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Storie | 11 settembre 2021, 17:53

«Quando Varese aveva tutto...»: Luigi Carcano e la storia di un imprenditore che ha messo le ruote agli altri portandoli nel mondo

Intervista all'uomo che conduce una delle imprese più importanti dell'epopea varesina: la Carcano Trasporti. La famiglia patriarcale, «al nonno si dava del voi», il primo viaggio a Genova, «ci mettevamo otto ore» e quella città «che era un'ira di Dio, perché era la Varese dell'ambizione». E poi l'avventura di Casaforte, «abbiamo tenuto i mobili a Papa Benedetto», l'arte conosciuta tramite la moglie, «qui veniva Andy Warhol» e la lettera ai dipendenti in mezzo alla pandemia: «Sono orgoglioso di voi»

«Quando Varese aveva tutto...»: Luigi Carcano e la storia di un imprenditore che ha messo le ruote agli altri portandoli nel mondo

L’intervista è giunta quasi al termine delle suo flusso curioso. Un’ora e mezza è passata dal via: 90 minuti di domande e risposte che hanno fatto capriole tra ricordi e aneddoti, di parole che hanno reso tridimensionali fatti, luoghi e persone, uscendo dall’unico scrigno che le può contenere: la memoria di chi li ha vissuti.

La stanza è un quadrilatero reso incandescente da un sole cui tende e finestre mal si oppongono. Siamo in un complesso che un po’ tradisce gli anni della sua vetustà: entrando in un’azienda che ha fatto la storia dell’industria cittadina, tuttavia, non ti aspetteresti di essere al cospetto di connotati diversi. Fuori i camion fanno manovra. Docilmente: non si sentono nemmeno.

Arriva la domanda che vorrebbe essere l’ultima: «Cos’ha pensato durante questo anno e mezzo di pandemia? «Se vuole le leggo la lettera che ho scritto al mio personale, a marzo 2020…» è la pronta risposta. Luigi Giovanni Carcano si alza, esce dalla camera della lunga conversazione, accede al suo ufficio con essa comunicante e torna poco dopo con in mano due fogli stampati. E inizia a leggere: «A tutto il personale e collaboratori del Gruppo Carcano (….) il Paese si è praticamente fermato (…) ma noi abbiamo un lavoro particolare (…) assicuriamo la distribuzione di tutte quelle merci che servono alla nostra quotidianità (…) Mi rivolgo a tutti voi (…) per ringraziarvi per l’impegno profuso in questi giorni nel lavoro quotidiano (…) Non è facile andare a lavorare ogni mattina di questi tempi. Ma tutti voi lo state facendo con un senso del dovere fuori dal comune (…) Signori, vado molto orgoglioso di tutti voi, del Vostro sacrificio quotidiano (…) state facendo qualcosa di assolutamente straordinario».

Silenzio. «Come hanno reagito i suoi dipendenti, signor Luigi?». La replica ha gli occhi lucidi, che in uomo di 75 anni sondano ancora di più il cuore dirimpettaio: «Ho qui tutte le loro risposte…»

Victor Hugo scriveva: “Si sa che il lavoro ha sempre addolcito la vita: il fatto è che non a tutti piacciono i dolciumi”. Ecco: seguendo tale logica, Luigi Carcano è uno dei golosi più impenitenti che abbiamo mai conosciuto. 

L’amore per l’azienda che ha messo le ruote alle merci varesine, fondata dal nonno nel 1920, portata avanti da padre e zii, quindi raccolta da lui e dai fratelli, è però solo un proficuo fil rouge che porta a scoprire l’uomo e il teatro esistenziale che ne ha ospitato lo scorrere degli anni. Ne viene fuori un viaggio lungo, affascinante, composito e non scontato, pari a quello dei “Bestioni” che i suoi dipendenti continuano a guidare. Si parte da Casbeno, da sempre terra di campi coltivati, cascine, famiglie numerose e idee nutrite da un proverbiale sale in zucca.

I suoi primi ricordi sono legati a questo rione, Carcano?

«Sì, anche se io sono nato in via Sanvito Silvestro, dove ai tempi si era già spostata l’azienda. Però in fattoria, in via Corridoni, ci si andava sempre, ci si ritrovava tra cugini e zii: mio nonno aveva avuto 12 figli, eravamo una famiglia numerosissima. Era la Casbeno rurale: alle 4 del pomeriggio si andava a mungere le mucche e il premio più ambito era la panera, le “cremina” del latte, splendida da gustare. Noi bambini poi facevamo anche la vendemmia, dopo che si era raccolta l’uva. E del nonno rammento anche la trebbiatrice: enorme, rossa. Era l’unico ad averla nella zona e trebbiava il grano per tutti gli altri contadini»

Come si viveva in una famiglia così numerosa?

