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Attualità | 26 maggio 2020, 09:00

L'OPINIONE. Untori e irresponsabili: stai a vedere che la colpa del virus è dei giovani. Ma avete mai avuto vent'anni?

Fioccano insulti e generalizzazioni nei confronti dei giovani della movida: manca totalmente la capacità di parlare ai ragazzi, o di coinvolgere le persone che lo sanno fare, così come l'umiltà e l'autocritica da parte di chi ha radunato per decenni i locali del divertimento in minuscole vie delle città

L'OPINIONE. Untori e irresponsabili: stai a vedere che la colpa del virus è dei giovani. Ma avete mai avuto vent'anni?

Fioccano insulti, generalizzazioni e ramanzine provenienti da mondi a loro sconosciuti, ma non abbiamo ancora letto, se non in rarissimi casi, proposte intelligenti e parole convincenti rivolte ai nostri giovani. Il tono di superiorità, a volte sprezzante e a volte autoritario, con cui ci si è rivolti ai ventenni della movida, e non solo ai ventenni, non ha previsto le uniche due cose che forse avrebbero lasciato il segno: l'autocritica di chi gliele rivolge e la capacità di parlare il loro linguaggio, o di entrare nel loro cuore.

Non è colpa dei nostri giovani, ma proprio di chi ora li tratta come untori irresponsabili, se nove volte su dieci i locali della movida sono stati accatastati negli ultimi decenni in minuscoli e centralissimi budelli delle città, come se il divertimento o l'aperitivo fosse da ridurre in un ghetto raggiungibile soltanto dopo interminabili code e una caccia al parcheggio, spesso selvaggio.

Prendiamo Varese: tra lago, montagna e colline a perdita d'occhio, si costringono da sempre cinquemila ragazzi, e non solo ragazzi, ogni venerdì e sabato sera ad entrare nell'imbuto di via Cavallotti, via Cattaneo e, se va bene, piazza Carducci, un fazzoletto claustrofobico in cui sono concentrati quasi tutti i locali del pre e dopo cena.

L'emergenza non ha fatto altro che smascherare questa scelta disastrosa che arriva da molto lontano e che ha ridotto i nostri giovani a entrare in un collo di bottiglia per potersi ritrovare assieme durante i weekend. Gli si potrebbe chiudere o ridurre quel "tappo", dando però un'alternativa e un'opportunità diverse: bastano una piazza, un prato, un giardino, un tavolino in più, uno spazio in riva al lago magari d'accordo con chi già gestisce un locale giovane. Dopo mesi d'astinenza e clausura, la "voglia" è tanta: va prevista, capita e incanalata, trovando nuove strade. Non basta dire: state buoni. 

Seconda e ultima cosa: per parlare ai ragazzi, serve essere giovani di testa e linguaggio, non d'età. Altrimenti, va coinvolto chi con loro ci sa fare, chi riesce ad arrivare al loro cuore e chi li ha sempre tenuti in considerazione, non soltanto dopo tre mesi di chiusura. Ci sono "ruoli" e persone che un ventenne riconosce, in vari ambiti e settori: vanno trovati e messi in campo, facendo parlare loro e portandoli magari nelle vie della movida ogni weekend. Con i ragazzi servono fatica, umiltà, passione e originalità invece di diktat ed etichette. Bisogna ascoltare, prima che parlare. Svecchiarsi, e tornare ventenni, per trovare le parole giuste.

Andrea Confalonieri

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