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Varese | 18 ottobre 2021, 19:59

VIDEO e FOTO - L’attesa, la bottiglia e quella marcia lunga 650 metri e 5 anni: le ore del trionfo del "nuovo vecchio" sindaco Galimberti

La breve attesa in viale Monte Rosa nella sede del Partito Democratico, attorniato dai sodali, poi i primi abbracci e il cammino verso la “casa” di Palazzo Estense (quella dove ha costruito il suo successo) quindi le prime parole e la festa definitiva: cronaca del pomeriggio che ha incoronato il bis del primo cittadino uscente

VIDEO e FOTO - L’attesa, la bottiglia e quella marcia lunga 650 metri e 5 anni: le ore del trionfo del "nuovo vecchio" sindaco Galimberti

Tra la sede varesina del Partito Democratico e Palazzo Estense ci sono poco più di 650 metri. Davide Galimberti li percorre a piedi, attorniato dai sodali e dalla sua famiglia. Passeggia con calma: ha già capito da tempo di essere stato nuovamente eletto sindaco della città di Varese.

Il breve tragitto diventa ben più lungo se si entra nel campo delle metafore: partito 5 anni e mezzo fa dalle stanze di un partito, da avversario semi-sconosciuto alle primarie democratiche del ben più noto Daniele Marantelli, è solo dentro al Comune che ha costruito la sua fama, la sua progressiva potenza e in sintesi la sua riconferma. Il PD, più che essere lontano, col tempo è diventato un appoggio, concreto e leale, un porto sicuro e maturo. Mentre lui, però, si faceva più grande. Più grande di tutti. E trainava. A Palazzo Estense. 

Dove oggi è tornato con quella passeggiata calma e sicura, tratti caratteristici dell’amministratore e del personaggio, per starci altri cinque anni e governare quel quarto abbondante di Varese che gli ha dato fiducia. Poco? Sarebbe stato lo stesso per Matteo Bianchi. Da vincitore, almeno oggi, può quindi anche non curarsene, sebbene nelle sue prime parole non dimentichi un accenno alla questione: «Saremo gli amministratori di tutti i varesini, anche di quelli che non sono andati a votare». 

Già, vincitore: non c’è voluto tanto per capirlo. La suspense del ballottaggio è durata lo spazio dello spoglio delle prime 15 sezioni: già a quel punto la forbice tra i due candidati era nell’ordine dei 150 voti. A fine spoglio avrebbe superato i duemila.

 Galimberti ha atteso i risultati circa un’ora, chiuso in una saletta di viale Monte Rosa: vicino a lui tutta la sua squadra. Mentre in Comune c’erano solo i dati e i giornalisti, lì il mondo democratico si univa: dal senatore Alessandro Alfieri al consigliere regionale Samuele Astuti, dai vertici varesini del partito Luca Carignola e Luca Paris, al vecchio avversario Marantelli, dalle assessore della sua giunta Francesca Strazzi e Ivana Perusin ai candidati consiglieri.

A metà spoglio si palesa una bottiglia di spumante: non è ancora il momento di aprirla, ma non è uno scandalo farla vedere. Le sezioni si accavallano l’una sull’altra con una rapidità che ammazza l’incertezza: sono da poco passate le 16 che la bottiglia si può aprire e fuori dalla sede del PD iniziano gli abbracci.

E poi la marcia, mentre in Comune arrivano anche gli alleati delle altre otto liste sostenitrici. Galimberti giunge in via Sacco e per prima cosa saluta i dipendenti comunali. I giornalisti lo aspettano in cima al cortile d’onore, dove i cancelli si aprono sulla maestosità dei Giardini, ma con uno scatto repentino il nuovo vecchio sindaco dribbla telecamere e taccuini e corre verso lo scalone, poi verso il suo ufficio. La transumanza di penne e microfoni allora lo segue e si piazza in sala Matrimoni. Ad aspettarlo. 

Perché è tempo delle sue prime parole: «Il lavoro fatto bene premia, anche a Varese. Mi sembra che questo dato uscito dalle urne confermi le difficoltà della Lega, le stesse di cinque anni fa. L'aspetto più importante è comunque il riconoscimento che gli elettori varesini hanno tributato al alla concretezza. Nei prossimi anni lo porteremo avanti: il compito delle istituzioni è quello di tenere insieme tutti e già da questa sera lavoreremo in questa direzione. Ho vinto con un vantaggio superiore a cinque anni fa? Segno del mio pragmatismo e della differenza tra noi e il centrodestra un po’ vecchio».

E ancora: «Il mio avversario? Una persona corretta, è stata una campagna corretta. Lavoreremo io da sindaco e lui da parlamentare per Varese. La prima cosa che farò è sentire tutte le forze politiche che hanno partecipato alle elezioni per sentire la loro opinione visto il periodo storico particolare». «I grandi sconfitti sono Matteo Salvini e la Regione Lombardia: credo che la Lombardia grazie all'energia dei Comuni possa costruire un progetto alternativo che parta dall'efficenza e non dalle chiacchiere» la chiosa finale davanti ai giornalisti.

Alfieri, Andrea Civati e Dino De Simone prendono il nuovo vecchio primo cittadino e lo sollevano in aria. È lo start a una festa che prosegue per almeno un’ora, tra i corridoi, il suo ufficio - dove incontra Matteo Bianchi, che gli stringe sportivamente la mano e si presta a riconoscere la sua vittoria davanti a tv e carta stampata - e ancora il cortile d’onore, dove intanto una claque sempre più folta lo acclama.

Davide Galimberti ha uno sguardo, un saluto e una parola per tutti.  Non perde la lucidità, governa la marea che cerca di portarlo in trionfo: si lascia andare giusto con la sua famiglia e con chi davvero in questi anni gli è stato più vicino. Tra i sorrisi, una critica a quella carta stampata che a suo dire si è troppo schierata contro di lui e tante tante pose, la poker face con cui ha condotto Varese - guidando i suoi sostenitori e facendo disperare detrattori e avversari - rispunta sicura.

Senza di quella d’altronde, quei 650 metri tra viale Monte Rosa e Palazzo Estense non li avrebbe mai percorsi. Né ieri, né oggi.

Fabio Gandini


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