Storie - 29 ottobre 2026, 14:36

«Non sai parlare italiano finché non sai parlare lo svizzero». A Luino arriva lo Svizzionario

Dal «buralista» al «laborantin», passando per il burro che non va confuso con la ferrovia: il curioso universo linguistico della Svizzera italiana raccontato in un dizionario da 40mila copie. Venerdì 30 ottobre a Palazzo Verbania la presentazione nell'ambito del Festival del Racconto

Lo Svizzionario e i suoi autori

Lo Svizzionario e i suoi autori

Ebbene sì, c’è un parlare svizzero che a noi italiani di confine suona a volte oscuro, pieno com’è di venature linguistiche “foreste”, mutuate dal francese o dal tedesco, a volte dal latino o dal romancio. L’italiano della Svizzera, insomma, è una vera e propria lingua nella lingua, un laboratorio in continuo fermento con neologismi e modi di dire tipici che ci fanno dire «quello lì è un ticinese», non soltanto per il «bon» o il Natel, che poi è l’acronimo tedesco di Nationales Auto TELefonnetz, perché la prima telefonia mobile svizzera era destinata agli autoveicoli.

Tutto ciò e molto altro ancora è contenuto nello “Svizzionario”, l’unico dizionario ragionato dell’italiano regionale svizzero, compilato con cura (e un pizzico d’ironia) dal giornalista e attivista ambientalista Sergio Savoia e dai linguisti Ettore Vitale e Stefano Vassere, e presentato domani, venerdì 30 ottobre, alle ore 18 a Palazzo Verbania di Luino, nell’ambito del “Festival del Racconto” del Premio Chiara, con il giornalista Cesare Chiericati a dialogare con Savoia e il direttore della Biblioteca Cantonale di Lugano, Stefano Vassere.

Lo “Svizzionario”, che è arrivato alla quarta edizione e ha venduto ben 40mila copie, è arricchito dalle vignette di Corrado Mordasini e raccoglie le principali espressioni e i vocaboli più “misteriosi” tra quelli usati nel Ticino e nei Grigioni, proponendoli in “traduzione italiana”, e vuole diffondere la conoscenza dell’italiano regionale svizzero, cioè di quella particolare varietà linguistica che si parla nella Svizzera italiana, riflettendo su etimologia, uso e regole della nostra lingua. Il tutto con un tono divertente e non cattedratico, in virtù della convinzione che «non sai parlare italiano finché non sai parlare lo svizzero».

«Ci sono espressioni che un italiano non può capire, come “buralista”, ovvero l’impiegato postale, termine che deriva dal francese “buraliste”, oppure “laborantin”, un assistente di laboratorio medico, mutuato dal tedesco», spiega Cesare Chiericati, a lungo inviato della Radio televisione svizzera e poi direttore del “Giornale del Popolo” di Lugano.

«Prendiamo per esempio il modo di dire “Non bisogna confondere il burro con la ferrovia”, per affermare che non si possono paragonare cose molto diverse tra loro. Un linguista è andato a fondo della questione e sembrerebbe che durante la Seconda Guerra Mondiale un treno pieno di burro danese destinato all’Italia si fosse fermato in Svizzera, tanto che un passante commentò: “È tutto burro per Mussolini che ha le emorroidi”. Lo “Svizzionario” dimostra come la lingua sia qualcosa in continuo mutare, in meglio o in peggio, e i social sono lì a testimoniarlo».

I non tantissimi lemmi “di produzione propria”, che non vengono dal tedesco né dal francese, sono infatti la spia dell’esistenza di un laboratorio linguistico vivace e vitale.

«Per questo motivo i ticinesi non devono fasciarsi la testa. L’italiano di Svizzera, pur se infarcito di francesismi e germanismi, non è peggio di quello di qualsiasi regione italiana. Certo, bisogna sapere che ogni tanto dalla nostra bocca escono parole “italiane” che un italiano non capirebbe», spiegano gli autori.

E se non capisce o scherza sui modi di dire, «ghe demm un’alzada», ovvero gli facciamo un bel liscio e busso.

Mario Chiodetti

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