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Calcio | 13 giugno 2021, 00:00

Carlo Muraro: «La mia Inter e il mio Varese, quante similitudini. Il gruppo era il segreto: oggi invece il calcio mi sembra cambiato...»

"Carletto Sparalesto", come lo ribattezzò Gianni Brera, ripercorre con noi la sua carriera in nerazzurro e in biancorosso: «Amo la Città Giardino e vengo ancora a passeggiare sotto i portici con mia moglie. A Milano trovai campioni incredibili: mi imbarazzavo e non volevo disturbarli. Ma li studiavo con attenzione...»

Due grandi amici, dentro e fuori dal campo: Marini e Muraro

Due grandi amici, dentro e fuori dal campo: Marini e Muraro

Carlo Muraro nasce a Gazzo, in provincia di Padova, e poi si trasferisce a Milano con la famiglia per seguire il lavoro del padre. Senza gli spettacolari tramonti della sua campagna veneta, per combattere la noia della città metropolitana, deve tirare qualche calcio al pallone. Frequenta prima l’oratorio vicino a casa e poi una polispostiva, l'Eden Villa Pizzone vicino a Quarto Oggiaro, dove gioca dagli Esordienti alla Juniores. Qui Carlo viene visto da un osservatore e mandato a fare un provino sia al Como che all'Inter. 

Il calcio è la sua linfa vitale, fa bella figura e inizia ad allenarsi con Helenio Herrera,  impegnandosi e mettendoci tanta voglia di imparare anche da grandi campioni che ancora oggi a nominarli fanno tremare i polsi...

Muraro, ci racconta l'inizio della sua storia in nerazzurro?
Sono arrivato all’Inter che avevo 18 anni. Ero curioso e volevo imparare. Facevo allenamenti diretti da Helenio Herrera, un mister straordinario. Ricordo che ci faceva fare attività preparatoria con il pallone ed era singolare, perché nessuno applicava questa tecnica. Mi allenavo con Mazzola, Boninsegna, Bellugi, Magistrelli, Facchetti, Bedin, Burgnich, Suarez. Ricordo che studiavo questi campioni nei minimi particolari: come calciavano, come si allenavano, di cosa parlavano; cercavo di entrare nella loro personalità. Sapevo di essere un "Boccetta", come dicono a Milano, ma ero disponibile a tutto per costruire un rapporto con questi calciatori che hanno fatto la storia del calcio italiano e mondiale. In ritiro, a turno, ho dormito con diversi di loro. Può immaginare il mio imbarazzo: cercavo di non disturbare e ho passato diverse notti sveglio  per non far rumore girandomi nel letto... Ma andava bene così, ero troppo innamorato di quella maglia e sapevo che questa era la giusta trafila.

Ci racconta qualcosa di questi grandi campioni?
Mazzola era serissimo e taciturno. Facchetti mi metteva a mio agio, mi chiedeva degli allenamenti, mi dava consigli su come calciare. Bertini era uno spasso insieme a Bellugi, mi toglievano l'ansia. Poi negli anni sono stato compagno di camera di Gianpiero Marini e, pur essendo coetanei, ho imparato molto anche da lui. Solo una cosa non sono riuscito ad apprendere da Pinna d'Oro, il suonare la chitarra e il cantare.

Questo è un gossip!
Allora con Bersellini si facevano ritiri lunghi e bisognava stare attenti all'alimentazione. Gianpiero era un metodico, aveva una forte personalità, sapeva farsi ascoltare e dava giusti consigli anche sulla dieta. Poi nei momenti liberi, suonava la chitarra e cantava: il suo cavallo di battagli era Gianna di Rino Gaetano.

Marini era famoso per trovare i soprannomi, ad esempio quello dello "Zio" dato a Bergomi. Anche i suoi sono frutto della sua mente?
Lui mi ha battezzato Giallo, mentre Carletto Sparalesto mi è stato dato da Gianni Brera per il mio modo di giocare. Pensi che con Brera non ci ho mai parlato. Helenio Herrera mi chiamava "Jair Bianco" per il mio dribbling e la mia velocità. Essere accostati a Jair era il massimo.

