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Varese | 17 dicembre 2020, 09:11

L'OPINIONE. E se in quella fila per il cibo sui marciapiedi di Varese un giorno ci trovassimo anche noi?

I poveri esistono anche a Varese e anche se alcuni fingono di non accorgersene: alla mensa della Brunella, sul marciapiede di via Bernardino Luini o aiutati dal Banco Nonsolopane, c'è chi mantiene la posizione con dignità ma non con rassegnazione

L'OPINIONE. E se in quella fila per il cibo sui marciapiedi di Varese un giorno ci trovassimo anche noi?

In coda. In silenzio. Con dignità, ma non con rassegnazione. In coda all’imbrunire, in questo dicembre del maledetto 2020, sul marciapiede di via Bernardino Luini (leggi qui), o alla Brunella, file composte, il turno arriverà, intanto si pensa a come sarà il giorno dopo, con il lavoro che non c’è e l’incubo della malattia, i bambini da sfamare e le bollette da pagare, che implacabili segnano i nostri giorni.

I poveri esistono, anche a Varese, dove la qualità della vita non è più quella di un tempo e il Covid picchia forte, più che nella metropoli. Ci sono molte donne, in fila, poche di colore, soprattutto badanti dell’est Europa, abituate ai sacrifici e alla precarietà, ma c’è grande fiducia nella speranza, perché Varese non si è mai tirata indietro nelle gare di solidarietà, e un pasto caldo arriva per tutti, in un modo o nell’altro. 

Se dalle Suore della Riparazione di via Bernardino Luini ci sono soprattutto donne russe o ucraine, alla mensa della Brunella, dove è aperto anche l’Emporio solidale per aiutare chi non può fare la spesa, sostano anche diversi varesini, rimasti magari senza lavoro, anziani con la pensione che non basta mai o con qualche parente malato. 

A poca distanza, nelle vie trafficate del centro, impazzano gli acquisti natalizi, la frenesia del regalo ci rende schiavi delle abitudini, mettendoci un metaforico paraocchi e cancellando dalla nostra visuale quelle file di gente infreddolita e infagottata, al buio, rassegnata a trascorrere le feste lontano dal paese d’origine oppure senza il conforto di amici e parenti, nella solitudine e nell’angoscia per il domani.

La pandemia ha diviso in due il nostro Paese, accentuando in maniera esponenziale la forbice tra i ricchi e gli indigenti, tra chi ha un lavoro e un reddito e chi può contare soltanto sulle proprie risorse, sulla propria salute e sul proprio cervello, come gli artisti e i lavoratori dello spettacolo, e quasi mai ce la fa. La paura della malattia ha accentuato il nostro egoismo, la chiusura verso il prossimo e anche se queste persone in coda rimandano a quelle che allo stesso modo aspettavano un pezzo di pane, con la tessera annonaria in tasca, durante la guerra, la priorità va sempre a ciò che siamo abituati a fare, cioè a non rinunciare mai al superfluo, a tirar dritto e a guardare la prossima vetrina, la testa bassa e il passo veloce. Qualcun altro ci penserà.

Per fortuna chi ci pensa c’è, e mantiene la posizione, non dolendosi perché deve rinunciare alla sciata a Cortina o alla vacanza nei mari del sud, all’aperitivo, al cazzeggio in centro con gli amici o al cenone di Capodanno, ma pensando a strutturare una rete di aiuti che a Varese passa anche dal Banco Nonsolopane di via Monte Santo, che distribuisce generi alimentari a domicilio a chi è indigente, in tutta la provincia. 

Le file sui marciapiedi della città ci dicono che le risorse della Terra non sono infinite, e il Covid non ha fatto altro che esasperare una situazione già drammatica, ma molta, troppa gente, finge di non accorgersene, sottraendosi alle normative, nascondendosi dietro la forza del denaro e del potere, oppure manifestando comportamenti dettati da arroganza e superficialità, sintomi evidenti di una grande ignoranza. Senza pensare o temere che un giorno, magari, ognuno di noi potrebbe far parte di quella fila.

Mario Chiodetti

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