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Politica | 25 luglio 2019, 17:44

IL RICORDO. Gian Pietro Rossi, l'uomo e il politico in quell'ultima intervista: «I ricordi più belli sono legati alla mia Busto. Ora voglio farle un ultimo regalo»

Il ritratto del senatore bustocco scomparso a 92 anni è tutto in questa intervista che Rossi rilasciò, alla vigilia dei suoi 90 anni, nel giugno del 2017 al collega Andrea Aliverti sulle colonne de La Provincia di Varese. La ripubblichiamo oggi convinti che possa fornire un ritratto a 360 gradi di un personaggio che ha fatto la storica civica di Busto.

IL RICORDO. Gian Pietro Rossi, l'uomo e il politico in quell'ultima intervista: «I ricordi più belli sono legati alla mia Busto. Ora voglio farle un ultimo regalo»

Nel giugno del 2017 il giornalista Andrea Aliverti aveva scritto e pubblicato su "La Provincia di Busto", inserto del quotidiano "La Provincia di Varese", un'intervista al senatore e sette volte sindaco Gian Pietro Rossi in occasione del suo novantesimo compleanno. All'indomani della scomparsa di Rossi, avvenuta ieri nella sua città, ripubblichiamo integralmente il testo di quella chiacchierata. «Rossi raccontava la sua storia con tutta la lucidità e l'intensità che lo caratterizzavano» ricorda oggi Aliverti, che in quelle righe ha fornito, e fornisce ancora oggi, uno spaccato vivido e autentico della personalità di un uomo che ha fatto la storia politica e civile degli ultimi decenni di Busto Arsizio. Ecco il testo:

«Ho avuto tutto dalla vita, e i ricordi più belli sono legati alla mia Busto. Ora voglio farle un ultimo regalo»

Domani compie novant’anni Gian Pietro Rossi. Nato il 29 giugno 1927 al Buon Gesù di Olgiate Olona, è stato sette volte Sindaco di Busto Arsizio tra il 1961 e il 1993, tre volte Senatore della Repubblica tra il ‘76 e l’86. Una vita nella Democrazia Cristiana, nel 2011 il gran ritorno in politica ricandidandosi a sindaco a 83 anni con gli Indipendenti di Centro per un’ultima consigliatura. Imprenditore nel settore delle materie plastiche, una famiglia composta da cinque figli, quattro maschi e una femmina, e una moglie, Renata, da sempre vera colonna, che lo ha lasciato lo scorso febbraio dopo una lunga malattia. Da allora, la nuova sfida della Fondazione Renata, in memoria della moglie, con l’obiettivo di “Recuperare Naturalmente Talenti” promuovendo un master post-universitario, in collaborazione con l’università Vita Salute San Raffaele di Milano, per la formazione specialistica degli insegnanti di sostegno che seguono ragazzi disabili e affetti da disturbi specifici dell’apprendimento.

Domani sono 90, senatore Rossi...
«Più dei 90 anni di età, mi fanno paura i 72 anni di attività politica, iniziati con la lotta di Liberazione. Per quelli, o hai fatto cose concrete o quando tiri le somme rischi di essere in negativo. Io sono contento perché ho contribuito a portare la libertà, sono contento perché sono ancora vivo mentre i miei compagni di scuola sono morti, però avrei potuto fare di più, in ogni campo di azione. Nella Resistenza no, perché ero una pulce tra tante. Ma negli scout, nella pubblica amministrazione, nel lavoro, ci sono dei rimpianti».

Quali?
«Il primo è la mia fissazione, non essere riuscito a portare un’università di ricerca a Busto. Avremmo salvato le nostre aziende. È un enorme rimpianto. Abbiamo avuto due occasioni, ma non è stato capito che era indispensabile per il futuro. Allora si pensava di continuare per sempre con la manifattura, che è l’anello debole dell’industria, perché facendo tutto a mano ci sono mani che costano meno. In parte si è fatto qualcosa con il Centro tessile cotoniero, che voleva essere l’input per una facoltà di ingegneria tessile. Ma sono treni che passano una volta e poi non tornano più».