Poi il passaggio al Varese.
Era il 1975 e arrivai in prestito per lo scambio Libera-Marini. Con me arrivarono anche Martina, Guida, Cesati. Mi ambientai subito: Varese è una città magica. Ancora adesso vengo con mia moglie a passeggiare sotto i portici. Quello fu un anno particolare: tutti ci davano come squadra non troppo forte, invece arrivammo quarti, sfiorando la promozione. Io segnai 16 reti, ma il merito fu del gruppo, dei miei compagni, del mister e dei tifosi che non ci mettevano pressione. Anzi, ci fermavano, si chiacchierava... Si era creato un rapporto familiare, molto congeniale al mio carattere. Poi con i miei compagni del tempo eravamo un gruppo di giovani e pieni di voglia di fare. Ricordo ad esempio Dal Fiume, Ferrario, Maggiora, Sabatini, Ramella, De Lorentiis e Chicco Prato... Ne cito solo alcuni perché l’elenco sarebbe lungo e mi scuso con gli altri.

Boninsegna e Gigi Riva: cosa ci dice?
Due forze della natura. Un giorno ero a Coverciano per il ritiro dell'under 23. Finito l'allenamento mi fermavo a vederli calciare al volo il pallone: volevo studiare quei due mostri sacri da vicino. Causio crossava e loro dovevano colpire al volo: si sentiva come un sibilo di proiettile...

L’anno successivo, rientrato in nerazzurro, ha giocato invece con Giacomino Libera.
Un calciatore davvero forte, con una grande prestanza fisica, un'altruista. Purtroppo l’infortunio al ginocchio ha compromesso la sua carriera troppo presto.

Com'è il bilancio della sua carriera, Muraro?
Mi ritengo soddisfatto. Forse potevo fare qualcosa di più, ma cosi è andata. Soffrivo molto dei miei errori, ma questo è il mio carattere e non ci posso far niente. Si poteva vincere di più ma così e andata, il calcio è bello per questo.... Forse potevamo vincere al Bernabeu nel 1981, ma vi assicuro che entrare in quello stadio a noi giovani faceva tremare le gambe.

Il calcio ha perso di recente due colonne, Bellugi e Burgnich.
Due caratteri opposti, due persone straordinarie. Mauro era un ottimista nato, con la sua bella parlata toscana. Pensi, ci siamo sentiti 10 giorni prima della sua scomparsa: io ero imbarazzato per la sua perdita degli arti, lui mi raccontava cosa avrebbe fatto con le protesi che Massimo Moratti gli aveva regalato... Tarcisio invece era molto silenzioso, ma sempre pronto per un consiglio: gli bastavano poche parole, era un concreto. Due uomini che mi hanno fatto trascorrere un pezzo di vita meraviglioso e insegnato non solo nel calcio ma nella vita.

Biancorossi e nerazzurri: similitudini?
Molte. La forza del gruppo, la voglia di stare assieme, la vera amicizia, il darsi morale e farsi coraggio, il capirsi. Quando oggi vedo i calciatori arrivare allo stadio con le cuffie, isolati da tutto, sinceramente non capisco. Alla mia generazione la forza veniva data dai tifosi, prendevamo il loro amore e in campo cercavamo di dare il massimo perchè era nostro dovere farli divertire dopo una dura settimana lavorativa. L’impegno in campo era un mantra che dovevamo perseguire per poi uscire dallo stadio sentendo la loro soddisfazione. Sì, era un calcio diverso, ma era il calcio della gente e dei ragazzini, che davano l’esempio. Firmare autografi per me era un mezzo per avvicinare i ragazzi e farli sentire partecipi. Sono stato anch’io bambino e quando Helmut Haller, un mito bianconero della mia generazione, mi diede una foto firmata e una carezza, volai in paradiso; ancora oggi, dopo sessant’anni, ricordo tutto. 

Non abbiamo parlato di Luisito Suarez...
Un giocoliere, un fenomeno, non calciava il pallone ma lo accarezzava, dandogli uno strano effetto. Aveva un'intelligenza tattica unica, prevedeva le mosse dell’avversario in anticipo, leggeva l’azione istanti prima di tutti. Anche nel privato una persona straordinaria, di grande sensibilità, intelligente, carismatico. Che dire, per me Luisito è stato un grande... ma dopo Marini alla chitarra, sia chiaro. Oggi Pieretto con le sue qualità canore andrebbe a Sanremo... Magari con il nomigliolo "l’ugola del lodigiano"!

Claudio Ferretti


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