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Territorio | 01 marzo 2024, 16:51

Rifiuti, incuria e un bambino tradito. Così l’isolino Virginia dei nostri ricordi non c’è più

Siamo andati a visitare il patrimonio Unesco e quello che abbiamo trovato è la bellezza offuscata dall'abbandono: il pontile affonda circondato da plastica, bottiglie abbandonate e scarti di edilizia. Risaliamo in barca e ci allontaniamo per non farci prendere dal magone: questo piccolo paradiso ora soffre dimenticato

Rifiuti, incuria e un bambino tradito. Così l’isolino Virginia dei nostri ricordi non c’è più

Sono le 10 del 28 febbraio quando salgo sul barchét di un caro amico per salpare verso l’Isola Virginia, dopo sei anni di assenza e molti ricordi che pungono. Cielo e lago sono grigio piombo, il Campo dei Fiori «el g’ha su ul capell de nivul», segno dell’inversione termica, ma la suggestione è tanta, il silenzio quasi assoluto, rotto soltanto dai richiami di svassi e folaghe e dal cicaleccio di cince e codibugnoli. 

Remo adagio, sono fuori allenamento, e da Bardello a Biandronno mi accorgo di quanti rifiuti si siano accumulati sulla riva, dai galleggianti bianchi dei canottieri alle boe arancioni, e poi sacchetti e bottiglie di plastica e ogni sorta di ramaglia. Sotto la villa ex-Baratelli a Biandronno, ora di proprietà russa, esce il torrente che arriva dal laghetto, ma c’è anche molta schiuma, segno forse di sversamenti di detersivi e altre porcherie.

Arrivo alla “Strencia” e l’isola appare, appena velata da una sottile nebbiolina, è una meta agognata per me, il ricordo di un’infanzia e adolescenza felici, di estati trascorse con mio padre a pescare in barca, proprio davanti all’“Isola Bella”, un agglomerato di cannucce tra il porticciolo e l’isolino, ancora presente nonostante quasi l’80 per cento del canneto del lago sia ormai svanito. 

L’approdo all’isola, intitolata il 26 settembre 1878 a Virginia Ponti che tolse lo scettro a donna Camilla Litta, è traumatico, il vecchio pontile di pietra sta letteralmente affondando, rotto in più punti e delimitato da una catenella bianca e rossa e da alcune barriere, una pianta ha “abbracciato” uno dei pilastri sgretolandone la base. Poco distante, sulla panchina di legno dove crescono ormai i licheni, giace una bottiglia di birra vuota, simbolo di un degrado senza fine, testimoniato da rami disseminati ovunque, alberi gravemente danneggiati, cartelli segnaletici illeggibili, foglie secche ovunque. 

L’incubo prosegue non appena mi avvicino alla struttura del ristorante, chiuso dal maggio 2023 quando l’ultimo gestore, Luigi Lanzani, lo ha lasciato per trasferirsi a Besnate. Le porte sono piene di ragnatele così come il sottotetto della veranda a lago, e i due gazebo esterni sporchi e pieni di foglie secche. L’imbarcazione che trasportava i gitanti dalla “Strencia” all’isola è lasciata a sé stessa, senza una copertura, con ancora il motore fuoribordo e i salvagenti ormai ammuffiti legati alle panchine interne. Ai lati dello scafo, nell’acqua si vedono diverse tegole rotte e altri rifiuti, uno scenario di totale desolazione. 

Non va certo meglio all’interno dell’isola, dove si compivano gli scavi archeologici. Tutto è allagato, e dal terreno emergono, al posto di punte di selce, ceramiche e resti di palafitte, bottiglie di vetro rotte e pezzi di sacchi di plastica. Intorno, tubi arancioni di plastica abbandonati vicino al capanno degli attrezzi. Cammino verso la punta che dà su Cazzago Brabbia e un po’ ovunque ci sono rami secchi, tronchi segati e resti di fiori di loto, il Tesinell, braccio di lago tra l’Isolino e la terraferma, non è più navigabile per l’infestazione di piante di loto che nessuno sfalcia. 

