Da quando l’emergenza Coronavirus è esplosa, gli episodi di discriminazione nei confronti della popolazione cinese sono cresciuti esponenzialmente. Ristoranti deserti, bambini allontanati da scuola e un’intolleranza diffusa «senza ragioni – spiega Liya Chiang, titolare nel ristorante Haru di via Cavour - Sono reazioni dettate dalla paura, ma profondamente sbagliate. Non sono i cinesi i portatori del virus, non lo hanno nel DNA. La malattia la trasmettono i viaggiatori, non a caso il primo italiano contagiato era rientrato da un viaggio. Io stessa ho paura di ammalarmi e prendo le giuste precauzioni».
«Non ho letto da nessuna parte - prosegue Liya, conosciustissima e apprezzata da chiunque frequenti il suo ristorante - di evitare i negozi cinesi, soprattutto i ristoranti. Tutti i prodotti che noi utilizziamo sono italiani. Il pesce arriva dal mercato di Milano e persino il riso giapponese, il Nishiki, e la birra, l’Asahi, sono prodotti in Italia. Il nostro personale è in Italia da anni ed ha quindi la stessa possibilità di chiunque di ammalarsi. Capite che non andare al ristorante cinese per paura di contrarre il Coronavirus è stupido».
Eppure il calo degli affari è evidente e anche la tensione nei confronti della popolazione cinese è palpabile. «Dai colleghi che hanno ristoranti a Milano arrivano racconti agghiaccianti e anche a Varese la situazione è in peggioramento. I miei clienti affezionati vengono a mangiare qui lo stesso, ma molti altri non lo fanno più e il calo è evidente. E’ importante far ragionare le persone e far capire loro che non siamo noi il problema e che stiamo combattendo tutti contro lo stesso nemico».





