Un viaggio nella storia, con domanda-appello sul futuro. Ma anche nello spazio, solcando il fiume Olona, base per il futuro di una delle più grandi zone industriali del Paese.
Manchester d'Italia è l'appellativo che si è stretta Busto Arsizio a lungo, ma in realtà abbraccia un distretto e il ruolo di Legnano è fondamentale. Così Lorenzo Piccione ha realizzato una pregevole ricerca, con il Rotary club Busto Arsizio-Gallarate-Legnano "La Malpensa" guidato dal presidente Franco De Bernardi, ricerca che è stata recentemente presentata durante una conviviale all'Hotel Best Western Cavalieri della Corona di Cardano.
Una trasformazione nei tempi
"Legnano industriale- Quando eravamo la Manchester d’Italia" titolo dell'opera, con un richiamo alla definizione: non solo un omaggio al tessile, ma al tipo di materiali utilizzati per costruire le fabbriche, che richiamavano appunto alla città inglese.
Una civiltà ancora agricola sta per vivere una radicale trasformazione, una vera rivoluzione nel lavoro e nei paesaggi architettonici, prima dell'ulteriore, più recente svolta. «Tra i primi decenni dell’Ottocento e la metà del Novecento un borgo agricolo dell’Alto Milanese diventò uno dei centri manifatturieri più densi d’Italia - osserva Piccione - Dalla seconda metà del secolo scorso il sistema cambiò profondamente: molte imprese storiche chiusero, la grande fabbrica perse il suo ruolo dominante e crebbero attività più piccole, specializzate, insieme ai servizi. Legnano conserva ancora capacità produttive, ma porta nel proprio spazio urbano il segno di entrambe le trasformazioni».
È, come si accennava, la storia di una città ma anche di un sistema, «nel quale un fiume, le strade, le famiglie imprenditoriali, il credito, la formazione tecnica e il lavoro di migliaia di donne e uomini si sono sostenuti a vicenda».
Sono l'Olona e il cotone che muovono il percorso di quest'area all'inizio. Lorenzo Piccione cita un dato emblematico: «Nel 1857 si contavano 24 stabilimenti e 1.854 addetti nelle attività censite: le sei filature di cotone impiegavano 756 persone e le cinque filande di seta 758». Il fiume - definito una «infrastruttura condivisa» - è una risorsa cruciale, ma a volte cambia faccia con le alluvioni, con disastri che segnano anche la vicina Valle Olona. E poi c'è tutto il delicato rapporto con l'ambiente, che a sua volta vive un'evoluzione.
Dal tessile ai telai: nasce l'industria meccanica, che conquista crescenti spazi. È anche l'inizio di una realtà che plasmerà a fondo l'identità di Legnano: «Nel 1876 Franco Tosi fu chiamato alla Cantoni Krumm, produttrice di macchine a vapore e caldaie. Il primo motore Tosi risale al 1877». Il mercato della "Franco Tosi" si espande (arrivando al mare con motori per navi e sommergibili) e nascono altre aziende chiave del settore.
Con una metamorfosi anche visiva: «Fino agli anni Sessanta, Legnano era in larga misura una trama di case cresciute attorno a grandi stabilimenti». E un fermento per dare risposte alla comunità tra case operaie, iniziative assistenziali e scuole professionali. Anche attorno, perché viene realizzata la Milano-Laghi nel 1924.
La svolta degli anni Sessanta
Dopo le ferite della guerra, sono gli anni Sessanta a far vivere quelle delle prime crisi, perdite di occupazione, tensioni sociali. Cambia il lavoro ancora, avvicinandosi al nuovo millennio: «Nel 1999 l’ospedale, con 1.714 addetti, superava la Franco Tosi, allora indicata a 1.600; cresceva anche il pendolarismo verso Milano». Si perdono i riferimenti, il senso di appartenenza, si svuotano le aree che poi non vanno soltanto riempite, a livello edilizio", ma conservati anche nella memoria.
