La vittoria delle triple, che quando tornano a depositarsi in quantità nella retina avversaria sono sempre un bel vedere. E la vittoria dell’aggressività difensiva (11 recuperi), a riequilibrare uno svantaggio sotto canestro che da teorico è diventato reale, ma che - quasi per magia - è passato come l’acqua fresca di un ruscello di montagna nel copione del match.
Ma soprattutto la vittoria che, per una domenica, ha permesso di governare il caos, l’unico, autentico padrone di questo campionato.
Già, prendete ad esempio proprio le due squadre che si sono affrontate oggi al PalaCarnera: una sola “W” a dividerle in classifica prima della palla a due che nel sentimento popolare dell’urbe varesina, ma anche in quello dell’orbe cestistico italiano complessivamente considerato, era diventata un oceano di differenza. E allora eccola lì Udine, la rivelazione Udine, la fantastica Udine dell’ineffabile Vertemati, sempre in cerca di rivincite su chi anni fa lo considerò, a piena ragione, immaturo; la Udine che fa la Coppa Italia, la Udine che perde sempre di poco, la Udine che “avessimo noi i loro lunghi…” (ma anche il suo budget...), la Udine che “è una signora squadra, altro che la Openjobmetis…”.
Ed ecco, invece, Varese. La Varese che con solo due punti in meno in saccoccia è sempre rimasta - anche nella penna di chi qui scrive - sospesa nel giudizio, per non dire tacciata di non sapersi mai affrancare dalla propria mediocrità (se non inadeguatezza), la Varese con il reparto lunghi da rifare, la Varese senza regista, la Varese che sì, vince con le grandi, ma butta via tutto la domenica dopo, la Varese che la difesa non basta perché attacca malissimo, la Varese che non ha fatto la Coppa Italia, la Varese che non farà i playoff.
Eppure - già scritto in sede di presentazione (leggi QUI) - nell’oggettività dei numeri erano solo due i punti di differenza tra due mondi così antitetici nel favore della critica e del tafazzismo di noi tifosi e cronisti bosini.
Il gap è stato colmato, stasera, in modo perentorio. Di più: Varese ha messo anche la freccia.
Ma sarebbe sbagliato far passare il tutto come una semplice rivincita sull’Apu e sul suo condottiero, così come - del resto - considerare il blitz come l’apripista di un cammino in discesa o la panacea di ogni male trascorso, presente e futuro: è stato solo e semplicemente un piccolo ma importante, passo verso l’unico obiettivo possibile in una pallacanestro nostrana che - stringi stringi - è governata dagli episodi, dai momenti, dalle discese e dalle risalite che solo alla fine si potranno sommare, da sensazioni che ci mettono necessariamente mesi a diventare sostanza, rischiando peraltro di rimescolarsi “n” volte.
È il caos, bellezza. E ogni parola spesa prima - da ogni coro, ripetiamo, compreso il nostro - rischia di essere buttata al vento. Nel bene e nel male.
Ci si vede alla prossima, allora. Pronti a contraddirci, ca va sans dire...