«C’era grande rispetto, per le tradizioni e soprattutto per i ruoli: il nostro era un nucleo patriarcale. Ho ancora ben saldi nella memoria i pranzi: il nonno a capotavola, tutti i figli maschi da una parte e un nipote a turno che aveva il privilegio di mangiare vicino a lui. Le figlie, una per volta, servivano a tavola. E al nonno si dava del “voi”»

Il nonno era il nonno Luigi, di cui lei prende il nome, il capostipite che - da un carro e un cavallo che metteva a disposizione degli altri contadini - fondò l’azienda…

«Ogni lunedì, da Casbeno, andava sempre a Varese, al Caffé Pini, al Socrate: erano i luoghi dove si facevano tutti gli affari, si comprava il cavallo, la mucca, o addirittura un terreno».

La Varese del nonno era ancora la Varese delle castellanze, mondi un po’ a sé stanti…

«Sì, già andare in centro doveva essere un viaggio: non c’erano mezzi di trasporto, solo il cavallo e il calesse. Parliamo della fine dell’800… Casbeno e Bobbiate erano l’orto di Varese: la storia della mia famiglia è iniziata lì».

Quando è nato lei, invece, i Carcano erano già diventati sinonimo di trasporti…

«Io sono nato in mezzo ai camion. L’azienda contava non solo dei mezzi, ma anche dell’officina meccanica, della falegnameria, degli strumenti per la verniciatura: si faceva e si aggiustava tutto al suo interno. Mi ricordo persino alcuni operai: “l’Ambroeus”, il Gino… Sono cresciuto in mezzo a loro. E a Natale il regalo era sempre un camion in miniatura, fatto dai meccanici».

Il primo viaggio su motrice con rimorchio a sei anni: un altro colpo di fulmine verso quel mondo…

«Andai a Genova, con il Silvio, uno degli autisti. Si partiva alla dieci della sera e si arrivava in Liguria alle 6 del mattino dopo, otto ore su un camion che si chiamava Orione/8. Autostrada fino a Milano, poi la tangenziale, che ai tempi non era autostrada, e poi la statale fino a Tortona. Qui un’ora e mezza di pausa, una sosta obbligata per tutti i mezzi: dopo quel tragitto anche loro dovevano riposare. E allora, controlli di rito (radiatore e gomme) e poi gli autisti si intrattenevano in uno dei tanti ristoranti e bar della zona: ne era pieno e stavano aperti tutta la notte. Quindi si ripartiva, si arrivava a Serravalle e si faceva il Giovi, scendendo a passo d’uomo, con il rumore tremendo dei freni e del motore a tutta forza nel tentativo di rallentare in qualche modo il mezzo. Infine si raggiungeva Genova, ma il lavoro non era ancora finito: gli autisti scaricavano tutto il carico a mano, cassetta dopo cassetta».

Sembra di rivivere una scena del film “Il Bestione”, con Giancarlo Giannini e Michael Constantin… Avventura, fatica, passione: è ancora così, oggi, il mestiere dell’autotrasportatore?

In realtà i tempi sono cambiati radicalmente, perché il comfort dei mezzi è diventato assoluto. Oggi, se uno sale su un camion, lo trova più confortevole di una Mercedes: è tutto automatizzato, c’è la televisione, il frigorifero… Allora occorreva pure una certa forza fisica per guidarli: anche solo girare il volante o cambiare marcia non era una passeggiata. Quello che non è cambiato è l’impegno richiesto: l’autista è vincolato al suo lavoro, è sempre in giro, risponde a “chiamate” che lo portano a migliaia di chilometri di distanza. È sempre per strada. Fare il camionista è stressante e, in virtù del traffico, anche pericoloso: devi sempre porre la massima attenzione, non ti puoi distrarre».

Che rapporto ha con i suoi dipendenti?

«Parto dal concetto di passione. Il camionista è uno di quei lavori che fai solo se c’è quest’ultima, così come una volta lo erano anche il marinaio e l’aviatore. Sei sempre lontano da casa, corri dei rischi: lo puoi fare solo se lo ami. Ecco: io penso che i miei autisti abbiano questo amore per il loro lavoro anche perché io cerco di comprenderli e so quello che fanno. È questo feeling che permette di creare, in modo naturale, una simbiosi tra il datore di lavoro e i suoi dipendenti. Alla Carcano Trasporti molti stanno tutta la vita. E, spesso, il posto di lavoro si è “tramandato” dai padri ai figli».