Altri rimpianti?
«Uno enorme, che mi rimane ancora qui, è quando sono stato proposto per fare il ministro del tesoro e ho risposto “non sono all’altezza”. Al di là del fatto di aver perso la “laurea” della mia attività politica, ho fatto perdere a Busto un’occasione, perché il ministro del tesoro è quello che ha le leve dell’economia».

Troppa modestia?
«Più che modestia, vigliaccheria. Ebbi pochi istanti per decidere e la mia coscienza in quel momento mi disse “non sei all’altezza”».

Era il 1982…
«Ero presidente vicario del gruppo Dc al Senato, una carica che ruota, così a me toccava andare a fare il ministro nel governo Fanfani. Tutti sapevano che la mia ambizione era quella di fare il ministro dell’industria, così al venerdì quando ero tornato a Busto ero nella lista di Fanfani con quell’incarico. Lunedì in Senato mi portano la valigia con il vestito scuro per il giuramento al Quirinale. Mi chiama Fanfani, che era da Pertini a presentare la lista dei ministri da leggere al Tg all’una e mi fa sapere che c’era un inghippo: Pandolfi non voleva il tesoro ma l’industria e mi chiese la disponibilità a fare lo “scambio”. Io pensai alle implicazioni internazionali di quel ruolo e risposi: “Non me la sento, presidente”. Di fronte a me c’era Giovanni Goria, che veniva a complimentarsi con me, e lo suggerii a Fanfani come ministro. Due mesi dopo venne a Busto ammettendo pubblicamente di essere diventato ministro per rinuncia mia».

Oltre ai rimpianti, avrà anche tanti ricordi positivi?
«Potrà sembrare incredibile, ma per uno che è stato ai vertici dello Stato, perché la Democrazia Cristiana all’epoca era il partito dominante e io ero tra i cinque che partecipavano a tutte le trattative, le cose che ho in mente sono nella mia città, Busto. Perché il piacere di fare il sindaco, se lo si fa con un certo spirito - e se devo dire chi ha interpretato meglio quel ruolo, ne ho nel cuore due, Angelo Borri e Gigi Farioli - quando si va a letto la sera dà più soddisfazioni che fare il governatore della Banca d’ Italia. Da sindaco si tocca con mano il bene che si fa e quello che si può fare per il futuro».

Entrambi sindaci dopo di lei, li considera un po’ suoi eredi?
«Borri sì, lo conoscevo molto bene. Io come sindaco ero considerato troppo superbo, dopo di me serviva uno che aprisse le porte, e lui era la persona adatta. Farioli l’ha detto l’altra sera a Sant’Anna alla consegna delle benemerenze: è stato mio assessore, ma ha sempre seguito il settore della cultura, in cui ho sempre riconosciuto che era più bravo, quindi tra di noi non c’era competizione».

Che segno lascia dopo 72 anni di attività pubblica?
«Credo di aver lasciato uno spirito di collaborazione intercomunale, che ancora dura anche se è difficile farlo nel modo giusto. È come una fede, o la si ha e ci si crede o non la si ha. Io dico sempre che la politica è fatta di ordinaria amministrazione e di sogni: ma quando uno sogna, deve anche credere nella possibilità che si realizzi, dev’esserne convinto. Anche quel poco che faccio adesso per la Fondazione Renata è un sogno: se si realizza è una cosa formidabile, ma sappiamo che è difficile e va seguita con passione».

A Sant’Anna l’ha definito l’ultimo regalo alla città. Sarà così?
«Sì, come regalo di un certo spessore, poi magari qualche regalino lo inventiamo ancora...».

