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Sport | 16 gennaio 2020, 00:14

Forti, vere, inconfondibili: la voce e la Pro Patria di Giovanni Toia in un libro pieno di vita

Le radiocronache e le trasferte su tutti i campi d'Italia macinando chilometri, vite e prese di posizione per raccontare la Pro Patria: la voce di Giovanni Toia entra nelle pagine di un libro, "Il pallone che cammina", capace di afferrare alla gola perché mostra un calcio fatto di scelte a volte dure da digerire e di cose vere

Forti, vere, inconfondibili: la voce e la Pro Patria di Giovanni Toia in un libro pieno di vita

Il calcio è questa febbre che ti afferra per una scelta tua e del destino insieme. Che poi ti scandisce la vita con una follia di una precisione assoluta, capace di arderti dentro ancora di più quando ne scrivi o fai vibrare la partita dentro un microfono radiofonico. 

Ti spinge a scegliere date fondamentali dell’esistenza come il matrimonio, in omaggio a un titolo mondiale, e far ruotare un anno (a momenti ti lasciavi sfuggire “stagione”) attorno al calendario della Pro. Ti fa diventare forte e fragile, ti mostra il meglio e il peggio della natura umana, dalla passione all’ingratitudine, senza limiti.

Ma il tuo sguardo resta fisso lì. Su “Il pallone che cammina”, come titola il suo libro Giovanni Toia.

In un mondo come quello attuale dove spesso il tifo è diventato una metafora e un atteggiamento, un porsi contro nella politica e altre sedi (stadio compreso, nonostante si sia sempre di meno), molti leggeranno il libro a caccia degli episodi calcisticamente e giornalisticamente più piccanti.

Noi ci abbiamo trovato dentro tutta la carica, ma anche la delicatezza di chi sa di aver sempre scelto una squadra (in questo caso la Pro Patria, l’Inter) senza aspettare a lungo il destino. Sospinto dallo zio, don Silvio, e da inossidabili guide femminili. La determinazione di chi ha registrato con il suo primo dispositivo non una canzone, bensì “Tutto il calcio” perché quelle radiocronache erano una musica. E Giovanni ha cercato e trovato poi la sua strada radiofonica, coronando il sogno.

Il giornalismo è macinare chilometri e vite, cercare scoop che ti fanno sentire il brivido decenni dopo e non esserne paghi. È anche e soprattutto rapporti umani. Dal microclima con il cuore immenso come Sacconago (e Pro-Cas diventa una tempesta di adrenalina con retrogusto di Champions, in barba alla categoria) a un campione del mondo del mondo.

Sì, è un mondo duro, sfacciato e al contempo di cartapesta, quello del calcio, velenoso e solitamente irriconoscente. Lo è, se tu fai il giocatore, il mister, il patron: il giornalista ancora di più, forse.

Ma in questo libro quella febbre resta immensa e pura. Come dice nella prefazione Roberto Pacchetti, è da leggere con leggerezza e più sorrisi possibili.

Prendete un raduno magico al ristorante dove i campioni non ricordano, ma fanno toccare con mano ogni istante. Gipo Calloni che rammenta quando a Como gli idrovolanti costituirono una diabolica distrazione per il portiere e le reazioni a quella tavola mostrano i segreti di quella Pro e della sua gente: essere uniti, mettersi a disposizione.

Toia indica come i tre moschettieri Calloni, Lello Crespi, Pippo Taglioretti. Ne aggiunge un quarto, Marco Zaffaroni.

In queste pagine affiorano guide mai abbastanza ricordate. Gianni Fusetti, tigrotto gentiluomo, al quale tanti di noi devono l’inizio del sogno giornalistico. Un altro, lo abbracceremo alla fine di questo pezzo.

Perché prima dobbiamo nominare il Confa, citato da Giovanni, e la splendida avventura de “La Provincia di Varese” in cui si era una squadra capace di andare oltre le divisioni (quanti derby Pro-Varese in redazione) e di prendere posizione, costasse quel che costasse. Andrea che sa in chi credere, in chi dà tutto, come lui.

Tanti sfilano senza chiedere nulla, sul campo e in queste pagine. Si può vedere il filo rosso da don Angelo Volonté a don Luigi Caimi, uomini della chiesa e della gente. Si può sentire la rabbia dentro, a qualche ricordo di giacchette nere. Si può dire addio al dream team senza perdere la capacità di sognare e accogliere la concretezza dei progetti con Pietro Vavassori. Si può cadere e risalire. 

Ci si può commuovere, vedendo Giorgio Campo lanciato in aria dagli ultras o risentendo la voce di Peppino Mancini.

Ci si deve commuovere: persino il piantone (quell’albero forte e gentile che ha raccolto tante sensazioni e confidenze allo Speroni) lo fece in quello sciagurato giugno 2009, mentre il sogno della B andava in frantumi.

E concludiamo con un grazie per un ricordo, che rivela tanto delle persone e del vero ambiente Pro Patria, quello per cui ci si prendeva cura dell’altro e lo sport significava amicizia. Quello in cui ti scannavi su un giudizio, ma poi si rideva e viaggiava insieme: come nel gruppo di tifosi in bici che si ritrova a pedalare verso lo stadio.

Giovanni Rimoldi. Un giornalista, che amava lo sport (in omaggio anche a papà, famoso ciclista) e di spazio. Un uomo che ha affrontato tutto, malattia compresa, da tigrotto.

Abbiamo capito che quest’ultima battaglia stava volgendo al termine, perché allo stadio non si presentò. Oggi più che mai, ringrazio Giovanni Toia di avermi avvisata: io sedevo ai popolari in quel periodo, perché mi sembrava di sentire meglio la febbre biancoblù.

Se sono riuscita a dire addio a Giovanni Rimoldi, è grazie alla Pro. E abbracciare un amico prima del Viaggio è preziosissimo. Questo è “Il Pallone che cammina”, quello che ti fa correre a fare ciò che conta. Sempre. Con gli altri o da solo, euforico o ferito, fiero e mai sazio. 

Il pallone che cammina 

Giovanni Toia

SMOwn Publishing 

Marilena Lualdi


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