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Salute | 20 ottobre 2020, 14:52

Il “finto hamburger” inganna: a Varese 1 consumatore su 10 lo ha messo nel carrello

Si tratta di prodotti che sembrano carne ma in realtà son realizzati con con soia, spezie ed esaltatori di sapore. Hamburger o false salsicce riempite con ceci, lenticchie, piselli, succo di barbabietola o edulcoranti grazie alla possibilità – evidenzia Coldiretti Varese - di utilizzare nomi come “burger vegano” e “bistecca vegana”

Il “finto hamburger” inganna: a Varese 1 consumatore su 10 lo ha messo nel carrello

Anche nel Varesotto, un consumatore su dieci lo ha messo inconsapevolmente nel carrello. Magari di fretta, senza fare attenzione a leggere bene l’etichetta degli ingredienti. Si tratta del cosiddetto “hamburger vegano” o, per estensione, dell’ormai ampia gamma di alimenti a base di “finta carne” che hanno colto in fallo, durante la spesa il 93% degli italiani (considerando ovviamente solo quanti non seguono un regime alimentare vegetariano o vegano).

I sondaggi condotti da Coldiretti Varese confermano quanto emerge da una analisi condotta a livello nazionale dall’organizzazione agricola su dati Eurispes in riferimento al voto del parlamento europeo sull’abolizione del divieto di definire carne qualcosa che non arriva dal mondo animale, ma che nasce invece da un mix di sostanze vegetali, spezie, coloranti ed esaltatori di sapore. I consumatori rischiano così di trovare sugli scaffali e di mettere nel carrello della spesa finti hamburger con soia, spezie ed esaltatori di sapore o false salsicce riempite con ceci, lenticchie, piselli, succo di barbabietola o edulcoranti grazie alla possibilità – evidenzia Coldiretti Varese - di utilizzare nomi come “burger vegano” e “bistecca vegana”, salame, mortadella vegetariani o vegani con l’unico limite di specificare sull'etichetta che tali prodotti non contengono carne.   

«Una strategia di comunicazione con la quale si fa leva sulla notorietà e sulla tradizione delle denominazioni di maggior successo della filiera tradizionale dell’allevamento italiano con il solo scopo di attrarre l’attenzione dei consumatori, rischiando di indurli a pensare che questi prodotti siano dei sostituti, per gusto e valori nutrizionali, della carne e dei prodotti a base di carne - afferma il presidente della Coldiretti provinciale Fernando Fiori - La carne ed i prodotti a base di carne fanno parte della dieta tradizionale dei nostri territori e regioni le cui ricette tramandate nei secoli appartengono al nostro patrimonio gastronomico e permettere a dei mix vegetali di utilizzare la denominazione di carne significa favorire prodotti ultra-trasformati con ingredienti frutto di procedimenti produttivi molto spinti dei quali, oltretutto, non si conosce nemmeno la provenienza della materia prima visto che l’Unione Europea importa ogni anno milioni di tonnellate di materia prima vegetale da tutto il mondo».  

L’emergenza globale provocata dal Coronavirus – sottolinea Coldiretti Varese - ha fatto emergere una consapevolezza diffusa sul valore strategico rappresentato dal cibo e sulle necessarie garanzie di qualità e sicurezza che vanno tutelate anche dall’utilizzo di nomi o definizioni fuorvianti per i consumatori in un momento così delicato per la vita delle famiglie e l’economia dell’Italia e dell’Europa. Per contrastare le lobby delle multinazionali che investono sulla carne finta, vegetale o creata in laboratorio le principali organizzazioni agricole europee hanno lanciato la campagna “Questa non è una bistecca”.

«Il marketing delle imitazioni può creare confusione sui valori nutritivi dei prodotti – evidenzia Fiori – per questo il dibattito sulla denominazione della carne non è un attacco ai prodotti vegetali, ma è una battaglia per la corretta informazione al consumatore».  Una posizione condivisa dalla stessa Corte di giustizia europea che – sottolinea la Coldiretti - si è già pronunciata in passato sul fatto che “i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come ‘latte’, ‘crema di latte’ o ‘panna’, ‘burro’, ‘formaggio’ e ‘yogurt’, che il diritto dell’Unione riserva ai prodotti di origine animale” anche se “tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione”. Con la sola eccezione del tradizionale latte di mandorla italiano.

redazione

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