Cosa avrebbe fatto se non fosse stato erede di una famiglia con un’azienda di questo tipo? Ci ha mai pensato?

«Beh, forse sarei andato… dall’altra parte, cioè avrei seguito le orme del nonno materno. Se Luigi Carcano, il papà di mio padre, era terra e camion, il nonno Gandini, il papà di mia madre, era un muratore, che tra l’altro lavorava alla De Grandi, una delle maggiori imprese del ramo nella nostra provincia. Mi portava in giro a vedere i cantieri, io gli andavo dietro. E osservare i muratori lavorare mi appassionava parecchio… Insomma, forse avrei fatto qualcosa in campo immobiliare…».

Per un imprenditore è più importante l’intuizione, l’idea che nessuno ha mai avuto, oppure l’idea già esistente ma proposta nel momento giusto e nel luogo giusto?

«Bella domanda. Le risponderei “entrambe”. L’imprenditore vede quello che gli altri non vedono, lo sogna e lo costruisce. Ma, in particolare se ha la possibilità di girare il mondo, quando si accorge che un’idea già esistente può essere una buona idea, beh deve essere bravo a riproporla…»…

Casaforte, “l’Hotel delle Cose”, l’impero del self storage che lei ha costruito alla fine del secolo scorso, è un esempio di quest’ultimo concetto: diffusa all’estero, soprattutto nel nord Europa e negli Stati Uniti, in Italia non esisteva…

«È stata un’iniziativa imprenditoriale che ha fomentato la mia passione per questo lavoro, oltre a darmi la possibilità di coinvolgere tanti altri imprenditori. A un certo punto Casaforte ha avuto 100 azionisti, era come una piccola “public company”: alle riunioni sembrava di essere al Rotary… Mi hanno seguito i Beretta, i Limonta, i Falco, i Faccin di Cagliari, i massimi imprenditori varesini… Fantastico…»

È un business destinato a crescere ancora?

«Può avere un’evoluzione infinita. Negli Stati Uniti ci sono 25 mila self storage: quando fanno un piano regolatore, prevedono uno spazio per la chiesa, uno per il municipio e uno per questi servizi, tanto sono considerati indispensabili. Qui in Italia ce ne sono 40, 25 sono nostri: un domani ogni città potrebbe averne uno…».

È vero che da Casaforte sono passati anche i mobili di Papa Benedetto XVI?

«È vero, così come quelli di altri personaggi famosi che la discrezione mi ha sempre imposto di non citare. Ma io ricordo anche una ragazza che da noi ha portato i mobili della sua casa dopo che aveva rotto con il marito. Ci ha detto: fortunatamente li posso lasciare qui, in attesa di rifarmi una nuova vita… Non finiva più di ringraziarci…».

Ci sono state altre idee “importate” nella sua carriera imprenditoriale?

«Sì, una in particolare, quando ero giovane e sono tornato a Varese dopo essere stato a Londra a imparare l’inglese e a lavare piatti…».

Prima dell’idea, allora, i piatti lavati…

«Grande esperienza anche quella. Al mattino frequentavo la scuola alla St. Anthony e lì c’erano ragazzi di tutto il mondo. Era bellissimo: trovavi dall’iraniano al pakistano, dall’argentino allo spagnolo… Tutto intorno a noi c’erano le guerre, ma in classe si creava un’amicizia unica. Alla sera, invece, andavo a lavare i piatti, lavorando dalle 18 alle 23. Fortunatamente mi davano anche da mangiare: era il ristorante San Lorenzo, uno dei più noti della capitale, venivano attori e imprenditori famosi… E si mangiava benissimo». 

Torniamo all’idea…

«Per dormire mi ero prima sistemato in un ostello, poi, dopo aver capito come funzionavano le cose, avevo preso in affitto mensile un monolocale: camera, cucinetta e basta. Il bagno era in comune, nel corridoio. A Londra c’erano condomini interi solo di appartamenti di questo tipo, mentre da noi praticamente non esistevano: erano al massimo le “risulte” di qualche condominio costruito non a regola d’arte. Per cui, quando sono tornato in Italia, ho preso un terreno della mia famiglia ad Avigno e ho pensato di farci il primo palazzo interamente costituito da monolocali a Varese: soluzioni abitative di 25 metri quadri ciascuna, con ingresso, sala che faceva anche da camera, bagno e cucina. Più un box per ognuno. Andai in Comune a proporre il progetto e mi guardarono storto: “Ma signor Carcano, vuole far su una casa di appuntamenti?”… Erano preoccupati… Gli spiegai che era una buona idea, che sarebbero stati abitati da giovani, professori e anziani. Avevo ragione: li affittai tutti in un attimo. E avevano, in proporzione ai costi, una resa altissima».

