«Dalle 11 di questa mattina ho distribuito quasi trentamila mascherine del "protocollo Arcuri" ma alle 14 erano già esaurite». A dirlo è il varesino Fabrizio Maroni, direttore de "La Farmaceutica" di Castronno, azienda leader in Lombardia e Piemonte che serve 490 farmacie e clienti, oltre che proprietaria di 55 parafarmacie e sei farmacie in provincia di Varese e non solo.
«Oggi mi sento un po' ferito - aggiunge Fabrizio, un uomo che in questo lavoro ci mette competenza e passione riconosciute da tutti - perché non ritengo giusto che alcune categorie come i farmacisti e i distributori, rimasti in prima linea senza risparmiarsi dal primo giorno dell'emergenza per la salute dei cittadini, si sentano dire che il commissario dell'emergenza è pronto a firmare un accordo con i tabaccai per il famoso obiettivo di "inondare il mercato di mascherine". Qui le polemiche stanno a zero, ognuno deve essere un professionista e rispondere a questa domanda: come facciamo ad avere in numero adeguato un bene di prima necessità per tutti i prossimi mesi? Se ce lo fanno avere, noi lo distribuiamo evitando che cittadini ed operatori vadano all'arrembaggio, esponendosi al rischio».
«Per quanto riguarda i dispostivi di protezione individuale - racconta Maroni - siamo in una fase di grande confusione: i guanti sono al momento praticamente introvabili perché arrivano quasi interamente da paesi come Malesia, Thailandia o dalla stessa Cina, mentre le famose mascherine da cinquanta centesimi (che in realtà ne costano 61 per l'aggiunta dell'Iva) sono di difficile reperibilità. Ad esempio in queste ore ho distribuito 29.700 mascherine ai 490 clienti della nostra provincia e non solo: sono seicento confezioni da cinquanta mascherine chirurgiche l'una e fanno parte dei tre milioni forniti ieri dalla Protezione civile». Insomma: sono una goccia nel mare della reale richiesta.
Una situazione di confusione, per Maroni, in cui tutto è stato complicato alla fonte. E cioè dall'annuncio del commissario per l'emergenza Arcuri in cui ha detto «ogni papà con un euro potrà comprare due mascherine ai suoi figli». In realtà quel prezzo non è sostenibile per chi produce questi dispositivi: «Il mercato - prosegue Maroni - si stava già assestando autonomamente adeguando i prezzi alle esigenze della gente. Poi però il meccanismo si è inceppato».
Ma non è solo il prezzo fissato a cinquanta centesimi il problema. Spesso a rallentare i rifornimenti ci si mette la burocrazia: «Ci sono tantissime mascherine e altri dispositivi di protezione - spiega - per lo più provenienti dalla Cina, che produce il 75% delle mascherine al mondo, che sono fermi in dogana a causa di una serie di problemi legati alla certificazione o altre questioni burocratiche. Questo "blocco", oltre al prezzo "politico", fa sì che i broker che distribuiscono questo materiale dirottino le scorte verso altri Paesi, come ad esempio la Spagna». Spesso gli altri Paesi si trovano in una situazione di vantaggio nel ricevere i dispositivi perché il prezzo fissato dallo Stato è più coerente: «In Spagna la mascherina chirurgica costa 0,96 euro, un prezzo sostenibile dal mercato».
Proprio la certificazione rischia di essere un'arma a doppio taglio: «Sarebbe bastato ritenere la certificazione cinese valida anche da noi, senza andare a interpretarla rallentando la distribuzione - assicura Maroni - con quella certificazione del resto in Cina milioni di persone si stanno proteggendo con risultati efficaci. Prima dalle dogane passavano le più svariate mascherine e poi, quando si è passati all'interpretazione della certificazione, si è creato un tappo».
