Il concerto è appena terminato, e dopo il bis Gidon Kremer ringrazia a uno a uno i musicisti della sua splendida orchestra, la Kremerata Baltica, fondata da lui stesso nel 1997 e in continuo mutamento, con artisti giovanissimi che si succedono nel tempo. Un gesto di grande cortesia e stima quello del grande violinista lettone, che a 79 anni si permette di fare quattro serate di fila in luoghi diversi e ad ammaliare ancora con il suono del suo Stradivari.
Non si poteva immaginare inizio migliore per la ventisettesima Stagione musicale comunale anche quest’anno orfana di un konzerthaus e accolta nella Basilica di San Vittore, perché Kremer è stato uno dei più celebri virtuosi della sua generazione, spaziando dai classici ai contemporanei, tanto che molti compositori gli hanno dedicato le loro opere, come il pubblico varesino ha potuto constatare ieri sera.
Nella prima parte del concerto spazio all’orchestra, con l’inizio scoppiettante della Battalia à 10 per archi di Heinrich Ignaz Franz von Biber -uno dei nomi più lunghi della storia della musica- con tanto di caos melodico creato ad arte per imitare le diverse voci dei soldati di un accampamento. Scaldati gli archetti, ecco la prima meraviglia, il Quartetto per pianoforte in la minore di Gustav Mahler nella trascrizione per orchestra d’archi di Alexander Asteriodes, composto all’età di sedici anni e pieno dei semi che avrebbero germogliato più avanti con le immense sinfonie. Suono avvolgente e sontuoso, precisione infallibile e coesione perfetta per un ensemble che suona senza direttore ed è in grado, quasi in souplesse, di offrire una infinita tavolozza cromatica, evidenziando a meraviglia la profonda riflessione del giovane Mahler, fatta di intensi chiaroscuri e improvvise accensioni melodiche.
Ecco poi un altro arrangiamento, questa volta di Mahler stesso, del Quartetto d’archi in fa minore op. 95 “Serioso”, di Ludwig van Beethoven, che nelle mani dell’autore del “Titano” si trasforma quasi in sinfonia, con tinte alla Dvorák, grazie al raddoppio degli archi e ai contrabbassi. Il Beethoven “mahlerizzato” è un’altra cosa, un’apoteosi di suono ma anche l’accentuazione del carattere scarno ed essenziale della scrittura, che la Kremerata ha perfettamente assecondato, con una menzione speciale per la straordinaria violoncellista Magdalena Ceple, dal suono potente e vellutato.
Nella seconda parte ecco finalmente Gidon Kremer, e un altro mondo si è presentato agli orecchi dei presenti, quello del grande Nord, con tre brani scritti appositamente per lui da compositori estoni, lettoni e lituani, Alisson Kruusmaa, Jekabs Jančevskis e Andrius Zlabys, e poi dell’altro capo del mondo, con il tango argentino ricostruito di Astor Piazzolla.
Passare da Beethoven a Kruusmaa non è stato facile, ma la scrittura altamente virtuosistica del brano è stata affrontata da Kremer con grande classe e un magnifico suono, e tra i tre ci ha colpito di più il brano centrale del lettone Jančevskis, una intensa meditazione in cui il vibrafono del bravissimo Andrei Pushkarev ha aggiunto profondità. Piazzolla ha sempre un grande appeal, anche quando sperimenta e mette nella Fuga y misterio tre battute del Concerto per violino di Mendelssohn, dedica tre minuti “alla realtà”, o stravolge completamente il tango facendolo diventare sinfonico. Kremer non si è smentito, e ha mantenuto la sua incredibile precisione tecnica e la profondità del pensiero musicale, deliziando il pubblico anche con un bis quasi ultraterreno, “Vins qalvas rnuzigs Piena Celis”, che tradotto significa “Sopra di noi l’eterna Via Lattea” del compositore estone Jnants Kalnins, con la voce celestiale della violinista Marija Strapcane che già avevamo ammirato come spalla nella Battalia di Biber. Da lassù però, un certo Ennio da Roma, avrà sorriso.






