Varese dalla vetrina - 28 ottobre 2026, 14:56

«Dal rifugio in cantina per salvarci dalle bombe a corso Matteotti pieno di bei negozi»: Angela Figini, una storia varesina che resiste

VARESE DALLA VETRINA/73. «La città della mia giovinezza era bellissima, ci si conosceva tutti»: la "signora" Figini, 90 anni, è la custode di un marchio con oltre un secolo di vita e di una dinastia che prosegue con il negozio di scarpe gestito dal figlio Enrico Cellerino. «Arrivò la guerra e scappavamo nei rifugi portandoci dietro i cartamodelli di mia madre, che faceva la sarta e non scendeva sotto terra perché se doveva morire voleva succedesse all’aria aperta, così se la casa veniva distrutta almeno il lavoro era salvo... Non c’era molto da mangiare, pane nero messo sottochiave, niente carne, e un eterno risotto che ero arrivata a odiare. Gli anni d'oro? C'era la fila di macchine dei clienti milanesi. Ricordo ancora quando calzai un paio di scarpe a Fausto Coppi»

Angela Figini insieme al figlio Enrico

Angela Figini insieme al figlio Enrico

La sua è stata una Varese quasi leggendaria, certo non facile per via della guerra e delle ristrettezze, ma anche prospera e piena di attività commerciali negli anni del boom economico, quando il sabato in città arrivavano i milanesi a fare shopping nei molti negozi eleganti e unici del centro. Angela Figini ha compiuto 90 anni lo scorso 4 maggio, e fresca di messa in piega ci accoglie nella grande casa di Oltrona al Lago per aprire i cassetti della memoria.

«Sono la nipote più vecchia, figlia di Renato che era nato nel 1906, a sua volta figlio, con i fratelli Emilio, Rino e Mario, del fondatore Carlo, nato a San Vittore Olona e apprendista a Milano al calzaturificio Polli. Ho incominciato a lavorare a 15 anni nel negozio di via Vittorio Veneto, ma prima l’attività era a Biumo, in piazza XXVI Maggio, quindi in via Garibaldi, nei locali dell’ex ciclista Bellani, e infine alla Madonnina, dove oggi c’è il Liceo musicale. Vendevamo scarpe di tutti i generi, ma nonno Carlo aveva incominciato producendo calzature sportive, per ciclisti e calciatori», racconta Angela, che guida ancora la macchina.

«La Varese della mia giovinezza era bellissima, ci si conosceva tutti, io sono nata a Biumo, in via Walder, e da bambina mi portavano nel negozio di via Garibaldi, mentre mia mamma, che era sarta, lavorava in casa. Però ricordo ancora con terrore gli anni della guerra, il suono dell’allarme. Al suono della sirena mi alzavo dal mio lettino e con papà e la nonna ci rifugiavamo in una maleodorante cantina di via Garibaldi adattata a rifugio. Con noi portavamo i cartamodelli di mia mamma in una borsetta, così se la casa veniva bombardata avremmo almeno salvato il lavoro. Mamma non voleva scendere sotto terra, diceva che se doveva morire voleva succedesse all’aria aperta, così usciva in giardino».

La signora Figini, che ha tenuto il negozio di via Morosini, tuttora gestito dal figlio Enrico Cellerino, fino al 2014 con le sorelle Enrica e Francesca, ricorda gli anni duri del conflitto, quando la sua famiglia, quella dello zio Emilio da poco sposato e l’altro zio Mario vivevano nella stessa casa, con un unico servizio.

«Non c’era molto da mangiare, pane nero messo sottochiave, niente carne, e un eterno risotto che ero arrivata a odiare. Papà andava a comperare qualcosa nella drogheria Buzio di via Garibaldi, arrivava con qualche cioccolatino. Erano tempi in cui ogni famiglia trepidava per qualcuno in guerra, ricordo che sopra di noi vivevano gli Orengo, con il padre colonnello via a combattere e il figlio che aveva poi aderito alla Repubblica di Salò. La figlia invece venne catturata dai fascisti con la giovanissima Franca Rame, le due furono rinchiuse nella chiesa della Madonnina e poi fatte sfilare per via Garibaldi. I Rame vivevano in via Frasconi e ricordo bene il papà. A Biumo c’erano bei negozi, allora non c’era traffico e mia mamma comandava la carne al macellaio Manfredi di fronte affacciandosi alla finestra, e lui le diceva cosa aveva di freschissimo. Mi mandavano a fare la spesa alla cooperativa sull’angolo assieme a mia cugina che poi sposò il signor Mera, delle caramelle Mera & Longhi».

