Pubblichiamo l'intervento-opinione dell'assessore ai Servizi Sociali del Comune di Varese Roberto Molinari:
Fare previsioni in politica è come voler scrutare le foglie del tè.
Fare previsioni in questo momento, quando sono saltati tutti gli equilibri internazionali, quando abbiamo la presenza dei leader più imprevedibili da decenni a questa parte e quando si assiste a esplosioni di populismo da tutte le parti, non solo nel nostro Paese, ma ovunque nel mondo, e quando questa appare come l'unica risposta politica a cui il “popolo” aspira, ebbene, è come giocare d'azzardo.
E così, per non tediare troppo il lettore e abusare della pazienza altrui, mi permetto un gioco di fantasia nel descrivere una sorta di quadro politico che riguarda le prossime possibili vicende in casa leghista. Con un'avvertenza. Non me ne vogliano gli amici della Lega, il mio è solo un esercizio teorico.
Ebbene. Abbiamo visto tutti che Salvini, anche se la cosa è smentita, è in grave difficoltà.
Sente il vento della contestazione interna e della messa sotto accusa della sua leadership, oltre che della linea politica che sta portando avanti da anni.
E questo non è solo il frutto della perdita di consenso che sta avvenendo a opera di Vannacci. C'è molto di più. E quel molto di più riguarda la ragion d'essere della Lega stessa e la sua natura, il suo DNA originario.
E così, il Capitano, che aspira a ritornare a fare il ministro degli Interni, non ora, ma nel prossimo futuro, salvo sconfitta della Meloni, ha giocato le sue carte.
Il congresso anticipato, straordinario o come vogliamo definirlo, ma comunque un tantino “farlocco”.
Al momento in cui scrivo, il congresso della Lega dovrebbe tenersi con gli stessi delegati che lo hanno eletto plebiscitariamente un anno fa.
Hai voglia a dire “se c'è qualcuno che vuole sfidarmi, si candidi”. Cioè, il Capitano decide le regole, decide chi ha diritto di voto e chi no e chiede anche che qualcuno lo sfidi apertamente. Insomma, ci sarebbe da chiamare la Procura per sostenere il reato di induzione al suicidio, politico in questo caso.
Dunque il Capitano, direbbe qualcuno, ama vincere facile, per parafrasare una vecchia pubblicità.
E, al momento in cui scrivo, sembra che ci sia qualcuno che ha deciso di accettare il guanto di sfida e forse anche di suicidarsi politicamente, l’ex ministro Garavaglia. Vedremo nelle prossime ore se il proposito sarà confermato e chi lo appoggerà.
Ora, ammettiamo che tutto vada come previsto dal Capitano. Il nostro vince il congresso a piene mani e così si ripresenta dalla Meloni dicendole “il partito sono io”. Ma non basta. Ora, a questo punto e con questo scenario, Salvini può permettersi anche di dire ai suoi “ora faccio io le liste, decido io chi sono i capilista bloccati e chi dovrà correre per le preferenze, se vuole correre”.
Cuperlo, nel suo intervento di qualche giorno fa in Parlamento, parlando della nuova legge elettorale che questo Governo ha fatto approvare, ha avuto una felice battuta. Ha detto ai fedeli alleati della Meloni e cioè alla Lega e a Forza Italia, “attenzione perché rischiate con questa legge che andate ad approvare, di fare la fine dei tacchini nel giorno del Ringraziamento”, nota festa americana, dove milioni di questi esemplari finiscono in forno per essere consumati da fameliche orde di statunitensi.
Eh sì, perché questa nuova legge elettorale, così come è concepita con l'abolizione dei collegi maggioritari, vedrà di per sé, solo per i partiti più grossi (FdI e PD), la possibilità di eleggere, oltre ai capilista bloccati, altri parlamentari nella quota preferenze. Per tutti gli altri, Lega e FI compresi, saranno guai perché riusciranno a mandare a Roma solo una manciata di candidati, perdendo così, soprattutto qui al Nord, forza contrattuale in future trattative.
Dunque, sempre sul piano teorico ovviamente, avremo un “corpaccione”, nell'attuale destracentro, fatto da FdI affiancato da minus come alleati.
Ma il problema, sempre ragionando su di un presunto e non certo quadro politico, è “chi decide i capilista bloccati” con buona probabilità di essere eletti in un partito dove il segretario ha appena avuto una riconferma pesante tanto da aver spazzato via ogni dissenso? Insomma, in salsa diversa, siamo un po' ai pieni poteri invocati al famoso Papete.
Variabile. Salvini perde il congresso perché il vento del Nord si è alzato impetuoso e, in un moto di ribellione, i governatori toccano l’animus dei delegati, i quali non rispondono più al Capitano. Altra variabile. Salvini vince il congresso, ma a dispetto del suo intento ha una fronda interna che si materializza ed è pronta a condizionarlo sulla composizione delle liste e sulla linea politica.
Ma proviamo ancora a fare una qualche pennellata di fantasia pura in più al nostro quadro politico teorico e magari non proprio realistico.
