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Storie | 17 novembre 2020, 16:11

IL LIBRO. Da Varese al Materano, nel romanzo della varesina Francesca Maffei le storie di famiglia si tingono di giallo

“Celeste, la bella” (Giovane Holden Edizioni) è il frutto di lunghe ricerche e racconta la storia di una ragazza di grande bellezza in un paese dell'Italia post unitaria. L'autrice: «Il mio è un libro che si rivolge soprattutto alle donne»

IL LIBRO. Da Varese al Materano, nel romanzo della varesina Francesca Maffei le storie di famiglia si tingono di giallo

Chi è la bella Celeste, che in un paesino del Materano affattura metà della popolazione maschile soltanto affacciandosi da un balcone o passeggiando per il centro con la madre? Una ragazza di stupefacente bellezza, figlia di un notabile del luogo, un avvocato fallito in cerca di prestiti di denaro, che ha la sventura di vivere una storia d’amore sbagliata in partenza con Francesco, il figlio dell’uomo più ricco della città, Pietrantonio Coriglione, farmacista della Real Casa, come usava scrivere un tempo. 

Francesca Maffei, varesina, 37 anni, dà alle stampe un romanzo ambientato nell’Italia post unitaria, tra nostalgie borboniche e ardori garibaldini, nato quasi per caso, grazie alle ricerche della madre, appassionata della storia della sua famiglia, originaria di Castellaneta ma con un nucleo anche a Pisticci, dove si svolge l’azione. 

“Celeste, la bella” (Giovane Holden Edizioni, pp. 230, euro 14, disegno in copertina di Monica Maffei), è il frutto di molti mesi di ricerche, svolte dall’autrice tra i documenti di famiglia -che un cugino “topo d’archivio” spediva a mano a mano da Pisticci- ma anche sul posto, aiutata dai lontani parenti materni. Piano piano la storia prende forma dall’embrione custodito nelle carte dell’epoca, i due innamorati “si guardano” e capiscono che la passione sarebbe divampata intensa e subitanea, contrastata purtroppo dalle convenzioni sociali, dai pettegolezzi e dalla gelosia del vecchio Coriglione. 

La vicenda si snoda tra invidie e fallimenti, cospirazioni di briganti e piccole meschinerie, in una tragicommedia dai toni a volte aspri altri ironici e disincantati, con la povera Celeste costretta a nascondere il suo amore, e con Francesco a cui il padre intima di scomparire dal paese per allontanarlo dall’amata e di andare a studiare altrove e rilevare un giorno la gloriosa farmacia. 

Tra verità nascoste e fraintendimenti, vigliaccherie e soprusi, si arriva alla stretta finale, drammatica e imprevista, che tinge di giallo le pagine del romanzo, ma ovviamente l’epilogo è di stretta pertinenza del lettore. Alla fine, però, la speranza di una vita migliore ripropone la sua luce. 

Francesca Maffei, che nella vita è proprietaria di un piccolo asilo nido a Daverio, ha sempre amato la scrittura, da quando, alle scuole medie superiori con altri tre ragazzi inventava storie a più mani ambientate in classe e fuori, riempiendo decine di quaderni che in parte ancora conserva. 

«Nel 2005 ho capito di colpo che mi sarebbe piaciuto tentare la strada del romanzo, ma ancora mi mancava lo spunto, l’idea forte, arrivata poi grazie alle ricerche materne. Ho incominciato a scrivere i primi capitoli, poi un’estate ho deciso di partire per Pisticci per approfondire le ricerche e respirare l’aria del luogo che aveva fatto da sfondo alla vicenda di Celeste e Francesco. Sono tornata a Varese carica e decisa a terminare il libro, grazie anche ai nuovi elementi emersi dai documenti ritrovati là», spiega Francesca, che divide la sua esistenza tra l’asilo, lo sport e la scrittura.

«Il mio è un libro che si rivolge soprattutto alle donne, con una vicenda, ancora attuale, che parla di violenze fisiche e psicologiche, ma in cui gli uomini hanno un ruolo preponderante. Ho cercato però di umanizzare il più possibile i personaggi, avvicinando il maschile e il femminile. La storia di Celeste ci insegna quanto sia importante farsi una domanda in più, piuttosto che una in meno. Nei rapporti con gli altri, come in tutte le situazioni della vita. È importante smettere di giudicare, in generale e, a maggior ragione, di giudicare dall’apparenza o da ciò che viene riportato, spesso superficialmente, da terze persone. Occorre sempre verificare, guardare con i propri occhi e seguire la “civiltà del dubbio”».

La scrittrice varesina sta già pensando a un sequel: «Ho già abbozzato qualche capitolo, ci sono ancora tante vicende familiari, anche divertenti, che si prestano a essere romanzate. Lotto perché non siano dimenticate, oggi purtroppo si è persa l’abitudine di raccontarsi le storie di famiglia per mantenerne viva la memoria».

Mario Chiodetti

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