industriale, sistemi per la sicurezza e impianti speciali, c’è letteralmente dal primo giorno, da quel 29 luglio 2010 in cui, davanti al notaio Bellorini, il Consorzio varesino prendeva forma e vita. Con lui è allora facile riannodare i fili del tempo, fare un bilancio e guardare al futuro.

Fogliani, che spirito si respirava tra i fondatori di Varese nel Cuore? Cosa ha mosso voi imprenditori della prima ora?
La Pallacanestro Varese rischiava di sparire: personalmente ho ritenuto fosse indispensabile dare una mano affinché non accadesse. Andava fatto. La nostra azienda è nata in provincia di Varese e ha avuto principalmente qui il centro dei suoi interessi: restituire qualcosa di davvero riconoscibile al territorio è stato un dovere e un motivo di orgoglio.

Cosa torna, a livello umano, all’imprenditore che decide di diventare un consorziato?
Tanto: più che l’aspetto economico, il ritorno vero resta su questo piano. Entrare nel Consorzio ti permette di conoscere altri imprenditori, di frequentarli, di scambiare idee e opinioni, in un legame che si cimenta grazie alla pallacanestro. E poi c’è l’orgoglio di essere proprietario di una realtà sportiva riconosciuta nel resto d’Italia, oltre che l’occasione di comprendere - da vicino e da un’altra prospettiva - le dinamiche della squadra. 

Passione, senso di appartenenza, “dovere” di restituire qualcosa: sono solo queste le leve per convincere un’impresa a sposare la causa di Varese nel Cuore oppure entrano in gioco anche la visibilità e la possibilità di fare business?
Dipende dal tipo di azienda: per alcune il basket, la Pallacanestro Varese e la pubblicità al palazzetto possono essere un mezzo per farsi conoscere, per altre meno. Per me ci sono semplicemente dei punti fermi. Il primo è che non bisogna per forza essere appassionati di questo sport per aderire al Consorzio: basterebbe la volontà - ripeto - di fare qualcosa per il territorio. E poi, in ogni caso, Varese nel Cuore è equiparabile a un’associazione di imprenditori: dall’associazionismo, dal confronto e dalla condivisione possono sempre nascere delle potenzialità di business, di nuovi legami e di intrecci.

Varese nel Cuore ha a suo giudizio dei margini di crescita oppure bisognerà puntare a un non scontato mantenimento? E se sì, come può crescere?
A mio parere i margini di crescita sono innegabili, non fosse altro per il numero di aziende che vanta la provincia di Varese. La direzione potrebbe essere quella di sdoganare l’idea che la Pallacanestro Varese non sia solo la squadra di una città, bensì quella di un intero territorio. Per intercettare le imprese che cercano una visibilità particolare, invece, sarà necessario curare bene il marketing.

Qual è stato il giocatore simbolo di questi dieci anni di Consorzio?
Essendo intimamente legato all’epopea degli Indimenticabili, l’apice della nostra esperienza da proprietari, dovrei scegliere uno tra Mike Green e Bryant Dunston. Per l’attaccamento alla maglia dimostrato in questi anni, però, non posso che dire Giancarlo Ferrero.

E l’allenatore?
Attilio Caja. Sta facendo il 110% con i mezzi che ha a disposizione: i risultati ottenuti con budget limitati, le salvezze conquistate, sono frutto del suo lavoro. Ha forse dei modi ogni tanto un po’ bruschi, ma tira fuori il massimo dai giocatori.

Il momento più deludente dei due lustri?
Dico l’annata con Gianmarco Pozzecco. L’entusiasmo che aveva portato, necessario all’ambiente, non è stato ripagato dai risultati. Probabilmente, visto quello che poi ha fatto a Sassari, per il Poz non era semplicemente ancora arrivato il momento giusto. Che peccato: la sua adrenalina, la sua carica umana e la voglia di fare mi sono rimaste impresse.

Cosa si aspetta dalla stagione che va iniziando?
Una cosa più di ogni altra: tornare a vedere dal vivo, al palazzetto, i nostri ragazzi. Detto ciò, le premesse derivanti dal mercato sono ottime: un campione come Scola ha deciso di giocare a Varese, ed è una cosa incredibile, e il gruppo di italiani è di rilievo. Spero si possa arrivare ai playoff, anche se non va dimenticato che ci sono tante squadre con un budget superiore al nostro.

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Fabio Gandini


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