Come giudica la politica di oggi?
«C’è in me una nostalgia tremenda per la vecchia Democrazia Cristiana: fu l’intuizione di mettere nello stesso partito tutte le corporazioni, così quando discutevano tra di loro dovevano tenere presente che al di sopra delle loro idee egoistiche restava sempre un ideale, quello della solidarietà cristiana. Se riesci a lottare in modo egoistico, ma restando nella cornice di quell’ideale, fai una politica che è la fine del mondo. Questo oggi manca, ed è per me un grande rimpianto. Perché si sta ricomponendo tutto, ma manca l’ideale. Perché i detentori del “brevetto” dell’ideale, dal Papa ai vescovi, hanno deciso di non appoggiare più la politica».

Cosa cambierebbe oggi della politica bustocca?
«Non potrei cambiare niente perché non ho visto niente. Mi spiego: non ho letto un programma di questa amministrazione, fatto, come dico io, di cose ordinarie e di sogni. Si vive alla giornata, un errore per una città come Busto. Va detto che è venuto a mancare un soggetto propulsivo come l’associazione degli industriali. Perché molte delle mie idee passate alla storia, come la dogana, l’Accam e l’interramento delle Ferrovie Nord, erano mutuate dai discorsi sentiti all’Ubi, l’Unione bustese industriali, e io mi davo da fare per realizzarle. Manca un soggetto che vive la quotidianità in una dimensione un po’ più grande: lo dissi ai tempi della fusione (nell’Univa, ndr), che l’avremmo rimpianta, ma mi “zittirono” dicendo che in compenso avrei avuto l’università, poi purtroppo anche quella è andata a finire 7 chilometri più in là, a Castellanza. Un altro treno perso, quando bastava avere un po’ di fantasia e coraggio. E se oggi penso a quel “cubaccio”, che è un orrore, vicino al Borri, venuto su in due settimane…».

Cosa suggerirebbe?
«Bisogna saperci mettere più cuore e più umiltà. Quando ho visto con la Fondazione questa possibilità, ho avuto l’umiltà di chiedere una mano a chi avrebbe potuto darmi dei suggerimenti, come Farioli e altri».

Ci parli un po’ anche del Rossi imprenditore…
«Nasce come un’avventura. A 17 anni fui mandato a Roma per recuperare le materie plastiche in un campo di dismissione delle truppe americane. Lì vidi il radar, con i nottolini di plastica che isolavano, e scoprii come gli americani avevano vinto la guerra grazie all’innovazione tecnologica. Lì mi sono innamorato della materia plastica, e dato che lavoravo in un’azienda che commerciava celluloide per le pellicole, che era infiammabilissima, ebbi l’intuizione di virare sulle materie plastiche. Allora, negli oratori tagliavano i fotogrammi osceni delle pellicole e li riattaccavano con una graffetta, che poi con il tempo faceva la scintilla e bruciava. Poi mi chiamò il suocero di Iva Zanicchi suggerendomi di produrre la materia plastica per i dischi, visto che allora il vinile veniva solo dall’America. Da lì sono entrato nell’industria discografica».

Anche come editore discografico, vero?
«Si chiamava Settebello edizioni, gli artisti di punta erano Mina e Celentano. Chi la rilevò guadagna bene ancora oggi….».

Innovare è sempre stata la cifra del Rossi imprenditore?
«Ricordo quando facendo una prova con la plastica messa ad asciugare sul muretto di casa, inventai il termoretraibile, poi ceduto alla Montecatini. Non mi sono mai occupato solo di materia plastica tradizionale, ma sempre innovando. L’ultima è stata la materia plastica atossica per le flebo. Poi ho smesso perché la Germania ha messo delle regole in Europa che imponevano l’utilizzo di prodotti che faceva solo l’industria chimica tedesca. Purtroppo di fronte alle lobby tedesche nessuno è capace di difenderci. Io ero troppo piccolo per fare la guerra contro questi colossi, così ho smesso».

