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Opinioni | 03 agosto 2021, 09:30

L'OPINIONE. Ex Aermacchi, c'è modo e modo di cambiare: centro polifunzionale, giardini e spazi per i bimbi meglio dell'ennesimo supermercato

Basta con l’invasione di iper mega extra supermercati che hanno trasformato l’Italia in una brutta copia dell’America. Memoria e gloria di Varese devono esser emessi alla base dei progetti per non trasformare la città in una sequenza di market, rotonde e parcheggi

L'OPINIONE. Ex Aermacchi, c'è modo e modo di cambiare: centro polifunzionale, giardini e spazi per i bimbi meglio dell'ennesimo supermercato

Dopo aver pubblicato su Facebook un post in cui parlavo di mio nonno, operaio specializzato all’Aeronautica Macchi dagli anni Venti ai Cinquanta, il direttore Andrea Confalonieri mi ha chiesto un commento a quanto scritto, seguìto e dibattuto anche nel social network. Indubbiamente il comparto ex Macchi ex Cagiva costituisce un problema alquanto spinoso per la città e la sua amministrazione. Un impianto enorme, in parte fatiscente, con le necessarie bonifiche da fare, in primis quella dell’amianto, ma anche un pezzo della storia varesina, e della sua gloria, se pensiamo soltanto al record mondiale di velocità conquistato da Agello su un idrocorsa della Macchi. 

Certo, il mio è un coinvolgimento emotivo, dettato dai racconti di mio nonno, disegnatore meccanico, che in casa, come quasi tutti gli uomini del suo tempo, era capace di fare tutto, però la foga distruttiva che oggi caratterizza il fare, quasi sempre dettata da speculazioni e miraggi di profitto, rischia di buttare via l’acqua e anche il bambino, distruggendo ogni segno di memoria e l’operosità di chi ha trascorso buona parte della vita - e magari l’ha lasciata sotto i bombardamenti - in quei capannoni.

C’è però modo e modo di cambiare, e il passato rovinoso di Varese, con l’abbattimento del Teatro Sociale e del Mercato coperto, la dismissione delle funicolari e delle linee tramviarie, dovrebbe insegnare a imprenditori e amministratori che la strada da seguire va nella direzione del rispetto per ciò che è stato e in quello per l’ambiente e la qualità della vita, in un pianeta sempre più violentato da sprechi di ogni genere, inquinamenti e deforestazioni. 

Certo, non si può “salvare” l’intera struttura, ma almeno l’hangar deve essere salvaguardato, trasformato in un centro culturale polifunzionale, dove si possano tenere mostre (anche sulla storia dell’aviazione varesina, per esempio), con sale di lettura e di ascolto, magari una videoteca, e spazi per i bambini. A Varese ci sono fior di architetti, che si facciano avanti con progetti sensati e accattivanti. Basta con l’invasione di iper mega extra supermercati, che hanno trasformato l’Italia in una brutta copia dell’America, imbruttendo la poesia dell’acquisto e omologando la qualità verso il basso, con la globalizzazione di cavolfiori e melanzane dal gusto di policarbonato, con gli asparagi a Natale e le ciliegie a Capodanno.

Se demolizione deve essere, si costruiscano poi giardini e spazi verdi, perché no, un anfiteatro in cui tenere spettacoli estivi, spazi per praticare sport all’aperto, lasciando i parchi fluviali al Ticino e al Po.

Lo scorso dicembre, a questo proposito, scrivevo su Varesenoi: «Così si protegge il nostro vissuto, non inserendo nel nuovo progetto un altro supermercato, con il Carrefour a duecento metri e l’Esselunga di Masnago a due chilometri. Si creerebbe l’ennesima isola di cemento, fuori contesto e scollegata alla città, una follia consumistica, una sorta di no man’s land priva di identità storica e culturale, in una zona che vide il fiorire del Palace Hotel e del Kursaal, con la funicolare che partiva da via Sanvito per arrivare sulla sommità del colle Campigli, e poi lo sciamare di centinaia di operai che contribuirono a far risuonare il nome della nostra città nel mondo.

Varese non può e non deve essere una sequenza di supermercati, rotonde e parcheggi, serve ripensare completamente la politica del verde urbano, implementando le aree verdi all’interno dei progetti di riqualificazione, con piste ciclabili vere e non segnate per terra con l’asfalto rosso, spazi per il divertimento e lo sport all’aria aperta, aree deputate alla cultura, con piccole biblioteche e videoteche, sale per ascoltare ed eseguire musica e allestire mostre d’arte e di fotografia. 

Spazio ce n’è a volontà, manca la testa. Per far sì che Varese rientri “nel giardino” servono politici illuminati che sappiano distinguere tra speculazioni e benefici per la città e qualità della vita. E i consigli di intellettuali, imprenditori e professionisti che vedano oltre l’omologazione e la standardizzazione del pensiero.

Tempo ne rimane sempre meno, la lotta contro il Covid-19 ci obbliga a ripensare il nostro modo di vivere, che non dovrà più prescindere dalla tutela ambientale e dall’abbattimento dei consumi e dell’inquinamento. Ce la possiamo fare, ma occorre darsi una mossa, e subito».

Non ho cambiato idea.

Mario Chiodetti

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