La poesia come compagna di vita, amica e confidente, una presenza viva e palpitante che ti segue ovunque, suggerendo alla mente sensazioni a volte primordiali, arrivate quasi in un transfert. Maria Elena Danelli è una sorta di rabdomante del verso, lo scova tra le macerie della vita, in mezzo ai sassi, nei cimiteri, nelle strade trafficate e nei silenzi di antichi luoghi accarezzati dal vento. Le parole corrono e si rincorrono, dipingono paesaggi reali e a volte onirici, scavano nella terra dei sentimenti, restituendo al lettore immagini a volte cinematografiche, fotogrammi di una memoria catturata tra i gesti e il non detto.
Dopo l’esordio nel 2018 con “La corte dei Miracoli”, Danelli, fondatrice con Gaetano Blaiotta della casa editrice GaEle di Cuvio, arriva in libreria con la seconda prova poetica, “Dal Diario delle Terre” (RPlibri, Benevento, pp. 68, euro 10) che si avvale dell’affettuosa prefazione di Caterina Martino, docente di italiano a Perugia. «Ciò che mi ha colpito di lei, immediatamente, è stato il suo modo di tacere, il peso esatto delle sue parole, l’oro che vi passava attraverso, prezioso», si legge nell’introduzione, ed è proprio la sapienza compositiva che Maria Elena mette, allo stesso modo di un erborista, nella “ricetta” di ogni poesia, a fare di ogni lirica una preziosa pagina del diario della vita, unendo l’esperienza del viaggio a quella dell’incontro, dello scambio di intelligenze e di umori, della visione onirica.
«Ogni mio viaggio è suggellato da poesie, soprattutto quando mi reco nelle terre del sud, mi sembra di esserci già stata e appena sono lì trovo la vena ispiratrice. L’intuizione arriva spesso quando non ho con me carta e penna, allora aggancio il pensiero e lo fisso in un secondo tempo. Se scrivo al computer, riesco meglio a calibrare le sfumature dei versi che magari mi sfuggono nella stesura a mano», racconta Maria Elena Danelli, che scrive da sempre e ha “incontrato” nella prima poesia del libro le due bisnonne, Maria di Pisticci ed Elena di Trieste.
«Dedico la mia raccolta poetica a chi ha voglia di fermarsi e osservare, come faccio io, la natura e gli affetti. La natura è maestra di vita, un albero o un merlo non hanno bisogno di compiere a ogni costo gesti eclatanti come fa troppo spesso l’uomo, esistono e basta. L’importante è trovare del tempo per sé stessi e capire che viviamo in un miracolo costante e possiamo essere migliori di ciò che siamo. La mia è anche la necessità di lasciare un segno, la sensazione di scrivere qualcosa di onesto, e vedo la poesia come un fiume che mi scorre sopra la testa. Ogni tanto “capto” qualcosa e la faccio mia», aggiunge Danelli, che di tanto in tanto compone versi in dialetto meneghino «un segno di continuità con gli affetti più cari» e sta preparando una raccolta di racconti dal titolo “Sorridere sulle macerie”, sorta di diario di bordo del quotidiano.
L’artista, che ha tra i suoi mentori letterari Josif Brodskij, Boris Pasternak e Gennadij Ajgi, poeta russo scomparso nel 2006 e pubblicato da GaEle, dice di commuoversi di fronte alle opere dello scultore Fausto Melotti -già ispiratore delle “Città invisibili” di Calvino- e di aver percepito la presenza del poeta Percy Bysshe Shelley durante una visita al cimitero degli inglesi di Roma dove è sepolto: «Amo il mare e come Shelley, che morì annegato, rischiai di affogare a Schiavonea. Al cimitero acattolico ebbi la percezione della sua presenza accanto a me».
Il viaggio in versi parte da paesi e città del nord fino ad arrivare nell’amato sud, con la Calabria in particolare, la piccola patria di Frascineto, ai bordi del Pollino, luogo di antiche radici arbëreshe, cui la poetessa dedica diverse liriche: «…la terra è un mormorio dorato che placa/ il dolore del cuore/ ma ciò accade/ se tutto il corpo è un orecchio», e ancora: «Ma qui Dio non è nel cielo/ è nella terra, negli spini, nei campi. È una parola da dissodare».
La poesia di Maria Elena arriva dagli occhi, dalla capacità di osservare senza giudicare, di comprendere l’altro, umano o animale -particolarmente toccanti i versi dedicati a un gattino cieco come il poeta Borges «un cuore che batte al ritmo delle terre»- di lasciarsi pervadere da emozioni continuamente diverse. Ciò che traspare “Dal Diario delle Terre” è il fardello della sensibilità, difficile da portare quando è così grande come quello di Maria Elena, che da un lato accarezza ogni cosa e dall’altro impone una sofferenza condivisa, una compassione continua per oggetti e viventi che soltanto l’acqua pura della poesia può in qualche modo diluire.
Siano le terre arse della Calabria o gli alberghi anonimi di una Milano “vermicolante”, la Spaccanapoli superstiziosa o il Crocifisso di Fuscaldo, i protagonisti delle liriche di Maria Elena Danelli posseggono sempre la nobilità dell’incontro, la capacità di riflettere la ricca tavolozza di stati d’animo di chi scrive, dopo aver osservato a lungo, in silenzio, un atto del gran teatro della vita. E il sipario, alla fine del libro, rimane alzato a metà, prelude a un atto nuovo, germinato dalla tenerezza di un addio: «Forse le foglie/ sono più brave di me a salutarti./ Ricordati il basilico sul davanzale:/ anche lui ha bisogno / d’amore».












