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Varese | 20 gennaio 2020, 16:46

L'OMELIA. «Quelle braccia al cielo per un gol e l'abbraccio ai compagni. Pietro ci insegna a condividere a gioia»

Don Giampietro Corbetta ha scelto San Paolo per ricordare la leggenda biancorosssa attraverso immagini evocative del campione: «Metteva le proprie capacità al servizio della squadra per essere sempre protagonista nel bene»

L'OMELIA. «Quelle braccia al cielo per un gol e l'abbraccio ai compagni. Pietro ci insegna a condividere a gioia»

«Quanti applausi avrà ricevuto Pietro lungo tutta la sua carriera, ma quello di oggi, con cui lo avete accolto, è diverso. È l'applauso della vita nuova e della resurrezione, verso cui la nostra preghiera lo accompagna». Ha accolto così, don Giampietro Corbetta, parroco di Masnago, il feretro di Pietro Anastasi nella Basilica di San Vittore

E ha usato la metafora della corsa, contenuta in una pagina  di San Paolo, per ricordare il grande calciatore. «Una delle pochissime con un riferimento sportivo, attraverso cui si descrive quello che dovremmo essere agli occhi di Dio e che mi ha ricordato tre immagini di nostro fratello Pietro. La prima è quella dell'esultanza nel gol, le braccia verso il cielo e l'abbraccio ai compagni. Quasi una condivisione della sua gioia personale con chi gli ha permesso di arrivare al successo, e le braccia come ponte tra terra e cielo. Anche Gesù, nel manifestarci fin dove può arrivare l'amore, lo ha fatto con le braccia aperte sulla croce. Dietro a quel gesto c'è la voglia di trasformare la vita in rendimento di grazie».

Correre verso una meta è anche rinnovare la propria vita giorno per giorno, non esserne spettatori ma protagonisti. «E qui, la seconda immagine: l'insofferenza a stare in panchina. Ai suoi tempi le squadre erano di 16 giocatori e restare in panchina voleva dire non dare il proprio contributo ai compagni, non mettere le proprie capacità al servizio di tutti. Pietro era desideroso di essere protagonista nel bene, sempre». 

L'ultima immagine evocata da don Corbetta è quella del dischetto dell'ultimo rigore, quello decisivo per le sorti dell'incontro, quando chiudi gli occhi e aspetti di sentire il boato che rivela il successo. «Oggi, vedendo quanti siete qui a salutarlo il boato sarebbe assordante. Un ultimo rigore non tirato di potenza, ma spiazzando avversario. La vera vittoria è abbandonarsi al mistero di Dio».

Valentina Fumagalli

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