Salvini vince il congresso straordinario così come da lui predisposto. Non ha avversari in grado di limitarlo. Fa le liste e piazza i suoi fedelissimi in posizione eleggibile e utile. Gli altri che fine fanno? Gli oppositori interni? Dunque il Capitano punta a eliminare gli oppositori, accetta la riduzione dei parlamentari, tanto saranno solo i suoi fedelissimi a essere eletti, e si prepara a chiedere, in caso di vittoria, il ministero degli Interni. In uno scenario del genere, poi, non possiamo negare neanche l'ipotesi che, per garantirsi, il nostro abbia già “ceduto” il feudo lombardo e quindi la candidatura a governatore nel 2028 a FdI.
Di qui alcune domande spontanee. Quanto la minoranza interna rimarrà nel partito? In quanti saranno disposti a proseguire da fine ottobre in avanti l'avventura del partito che fu di Bossi e Maroni, non vedendo alternative perseguibili in grado di riportare indietro le lancette della storia leghista? Quanti amministratori locali riusciranno a coesistere in un siffatto quadro senza pensare o di traslocare su altri lidi o di ritirarsi a vita privata? E quanti riusciranno, militanti, elettori, amministratori, a far propria una linea politica sempre più spostata a destra e sempre meno legata alle origini, al DNA bossiano da sindacato territoriale del Nord?
E qui mi si apre un'ulteriore riflessione. Dunque, da decenni, il tema dell’autonomia è ostaggio della Lega. Le macroregioni di Miglio, la secessione, la devolution, l’ampolla del Po, il sindacalismo di territorio e altre amenità. Non ultima, poi, l’attuale proposta di ampliamento delle materie di competenza regionale. Insomma, questa è stata negli ultimi 40 anni la Lega e questi sono stati i suoi passaggi “politici”. Ora ammettiamo invece che, con una Lega spostata a destra, ridotta in termini numerici e abbandonata da elettori e militanti, si aprano scenari diversi, scenari che consentano a chi ha un’altra cultura politica di rappresentare in termini diversi il Nord e l’autonomia, soprattutto quella degli enti locali, dei Comuni. Pensiamo al bagaglio culturale sul tema già presente, per citarne uno fra i diversi, in don Sturzo e alla sua idea di Comuni intesi come veri presidi sul territorio, sfuggendo così alle suggestioni leghiste fintamente federaliste, recuperando, in un'accezione finalmente positiva, non solo un pensiero che è nella nostra tradizione migliore, ma anche modalità di rappresentatività locale capaci, tuttavia, di stare nel contesto nazionale in una logica di valorizzazione sussidiaria di competenze, di libertà amministrativa, d’innovazione e nello stesso tempo solidale e non condizionata da egoismo rivendicativo fatto di chiusure e mortificante rabbia.
Così può tornare di attualità la sottolineatura già presente nel pensiero sturziano, come alternativa credibile in un Paese come il nostro, al di là della “suicida autonomia leghista”, appena approvata dal Governo, della capacità di unire municipalismo e senso di comunità.
Così come, sempre riferendomi al prete di Caltagirone, la sua idea di autonomia locale e quindi di realtà comunale, frutto della sua esperienza di vicesindaco, a me pare possa davvero proporsi come elemento di modernizzazione del nostro Stato rispetto agli approcci tutti ideologici dei cultori della superiorità antropologica del Nord.
Il Comune non è un semplice organo burocratico, non è la lunga mano dello Stato, ma appare, nel pensiero sturziano, come un organismo naturale e anche sociale, radicato nelle tradizioni (locali) e nella vita delle persone che lo percepiscono come vicino.
E dunque, a fronte di una situazione che vede finalmente la caduta di dogmi e limiti ideologici imposti da un partito capace sì di intercettare, nel passato, gli umori della gente, ma colpevole di averli trasformati, tuttavia, in chiacchiera da bar e non in un progetto politico serio e accettabile dal Paese tutto, ebbene, come non immaginare l’apertura di una nuova fase e di nuovi spazi politici da occupare?
Come non sentirsi liberi di affrontare diversamente una discussione sul tema dell’autonomia e delle autonomie municipali dove, al centro della discussione, può mettersi un'autonomia locale legata alla dignità delle persone? Dove la dignità della persona, unita ai corpi intermedi, non solo dà un significato diverso, alto, alle tradizioni, ma anche e soprattutto al protagonismo dei ceti meno abbienti, capaci di elevarsi proprio nello scenario della città e accompagnare la stessa nelle sue trasformazioni?
Come non pensare che è proprio attraverso questo connubio, autonomia locale, dignità della persona, corpi intermedi, che si frena la logica (di ritorno, sic) del centralismo e si costruiscono esperienze di sussidiarietà originali partendo dalle periferie?
Insomma, l’evoluzione o l’involuzione, a seconda di come la si potrà guardare, del movimento leghista potrebbe davvero determinare scenari sino a ora inimmaginabili, scenari capaci di cambiare il panorama politico del Paese e capaci di rimescolare le carte della politica in modo non previsto e non prevedibile.




