L’uomo giusto al momento giusto. Antonio Triveri, giornalista forse per caso, per 46 anni in forza allo sport de “La Prealpina” e in pensione dal 7 giugno scorso, ha scritto di tutte le discipline, trovandosi al cospetto di campioni emergenti e seguendoli per il mondo, a mano a mano che la loro carriera decollava. Eppure le cose sarebbero potute andare diversamente, se un pomeriggio del lontano 1980, quando Antonio aveva 17 anni, suo padre, maresciallo dei Carabinieri, responsabile del nucleo radiomobile, non lo avesse portato alla redazione de “La Notte” in piazza della Motta, aperta però solo al mattino, così si ripiegò su via Tamagno e “Prealpina” fu.
«Papà voleva che in estate, finita la scuola - frequentavo il liceo classico “Cairoli”- non stessi con le mani in mano ma mi occupassi di qualcosa, o scaricare le cassette della frutta dal Gergati oppure scrivere su un giornale, anche se lui sognava un figlio avvocato. La mia famiglia era arrivata a Varese nel 1978, dal paese dove mio padre allora era di stanza, San Filippo del Mela, in provincia di Messina. A Varese avevamo parenti e poi mia sorella avrebbe frequentato la facoltà di Medicina all’Insubria. Io sono nato a Milazzo e i miei sono di origine calabrese. Al paese seguivo già il calcio e giocavo a basket, così continuai a farlo qui e scrivevo i resoconti delle partite della Mobilgirgi da inviare agli amici di San Filippo, là esiste una delle più antiche società di basket, la Società sportiva “Peppino Cocuzza”», spiega Antonio.
«Il 13 giugno 1980 uscì la mia prima “breve” e pochi giorni dopo il primo articolo vero e proprio, sul fatto che ci fossero le vipere al cimitero di Belforte. Tra la seconda e la terza liceo, frequentavo la redazione solo in estate, ma dopo la maturità ci andavo ogni giorno, e prima di compiere 20 anni ero pubblicista».
Triveri è stato il cantore dell’hockey varesino dal 1981 al 1996, ma ci arrivò anche stavolta per caso: «Incominciai a scrivere dell’Argo in serie A perché la figlia del vice presidente Mengoni era in classe con me al liceo. Allora l’hockey non era seguito bene, così mi appassionai e c’ero quando nel 1983 Varese batté il Cortina ed entrò nei playoff, con il primo pienone al Palaghiaccio con tanto di fanfara dei bersaglieri. Unico giornalista a seguire l’hockey, andavo in trasferta con il pullman della squadra, allora corrispondevo anche con Radio Varese e Radio Super Varese, oltre che con l’“Alto Adige”, il “Gazzettino di Venezia”, “Tuttosport” e “La Sicilia” di Catania. La consacrazione arrivò nella seconda metà degli anni ’80, quando subii la cosiddetta “matricola”. Era infatti usanza che i giovani giocatori, di ritorno da una vittoria, fossero rasati come in caserma dagli anziani, e la cosa toccò anche a me, dalle mani del gigantesco difensore Dan Fascinato. Ricordo che poi mi fermai alle 5 del mattino nello spogliatoio del palaghiaccio a tentare di rimettermi un po’ in sesto, ma ero fiero di fare parte del gruppo a tutti gli effetti».
Antonio era a Bolzano nell’87 per la partita finale che diede il primo scudetto a Varese, e nell’89 ebbe una licenza da militare per seguire la partita del secondo tricolore vinta in casa col Fassa - lo sostituiva a quel tempo in redazione Francesco Pierantozzi - e nel 1995 seguì la squadra in Slovacchia per la vittoria nella Federation Cup, unica coppa internazionale vinta da una squadra italiana.
«Sono stato fortunato nella mia carriera di giornalista, seguivo i diversi sport quando si manifestavano i campioni. Successe con la pallavolo, prima con la squadra femminile di Albizzate, e poi con la Yamamay del trionfo di Baku in Azerbaijan nella Coppa Cev. Fui io a creare, negli anni ’80, la pagina della pallavolo sulla “Prealpina del lunedì”, e sono il giornalista di via Tamagno che ha viaggiato di più, visitando con le squadre, oltre a tutta l’Italia, Turchia, Azerbaijan, Slovacchia, Gran Bretagna e Francia, Austria, Olanda, Slovenia, Germania e Belgio. Un altro record personale è quello di aver girato tutte le redazioni de “La Prealpina”, Gallarate, Busto e Legnano e aver fatto sostituzioni in cronaca e interni ed esteri».