Conobbe anche il Silvio Berlusconi imprenditore pioniere…
«Mentre si discuteva la legge sull’equo canone: io firmavo gli emendamenti, così mi chiese di incontrarmi e iniziammo a frequentarci ogni due settimane, incontrandoci al grand hotel. Erano gli anni in cui stava lanciando TeleMilano58, e gli chiesi se non era il caso di fare un network con Telealtomilanese di Peppino Mancini. La tv di Enzo Tortora, l’avevo tenuta a battesimo io perché Mancini, ma me lo disse solo dopo, avendo paura di essere arrestato in quanto era senza autorizzazione, chiamò me che avevo l’immunità parlamentare».

E il Rossi scout?
«Come succede sempre, ci sono arrivato per combinazione. Mi introdusse un amico molto caro, Gianni Moalli, dell’oratorio San Michele. Conobbi don Romano Cesana, che con don Ghetti e Uccellini stava mettendo in piedi il primo nucleo delle Aquile Randagie. Randagie perché non potevano avere una sede, visto che il fascismo le aveva chiuse e lo scoutismo era clandestino. Andavamo in Val Codera, sopra Como, e il nostro compito era di fare da vedetta ai sacerdoti e ai partigiani che portavano gli ebrei in Svizzera. I tedeschi ci guardavano con benevolenza, con i nostri cappellacci, così giravamo dappertutto e segnalando con il fumo come gli indiani e con gli specchietti davamo il via libera. Poi nel ‘45, con la Liberazione, si ricostituiscono i gruppi scout e a Busto don Giuseppe Ravazzani, che era legato a Luciano Vignati del raggruppamento Alfredo Di Dio, aveva in deposito le divise dei soldati americani, camicette kaki e pantaloni corti. Perfette per gli scout, da adattare perché loro erano tutti robusti, noi invece mingherlini. Mancavano solo i cappelli, e don Giuseppe ne “pelò” 50 ad un industriale con cui giocava a carte. In quel periodo un giorno don Giuseppe passava da casa mia e sentì il buon profumo della rustisciana, così fu invitato da mia madre ad entrare a mangiare. Mi raccontò che stava costituendo gli scout e mi chiese se volevo entrare. Così io feci il secondo nucleo scout di Busto, dopo il primo di Ugo Chierichetti».

Che regalo vorrebbe per i suoi 90 anni?
«Niente, io ho avuto tutto dalla vita. Sono stato veramente fortunato».

Un regalo da Busto?
«Non devo chiedere niente, quando la gente mi vede in strada mi saluta ancora come se fossi senatore, l’altro giorno uno al ristorante Mazzini si è persino inchinato. Penso che dopo 30 anni se qualcuno chiedesse se a Busto abbiamo un senatore, molti farebbero ancora il mio nome».

Allora un regalo - chiamiamola intercessione - per la città?
«In questo momento ho in mente solo la Fondazione. Non un’iniziativa fine a se stessa ma per le ricadute che ne deriverebbero di conseguenza. Perché porterà con sé l’università, che è qualcosa che ho sempre sognato».

Una persona che l’ha ispirata per entrare in politica?
«Don Giuseppe Ravazzani, o forse meglio don Piero Cozzi, che era il parroco di Beata Giuliana».

Il suo faro politico?
«Ne ho conosciuti tanti, ma chi ha lasciato il segno in me è stato Fanfani. Penso all’intuizione, di cui ora timidamente si parla, della partecipazione degli operai nelle grandi imprese, oggetto di tante discussioni tra noi. Ma oggi la persona alla quale sono più legato è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella».

E nel mondo dell’economia?
«Il vero rappresentante dell’imprenditoria come dev’essere all’italiana è Sergio Marchionne. Capace, audace, fantasioso, pratico. Capace di dominare sulla scena internazionale, che è la nostra grande debolezza».

Vede all’orizzonte un leader per l’Italia?
«Gian Pietro Rossi!».

Andrea Aliverti

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