Che fare quindi? «Arcuri - spiega Maroni - ha fissato un prezzo senza approfondire la reale situazione di acquisto: se la Protezione civile paga 0,38 euro una mascherina chirurgica lo può fare. Chi ha riconvertito l'azienda o i produttori italiani invece non possono rientrare nei costi di produzione. Può essere giusto che lo Stato abbia regolamentato il prezzo, che in qualche caso era scriteriato, per un bene essenziale come questo. Ma l'errore è stato farlo all'improvviso e senza considerare i costi di produzione reali: magari si sarebbe potuto agire sull'Iva per non azzerare il margine di guadagno o mandare in perdita chi non è un benefattore ma deve mantenere un'azienda».
Una situazione che sta frenando il mercato. A questo si aggiungono i costi del trasporto: «La mascherine arrivavano dalla Cina anche attraverso voli commerciali, che ora però sono pochissimi - aggiunge - quindi il trasporto deve avvenire per nave, con tempi decisamente più lunghi». «In Italia il Coronavirus è stato uno tsunami, è indubbio. Ma si è passati dall'assenza di regolamentazione a una regolamentazione rigida e lontana dalla realtà di chi produce e opera in questo settore».
«Ci sono moltissimi pezzi rimasti anche nel limbo dei magazzini perché nessuno all'inizio conosceva bene le normative - svela Maroni - si tratta di mascherine soprattutto di tipo Fpp2 e Fpp3 prodotte a un determinato costo che, se vendute ora, sarebbero sotto costo. Ora ci sono due soluzioni: o buttarle oppure declassarle a mascherine a uso civile. Tenete conto che esiste una trafila con l'Inail, a cui presentare un test report e chiedere la certificazione, per poterle mettere in vendita: entro tre giorni dovrebbe arrivare una risposta, che nella maggioranza dei casi è negativa, ma a volte non ne bastano 25...».
Approfittiamo di Fabrizio per porgli la domanda che tanti si fanno: quante volte possono essere riutilizzate le mascherine?
«Stiamo parlando di mascherine monouso - ci risponde - fondamentalmente quella chirurgica, se viene utilizzata in modo continuativo, ogni 4-5 ore andrebbe sostituita. Una Fpp2 dovrebbe durare un turno di lavoro, e poi cambiata. Se viene però utilizzata per fare la spesa e riposta in un sacchetto, magari esponendola al sole per indebolire il virus, può essere usata anche 3-4 volte».
La Farmaceutica, che dà lavoro un centinaio di persone e gestisce più di 70mila prodotti che dal suo magazzino raggiungono in modo quasi istantaneo farmacie e parafarmacie nel momento in cui vengono richiesti, ha convissuto con la paura dei cittadini e di chi era in prima linea, reagendo con coraggio. «Ringrazio il personale - dice Maroni - Abbiamo santificato i nostri 14mila metri quadri affidandoci a Td Group, un'azienda del territorio come le altre a cui ci appoggiamo, per esempio per il servizio logistico (escono trenta mezzi a turno di consegna per le farmacie): lavoriamo con persone a noi vicine ed è un modo per generare un volano positivo per la comunità in cui viviamo».
Il direttore della Farmaceutica spende parole molto belle per i farmacisti, che «non si sono mai tirati indietro e sono stati bravissimi a organizzarsi e a dare una risposta immediata nell'emergenza. Non so quanti altri settori avrebbero avuto questa tempestività... Hanno anche pagato un tributo importante in vite umane, garantendo però sempre il servizio».
L'azienda di Castronno, leader in Lombardia e Piemonte (dove possiede rispettivamente l'8% in forte crescita e il 15% delle quote di mercato), è nel cuore della filiera farmaceutica: «Si è comportata molto bene la Regione che con Federfarma ha subito permesso ai cittadini di trovare la ricetta direttamente in farmacia senza passare dall'ambulatorio del medico, ma semplicemente consultandolo (è proprio da lui che arriva il codice da utilizzare, ndr)».
L'emergenza ha fatto «perdere terreno alla Lombardia, motore del Paese e d'Europa - conclude Maroni - Non vedo una politica certa di aiuto e di incentivi per recuperare liquidità, come se ci si accontentasse sempre di rincorrere. Dando soldi a pioggia, poi, si genera un meccanismo perverso...».