L’isolino dei miei ricordi non c’è più, e di colpo mi viene in mente che questo è un sito che l’Unesco ha inserito nel suo patrimonio nel 2011, un’eccellenza a livello internazionale per la sua straordinaria importanza archeologica, e Varese sta perdendolo tra l’indifferenza generale, come fosse una scarpa vecchia da buttare in discarica. Non c'è traccia di cura o gestione da parte di chi dovrebbe occuparsi dell'area: Virginia si starà rivoltando nella tomba vedendo l’ingresso e il balcone del Museo Archeologico preda di rami impazziti e ragnatele, con il portico invaso da foglie secche. 

Un tempo l’isola era attraversata da eleganti vialetti ricoperti da ghiaia e delimitati da aiuole fiorite, lampioncini rischiaravano le sere, in terrazza si ballava al suono del juke-box, cartoline reclamizzavano il relax domenicale sul lago e il gestore era il leggendario Rico Parola, rimasto lì come un eremita per ben 26 anni. I vecchi ricordano come a Biandronno ci fossero tre barcaioli, il “messa bassa” Gorini, il “Sandrin Peruca” e l’Angiol Manfredi che accompagnavano i visitatori all’isola, a Gavirate quattro e due alla Schiranna, per un totale di circa 60 barche a noleggio sul lago. 

Mio padre mi raccontava di pantagrueliche mangiate di pesce appena pescato, che “il Giordano”, cuoco dell’isola, cucinava alla brace, con la compagnia del Giuan Borghi e del dottor Ceriani, allora medico del Varese calcio. Si tirava notte, tra una bevuta e un ballo, e poi si tornava in barca alla luce della luna. 

“Saluti dall’Isola Virginia”, si legge su una cartolina anni ’50, e stringe il cuore vedere la terrazza di allora, con l’ombrellone della “Coca Cola”, i vasi di fiori, il tavolino con le bibite e i bagnanti in costume pronti a tuffarsi nelle acque ancora pulite del nostro lago. Nell’epoca algida e impersonale del digitale e dell’intelligenza artificiale, la cultura del lago, i suoi silenzi e le luci livide e meravigliose, le misteriose voci del canneto, la fatica dei pescatori, ma anche la vita semplice della gente di allora, è ormai una dolce memoria soltanto per inguaribili romantici, attenti ai sentimenti di uomini e animali e non alle imposizioni delle macchine. 

Riprendo la barca e remo più velocemente perché mi addolora ciò che ho visto e devo allontanarmi presto per non farmi prendere dal magone. L’isola un tempo centro della vita del lago, è diventata uno scarto, rifiutata dalla nostra società usa e getta dominata dalla burocrazia e dalla mala politica, e il molo dove attraccò la barca parata a festa del Duca degli Abruzzi è oggi il simbolo dell’indifferenza, dei lavori prolungati all’infinito, dell’agire un tanto al pezzo, con disarmante superficialità. 

A casa mi consolerò guardando le vecchie cartoline in bianco e nero, con le barche dei pescatori che “metteven giò i reet” proprio davanti allo chalet di legno, e quelle degli innamorati che attraccavano al moletto di pietra e prendevano il sole sul praticello, prima di bagnare i piedi nell’acqua limpida del lago. Una cartolina colorata mostra addirittura le donne di Biandronno in trasferta all’Isolino a lavare i panni sulle pietre affioranti dall’acqua e i barcaioli che le osservano con il cappello in testa e l’immancabile gilet. E mi sembra di riascoltare la voce di mio padre che mi dice: «Nemm denter a r’Isula a mangià quaicoss», dopo un mattino di pesca e di sole. 

Non so se andrò di nuovo “dentro all’isola”, preferisco che rimanga il ricordo di allora e la piccola consolazione che papà non abbia potuto vedere lo sfacelo di oggi, la triste fine di ciò che per lui ragazzo era stato un piccolo paradiso dove alimentare sogni e speranze. 

Mario Chiodetti

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