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Varese | 09 dicembre 2021, 14:11

Neppure un bar per varesini e turisti alla Prima Cappella. «Qui una volta c'erano forni, pizzeria e ristorante che ti facevano sentire in famiglia»

Serve un viaggio a ritroso nel tempo per ritrovare luoghi di accoglienza e ristoro in un punto turistico dove oggi, più in basso, c'è il Linea Ottantotto e poi più nulla. Fausto Brianza: «Dalla pizzeria Annunciata a "Il Gallo e la Stella", qui si respirava il clima del palazzetto». Daniela Montanari: «Cenavamo la sera di Natale al ristorante Samaritana, respirando il calore della famiglia e il piacere di condividere»

Arrivando alla Prima Cappella, varesini e turisti trovano il vuoto. Manca perfino un punto ristoro: una volta l'accoglienza era ben diversa

Arrivando alla Prima Cappella, varesini e turisti trovano il vuoto. Manca perfino un punto ristoro: una volta l'accoglienza era ben diversa

«Nuovo forno con posteria», si leggeva ai primi del ‘900 sull’insegna della vecchia casa sulla salita della Prima Cappella, un invito alla sosta per rifornirsi di provviste prima di ascendere al Santuario, a piedi oppure con la carrozzella trainata da due robusti buoi. Lo si vede in una splendida cartolina d’epoca, che documenta, assieme alle figure del titolare del trasporto, con cappello e gilet, e degli immancabili ragazzini curiosi, la tradizione di ristoro legata alla località, proseguita negli anni con il ristorante pizzeria Annunciata e, soprattutto, con la Samaritana, posta proprio sulla destra dopo il primo arco, e meta di buongustai da ogni dove, pellegrini e no. 

Un cicchetto, un caffè o un panino col salame non lo si negava a nessuno, e in tempi recenti, poco dopo la fontana affrescata, si entrava addirittura in un ristorante messicano durato fino agli anni ’90. Oggi è rimasto, più in basso, dove una volta il tram manovrava per entrare in galleria e portare i passeggeri alla partenza della funicolare, soltanto Linea Ottantotto, locale dove fare uno spuntino e bere una birretta o un caffè, ma alla Prima Cappella vera e propria, niente, nemmeno un baretto nascosto, e per mangiare al ristorante si deve poi per forza salire al Sacro Monte.

«Ricordo che la pizzeria Annunciata, dove tutti noi siamo passati dai tempi del liceo in poi, era gestita da chi al Palazzetto dello sport annunciava le formazioni delle squadre di basket», ricorda Fausto Brianza, grande collezionista di cimeli varesini e profondo conoscitore della nostra città. «Fino a qualche anno fa, però, sulla sinistra prima dell’arco, funzionava un bar e bed and breakfast chiamato “Il Gallo e la Stella”, di proprietà di Gianantonio Bulgheroni e della moglie. Il gallo ovviamente richiamava il galletto dei Roosters e la stella quella dei dieci scudetti della pallacanestro Varese».

La struttura dell’Annunciata, completamente restaurata, è di proprietà della Fondazione Paolo VI, mentre nell’edificio che accoglieva il ristorante Samaritana oggi c’è la sede del Centro espositivo Monsignor Pasquale Macchi.

A raccontarci l’epopea della Prima Cappella è Daniela Montanari, medico e nipote del grande pittore Giuseppe, tra i protagonisti di Novecento Italiano. 

«Sono cresciuta qui, mia nonna Nina mi dava i soldi per andare a comperare il gelato alla Samaritana. Allora c’erano il Mottarello o il biscotto, ma lei diceva che non bisognava mangiarli spesso perché facevano male, meglio, e a pensarci oggi sorrido, pane burro e zucchero! Da bambini ci divertivamo come matti, eravamo un bel gruppo: c’era una famiglia belga con quattro figli, uno dei quali mio coetaneo, poi i figli della famiglia Bianchi, contadini che avevano le cascine qui intorno, e i ragazzi di una famiglia di Milano che affittavano un’ala di casa Bianchi. Se la nonna non mi dava i soldi per il gelato, facevamo merenda ogni volta in una casa diversa».

Daniela ci mostra splendide fotografie d’epoca della Prima Cappella e altrettante del nonno pittore, del quale, prima della pandemia, era stata allestita una bella mostra retrospettiva alla Galleria Arteidea di Varese.

«I ricordi più belli sono legati alle cene nel ristorante Samaritana, tutta la nostra famiglia faceva Natale lì e ricordo ancora una strepitosa insalata di ovuli crudi con aglio, olio e prezzemolo. Il ristorante era segnalato con una bella insegna di legno e all’interno anche l’arredo ricordava quello delle baite. Splendidi erano anche i locali dell’Annunciata, con le volte a botte. Mio nonno fece anche un disegno della Samaritana, che tuttora conservo».

La nipote di Giuseppe Montanari, nato a Osimo ma con il Sacro Monte (e i gatti) nel cuore, ci porta nello studio del pittore, ancora ingombro di carte, tele e libri e mostra le fotografie di famiglia (oggetto di un prossimo articolo), tra le quali ne emergono due che raccontano di una cena alla Samaritana. Si vedono la piccola Daniela, la zia Marisa Montanari, lo zio Sergio Comini, la mamma Biancamaria e il nonno Giuseppe con la moglie Nina, la nonna materna Giagia, mentre il papà Cini, anch’egli medico, è in piedi. 

«Mi viene il magone a vederle, testimoniano un tempo diverso, più lieve, il calore della famiglia e il piacere di condividere. Ricordo ancora nonna Nina, che alla sera vedeva alla televisione gli incontri di boxe e leggeva tre o quattro quotidiani, mentre il nostro cagnone Tim, incrocio tra un pastore scozzese e uno tedesco, sotto il tavolo della cucina muoveva l’enorme coda come un ventaglio».

Usciamo da Casa Montanari come da un sogno, pieni di ricordi e di bei libri donati, e prima di salire in macchina, Daniela, mi offre un’altra memoria che fa male: «Nella cartolina d’epoca della Prima Cappella, sono raffigurate le bancarelle di Vittorina e Savino, un’istituzione del Sacro Monte». Avrei bisogno di un cordiale, per riprendermi dalle emozioni, ma è lunedì, e anche Linea Ottantotto è chiuso.

Sotto nella gallery, il "vuoto" di oggi in zona Prima Cappella dove un tempo c'erano forni, trattoria, pizzeria, ristorante, bed and breakfast. L'unico punto dove ristorarsi, ma leggermente più in basso, è il Linea Ottantotto (ultime due immagini). Nelle foto anche le cene alla Samaritana della famiglia Montanari, simbolo di un mondo diverso, dove esisteva ancora il piacere di condividere

Mario Chiodetti

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