Quando in città arrivarono i tedeschi, presero Renato Figini e i suoi fratelli perché pensavano avessero venduto merce illecita, «ma poi quando mia madre si presentò da loro per avere notizie, siccome era molto robusta ritennero fosse incinta e si impietosirono, liberando mio padre e gli zii. In negozio a Biumo avevamo un direttore che parlava perfettamente tedesco, e il comandante gli diede da tenere in casa alcune casse, con il veto di aprirle. Alla fine dovemmo farlo, perché incominciavano a mandare un cattivo odore. Dentro c’era ogni bendidio, pollame, carne, frutta e verdura che in parte salvammo. Allora le scarpe non erano di cuoio per la scarsità di materiale, il nostro lo nascondemmo murandolo».

Angela Figini vide i crateri lasciati dalle bombe all’Aermacchi, «ma la mattina in cui con papà andai là a un certo punto passò Pippo, l’aereo ricognitore alleato che faceva anche terrorismo psicologico, e dovemmo scappare a gambe levate. Però ho ben in mente quando bombardarono il mobilificio Alesini in viale Aguggiari, era mezzogiorno di una domenica di sole, la gente era uscita da messa e alla sirena dell’allarme si rifugiava come poteva, infilandosi nei portoni. Al Palace Hotel e in via Luini, dalle Suore, c’erano gli ospedali militari dove mia mamma andava a fare la volontaria».

Ma finalmente la guerra finisce e l’attività di Figini conosce una nuova primavera, con il grande negozio “storico” di via Vittorio Veneto, «che confinava con la Ferramenta Rossi e aveva la vetrina più grande lunga sette metri. Ricordo una cosa divertente: avevamo un direttore milanese appassionato di ciclismo, che per un Giro d’Italia aveva fatto realizzare in cartapesta le figure dei corridori più forti mettendole in vetrina. Ogni giorno andava al Bar Leoni a bere il caffè e a sentire il risultato della tappa, poi tornava e faceva spostare i corridori a seconda dell’ordine di arrivo», racconta la signora Angela.

«Non faccio per vantarmi, ma io calzai un paio di scarpe a Fausto Coppi, cliente affezionato di mio papà. Avevamo una clientela di lusso, da noi arrivavano i Borghi, i Mascetti e i Dansi e le signore potevano contare su un salottino “privilegiato” dove provare con calma le scarpe, servite da Renato Figini in persona. Io avevo 18 anni, e Coppi si intenerì vedendo una ragazzina. A quei tempi possedevamo un negozio anche in via Piave, di fianco al ciclista Regazzoni, e davanti alla pasticceria Buzzi lì vicino il sabato mattina c’era la fila di macchine dei clienti milanesi che venivano apposta per la famosa torta “Diplomatica”. Allora oltre a Figini c’erano Molinari, Cima, Calzaturificio di Varese, e tutti vendevano bene, Varese era rinomata per i suoi bei negozi di corso Matteotti, De Micheli cappelli, Valenzasca, oreficeria Chicherio, Trotti & Pertusi… mentre in via Vittorio Veneto c’erano Giussani, Proserpio, Baratelli, il ciclista Bronzi, l’Aldo detto “covercet”, coperchietto, perché aveva ogni tipo di ricambio per le pentole e per la cucina, e poi l’albergo ristorante Ticino, dove andavamo a mangiare a mezzogiorno quando facevamo l’orario continuato».

Angela Figini ha lavorato fino all’età di 78 anni, nel negozio di via Morosini che oggi manda avanti il figlio Enrico: «È bravo, lo gestisce come si deve», dice Angela, mentre il figlio scuote la testa: «Da quando sono lì è capitato di tutto, prima il Covid, poi la crisi, le guerre, l’aumento dei costi, atti vandalici al negozio, non si può dire sia stato fortunato». Ma il nome Figini resiste, così come la qualità dei suoi prodotti, e in negozio ancora campeggia incorniciata la réclame di nonno Carlo che recita: «Figini Carlo Varese, via Garibaldi 1, fabbricazione propria calzature sport ciclisti e fott-ball (sic) Marca Olonia», un marchio che data 1899 e ogni varesino che si rispetti ha imparato da sempre a conoscere.

Mario Chiodetti

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