Che Varese era quella degli anni ’60 e ’70, quella in cui la vostra azienda crebbe maggiormente e si affermò definitivamente?

«Era una Varese nella quale c’era “l’ira di Dio”… Avevamo tutto, tutto. C’era l’Aermacchi, sinonimo di tecnologia, per la quale trasportavamo gli aerei prima a Venegono e poi a Genova, dove salpavano verso il mondo intero. C’era la Poretti, la Minonzio, la Carrozzeria Varesina, il burrificio Prealpi, il sacchificio Tordera, il maglificio Malerba, la Molini Marzoli, la Lindt dei Bulgheroni, la Ignis, i cui mobili da Milano a Comerio li abbiamo trasportati noi… C’erano i Trolli… C’era un fiorire di cartiere, di carrozzerie, di concerie… Fare un elenco sarebbe impossibile: industrie grandi, industrie qualificate. Per noi solo dover seguire le esigenze di tutti questi clienti era un continuo rinnovarsi e crescere. Era uno spettacolo… Ma è stato un mondo che è andato scemando: chi ha delocalizzato, chi ha chiuso, chi è fallito…»

È stata quella la “sua” Varese più bella?

«Indubbiamente. Ogni giorno bisognava correre, fare… Perché era la Varese del fare. Ed era una Varese che aveva tre banche, quindi una base economico finanziaria che sosteneva le sue ambizioni imprenditoriali. Ai tempi, per far partire un finanziamento, bastava una telefonata con il direttore: se lui ti diceva va bene, andava bene per davvero. Le banche hanno fatto moltissimo per il nostro territorio, poi sono sparite tutte. E la nostra città ha iniziato a perdere le industrie».

Chi è il varesino? E com’è cambiato nel tempo?

«Il varesino è appunto un uomo del fare. È un tipo molto riservato, che non ama farsi vedere, ostentare, andare sopra le righe. Valeva un tempo e, al netto di alcuni cambiamenti, vale anche oggi». 

La Varese che descriveva poc’anzi aveva anche del fermento culturale fra le sue peculiarità?

«Se sente mia moglie Marisa, che per anni ha gestito una galleria d’arte in centro città, no: per lei erano tutti presi a lavorare. Un po’ ha ragione eh, i varesini non hanno mai fatto la “coda” per la cultura, né allora, né oggi. Però del fermento in realtà c’era».

Ci racconti di questa galleria…

«Marisa la inaugurò nel 1975, sulla spinta anche di Marcello Morandini e Giorgio Vicentini, che erano degli amici. La chiamò Blu Art, su loro consiglio, aprendola in via Albuzzi, in uno spazio che affittato dai Bertoni Puricelli. L’obiettivo era quello di portare l’arte contemporanea qui a Varese e per 15 anni fu effettivamente così: fu un susseguirsi di mostre, una più bella dell’altra. Da noi vennero Marini, Morandi, Gentilini, Severini, Adami, Vangi, Burri, Castellani, Ceroli, Dorazio, Dova, Fontana, Mondino, Nespolo, Novelli, Santomaso, Schifano, Turcato, Vedova, Andy Warhol, La Rosa… Sicuramente me ne dimentico alcuni… Ma vada a vedere oggi i prezzi delle opere di uno di questi artisti, e mi dica se ne trova una sotto i 100 mila euro…».

Tutti questi “nomi” cosa pensavano della Città Giardino?

«Non potevano che pensarne bene. Perché Varese era diventata una città bella e ricca. E quella galleria costituiva un vero e proprio centro culturale, un “salotto” si direbbe oggi, molto stimolante. Tra gli habitué c’erano anche Piero Chiara, il Conte Panza, Luciano Gallina, oltre agli artisti citati. Ognuno di loro raccontava la sua vita, il suo lavoro, i suoi progetti, i suoi programmi, in uno scambio unico».

E a lei cosa affascinava di quel mondo così lontano dalla “forma mentis” imprenditoriale?

«Anche il fatto che fossero dei “pazzi”, dei matti veri. Per noi “1+1” fa e farà sempre “2”, per loro no: nella loro arte, nel loro modo di esprimersi, intravedevano un mondo diverso, un mondo avveniristico. Dopo un po’ ti accorgevi che avevano ragione».