Il viaggio di Lorenzo Piccione prosegue tra altri settori e officine minori di nome ma non di fatto, va oltre i confini di Legnano, rende omaggio alla Liuc e a Malpensa - create anche grazie all'apporto dei soci del Rotary "La Malpensa" - traccia il territorio come rete di comuni e parla di cuginanza includendo Busto e Gallarate.
«La prossimità delle città non riguardava soltanto gli stabilimenti - scrive - I tecnici formati a Legnano potevano essere impiegati a Castellanza o a Busto, e viceversa; i collegamenti ferroviari e stradali permettevano di vivere in un comune e lavorare in un altro». E ancora, l'identità bustocca si sviluppa su tessile e industrie ausiliarie, Legnano al cotone affianca ben presto la meccanica i grandi dimensioni, «Castellanza aggiungeva il Cantoni, le officine Pomini e poi il recupero universitario».
Un moto perpetuo possibile anche grazie a un sistema di credito vivace e sollecito, ad attività meno visibili ma con un loro valore vivo in questo panorama, agli investimenti nell'arte e nella memoria, dal Museo Pagani di Castellanza al Museo del Tessile di Busto Arsizio, senza dimenticare ville e palazzi.
Che cosa resta dell'industria
Non manca una domanda finale, che offre il senso di questa ricerca non solo omaggio al passato, bensì stimolo al futuro.
Che cosa resta dell’industria?
Lorenzo precisa: «Legnano contemporanea non è soltanto terziario. La Franco Tosi Meccanica presenta ancora a Legnano produzioni e servizi legati a turbine, apparecchiature per l’energia e compressori; altre imprese locali operano in elettromeccanica, fonderia e meccanica di precisione. Sono esempi documentati di continuità, non una misura esaustiva dell’occupazione manifatturiera nel 2026».
Ma la continuità numero uno è quella delle competenze, di qui anche quello che suona come un appello: «Disegno tecnico, lavorazioni specialistiche, capacità di organizzare fornitori e attenzione alla qualità possono passare da una grande fabbrica alle imprese nate intorno a essa, e da una generazione alla successiva. Ma non si trasmettono automaticamente. Servono scuole tecniche, occasioni di apprendistato, investimenti in macchinari e un rapporto attivo fra memoria storica e produzione. La storia locale permette quindi di formulare una domanda concreta sul futuro: quali condizioni faranno sì che l’esperienza accumulata a Legnano diventi lavoro qualificato anche per chi vi cresce oggi?».
È un interrogativo che, ancora un volta, coinvolge tutto il territorio. Come il libro è stato oggetto di un intenso dibattito al Rotary Club, fra ricordi e stimoli, tra riflessioni sulla burocrazia spesso impegnata a frenare, se non fermare, lo sforzo imprenditoriale, e scoraggiare anche investitori. Ad esempio, si è soffermato su questo tema Antonio Codecasa, che ha poi citato un'altra realtà importante legnanese, anzi mitica: le biciclette "Legnano". Tra le curiosità, il maestro Giancarlo Parodi ha anche ricordato un'altra presenza che unisce artigianalità e arte: Carrera costruttore di canne d'organo.
Verso il futuro tra fiume e aeroporto
Un'opera, frutto di una meticolosa e appassionata ricerca appunto realizzata e offerta da Lorenzo Piccione (ringraziato dal presidente Franco De Bernardi). Attraverso di essa il club che è sempre stato un motore di opere e identità, a partire dalla stessa Malpensa (che ci permette di collegarci con tutto il mondo, come ha ribadito De Bernardi) conferma la sua attenzione al territorio e la sua volontà di prendersene cura. L'ha sottolineato Michele Tronconi: «Oggi abbiamo un mondo completamente diverso ma anche questa eredità di affetti che Lorenzo ha saputo descrivere. Credo ci sia la possibilità di una rivitalizzazione del corso d'acqua che caratterizza la nostra storia... il fiume ci spingerà a rivedere il nostro presente e il nostro futuro. Ovviamente non c'è futuro se non c'è memoria della nostra storia».