Ma a Triveri capitò anche, sempre casualmente, di fare uno scoop nazionale in cronaca, purtroppo in una triste circostanza: «Con me a militare c’era il fratello di Andrea Cortellezzi, il ragazzo di Tradate rapito nel 1989 e mai più ritornato a casa. Così ebbi l’opportunità di intervistare suo padre quando ricevette il pezzo di orecchio di suo figlio dai rapitori della ‘ndrangheta. Il pezzo mi aprì la porta per l’assunzione al giornale».
La sua carriera però proseguì in ambito sportivo: «Ho seguito hockey, canottaggio con Elia Luini, tennis, softball, tiro a volo con i mondiali a Fagnano Olona nel ’94, calcio, pattinaggio, ciclismo con le Tre Valli, judo, pugilato, ping pong, football americano, nuoto e pallanuoto con la Von di Manuela Zanchi. All’inizio mi portavo la macchina per scrivere portatile e dettavo poi il pezzo al dimafonista, scappando in una cabina telefonica a gettoni. Nel 2008, in occasione dei Mondiali di ciclismo a Varese, feci un altro scoop: mentre tutti i giornali puntavano sulla manifestazione e i campioni presenti, io scoprii che la Varese 2008 Spa, la società amministratrice della competizione, aveva un buco di 800mila euro, già prima della gara. Avevo le mie fonti», racconta Antonio, che ha una figlia, Solea di 26 anni, che vive e lavora a Lugano dopo il diploma in Pittura a Brera, e si è sempre occupato, oltre che dell’aspetto tecnico, anche dei problemi societari e della politica sportiva, e oggi fa parte della Varese Sport Commission e della Commissione Sport della Fondazione “Varese Welcome”.
Vincitore nel 1986 della “Rosa Camuna” della Federazione sportiva Ghiaccio, nel 2018 del Premio “Giornalista dell’anno” della Federazione nazionale Canottaggio e della “Penna del volley” del Comitato regionale della Federazione nazionale di Pallavolo, Triveri non ha rimpianti: «All’inizio della carriera sarei potuto andare a Milano, alla “Gazzetta dello Sport” ma ho preferito rimanere in “Prealpina” dove mi hanno sempre dato fiducia e ho potuto seguire realtà che hanno dato lustro a Varese. Dagli anni ’80 la città purtroppo è cambiata in peggio, allora c’era più attenzione, maggior passione e meno polemiche, e anche l’amore per i nostri luoghi è calato, mentre è cresciuta l’incuria e non c’è attenzione per il decoro urbano. C’è tanta ricchezza sportiva, ma anche una dispersione delle risorse, oggi sono spariti i grandi industriali mecenati e le banche, e purtroppo imprenditori come Orrigoni, che sta recuperando un comparto di Varese dotandolo di una piscina olimpionica, di palestre e campo di basket e di un piccolo parco dove scorre il Vellone, ha dovuto faticare molto e affrontare parecchie difficoltà. Una cosa che non capisco, poi, è come non si investa nel comparto alberghiero, visto l’indotto che portano i molteplici eventi sportivi».
Antonio Triveri ha oggi una seconda vita come assessore ai Lavori Pubblici, edilizia privata, urbanistica, PGT e promozione turistica del comune di Azzate, ha fatto crescere l’Associazione “In Valbossa” e promuove “Valbossa in rosa”, manifestazione per combattere il tumore al seno patrocinata da ben 39 comuni della provincia.
«Abito ad Azzate dal 2004 ma posso dire di vivere il paese come comunità solo dal 2018, prima ero sempre proiettato su Varese o via per lavoro. Mi dedico al sociale e spesso vado con i volontari a raccogliere in giro i rifiuti lasciati dai molti maleducati. Appena posso coltivo la passione per il musical o quella di girare per le città. Amo molto le chiese romaniche, e per fortuna dalle nostre parti ce ne sono diverse».