Come vede il futuro dei giovani in questa città?

«Lo vedo difficile. Un po’ perché per loro il mondo attuale, rispetto al nostro, è molto più complicato: hanno meno possibilità, tempi di realizzazione più lunghi, più ostacoli e anche meno fame. E un po’ perché Varese, da tempo, non può offrire agli stessi delle chance professionali importanti».

È una china irreversibile? Siamo davanti a una morte lenta? Non si può recuperare quel fermento che lei prima descriveva, quello di cinquant’anni fa?

«Le aziende non ci sono più, almeno in città. Nel sud della provincia la situazione è diversa, basta percorrere una statale qualsiasi delle nostre che ai lati è un fiorire di imprese. Ma qui… L’unica è forse cercare una nuova vocazione…».

Turismo, Università, Medicina: ne proponiamo tre…

«Possono essere delle strade interessanti da seguire, soprattutto il turismo. D’altro canto Varese è in una posizione splendida e ha dei dintorni bellissimi. Basterebbe citare il panorama che si ammira uscendo dall’autostrada, al Bellavista, sui laghi e le montagne: lì dovrebbe esserci un punto di ristoro, è un balcone incredibile. Ed è solo uno dei tanti di questa città. Certo ci vogliono strutture all’altezza, bisogna investire, anche sui collegamenti. Però pensiamoci bene: Varese prima di essere città industriale è stata città turistica. Chissà mai che si possa riproporre quel percorso di crescita… Si dice “corsi e ricorsi” della storia, no?»

Un consiglio per il prossimo sindaco di Varese, chiunque egli sia?

«Rendere la città più bella, più vivibile, più accogliente e decorosa. Quando passo per le sue strade vedo metà dei palazzi e penso: dovrebbero essere tutti buttati giù. Sono stati realizzati nel periodo della speculazione, fatti un po’ come venivano… E non rendono onore alla bellezza di Varese».

Come si riparte dalla pandemia, Luigi Carcano?

«Continuando a credere nel futuro, come fa ogni buon imprenditore. Con prudenza, perché non ne siamo fuori, ma non mollando mai. L’imprenditore è così, ci crede sempre, è un sognatore».

 

Ecco il testo integrale della lettera che Luigi Carcano ha mandato a tutti i suoi dipendenti il 14 marzo 2020.

“A tutto il personale e collaboratori del Gruppo Carcano loro sedi. Il nostro Paese in queste settimane sta attraversando una delicatissima emergenza sanitaria. Ora dopo ora veniamo informati di quante persone vengono aggredite da questo virus e purtroppo di quante persone perdono la vita. In questi giorni e per le prossime settimane il Paese si è praticamente fermato. Le raccomandazioni delle nostre autorità sono per la limitazione di tutti i nostri spostamenti e la chiusura di un’infinità di aziende e attività. Noi abbiamo un lavoro particolare. Il nostro lavoro è la logistica, il trasporto, la distribuzione. Insieme a tutte le aziende come la nostra siamo coloro che assicurano al nostro Paese la distribuzione di tutte quelle merci che servono alla nostra quotidianità. La nostra azienda in particolare, come ben sapete, serve ospedali, case di cura, sale operatorie e consegna addirittura presso le famiglie. Noi serviamo anche tutta una serie di aziende di prodotti alimentari. Come ben capite, il nostro lavoro è di vitale importanza per la collettività. Con questa mia, vorrei rivolgermi a tutto il nostro personale, a tutti i nostri collaboratori: impiegati, magazzinieri, autisti, padroncini, per ringraziarli per l’impegno profuso in questi giorni nel loro lavoro quotidiano e sono certo continueranno il loro impegno per le prossime settimane. Non è facile andare a lavorare ogni mattina di questi tempi. Ma tutti voi lo state facendo con un senso del dovere fuori dal comune. Voi tutti inconsciamente state rendendo un grande servizio al Paese. Il vostro impegno quotidiano è forse da paragonare allo straordinario impegno di medici e infermieri. Signori, vado molto orgoglioso di tutti voi, del Vostro sacrificio quotidiano. Vorrei ringraziarvi tutti e dirvi che in questo particolare momento, Voi state facendo qualcosa di assolutamente straordinario. La nostra azienda, Voi tutti, siamo in prima linea per le necessità del nostro Paese. Ne dobbiamo andare tutti orgogliosi. Buona salute a tutti, buon lavoro a tutti voi. Grazie. Luigi Giovanni Carcano".

Fabio Gandini

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