Torna l'appuntamento con la rubrica dedicata alla storia, agli aneddoti, alle leggende e al patrimonio storico e culturale di Varese e del Varesotto in collaborazione con l'associazione La Varese Nascosta. Ogni sabato pubblichiamo un contributo per conoscere meglio il territorio che ci circonda. Oggi raccontiamo una curiosità storica, quella dei pirati del lago di Varese.
Anche il lago di Varese aveva i suoi pirati
Anche il lago di Varese aveva i suoi pirati: i naufragatori. Questi pirati, che operarono prevalentemente nei secoli XVII e XVIII, erano delle piccole bande dedite al brigantaggio sommerso, formate per lo più dagli abitanti dei villaggi rivieraschi. Erano delle associazioni criminali, composte da pescatori e contadini, che comparivano nei momenti di difficoltà economiche (in particolare durante le carestie) e si scioglievano quando l’emergenza era passata o avevano raccolto un consistente bottino.
Una nota interessante ed insolita di questi pirati era la presenza, al loro interno, di donne che fungevano da spie, pali o esche per mettere a punto la progettata rapina.
Vediamo di conoscerli meglio: Capolago per il lago di Varese. Arolo, Ispra, Ghiffa e Feriolo per il lago Maggiore sono a volte citate quali covi di queste bande criminali occasionali.
La tattica di quella gente era molto semplice: una spia (di solito donne che giravano per i mercati) avvertiva quando si sarebbe effettuata una spedizione di merci preziose via lago.
Il giorno convenuto, gli uomini del paese preparavano una trappola: un gruppo di donne con bambini (per non destare sospetti) si imbarcava su una zattera saldamente ancorata in un punto (ad esempio le Fornaci di Ispra e il Sass Cavalasc di Ranco), dove vi era una fila di scogli sommersi a poca distanza dalla riva.
Alla vista del barcone da trasporto che attendevano, le donne si mettevano a gridare aiuto e ad attirare in tutti i modi l’attenzione.
Solitamente l’equipaggio del naviglio accostava, vuoi per curiosità vuoi perché attirati da donne giovani e piacenti, il barcone si arenava e a volte fracassava la prua sugli scogli.
Nella confusione che seguiva, gli uomini del paese si gettavano in acqua e salivano numerosi a bordo, massacravano a coltellate e a colpi d’ascia tutti i membri dell’equipaggio per non lasciare testimoni e, portato via il bottino, bruciavano il barcone per cancellare ogni traccia della loro impresa. Questa era pirateria imposta. Imposta dalla fame, dal malgoverno e dalla disperazione.
Tra i nostri antenati ci furono anche questi naufragatori, diventati pirati per nutrire i loro figli.Nell’esporre le storie dei nostri pirati lacustri abbiamo visto quali erano le tattiche e le armi che impiegavano per mettere a segno i loro colpi che spesso fruttavano ricchi bottini.
Predatori e prede avevano come scenario d’azione anche il lago di Varese dove la barca faceva da protagonista in ogni vicenda.
(fonti: Carlo Avalle, Leggende diaboliche della storia italiana, Torino, 1846. L. V. Bertarelli, Piemonte-Lombardia-Canton Ticino, Touring Club Italiano, Milano, 1913, Pier Ambrogio Curti, Tradizioni e leggende, Colombo, Milano, 1856. Costanzo Ranci, La sponda magra, Libreria Editrice Ambrosiana, Milano, 1931)















