La Delizia è rosso vivo, la Rosy o Pink Lady, rosa intenso, la Renetta verdegialla, la Pom Pepin verde con da un solo lato una sfumatura rosa, la Golden Delicious giallo oro, la Topaz vermiglia con “mèches” gialline, e la Granny Smith verde prato. La tavolozza delle mele è quantomai affascinante, e in un meleto come quello di Pierluigi Milesi e Renata Certisi, che conta duemila piante e qualcosa come 47 varietà, è davvero simile a quella della giubba di Arlecchino. A Orino, infatti, da dieci anni Milesi coltiva mele con una passione totale, dopo gli studi compiuti in Val di Non, soprattutto per diventare un esperto di potatura, arte difficilissima che lui paragona a quella di un chirurgo.
Pierluigi e Renata vivono a Gemonio, ma trascorrono quasi tutto il tempo nel grande meleto e castagneto, perché tutto intorno ci sono castagni di oltre 40 anni che forniscono quattro qualità di marroni, Castel del Rio, Garrone rosso, Marrone trentino e Bouche de Bétizac, «ma la stagione non è stata delle migliori, per la siccità e il caldo intenso», spiega Milesi.
«Io e mia moglie abbiamo la mamma trentina e la mia famiglia già coltivava mele. Delle nostre 47 varietà, molte sono della stessa mela: per esempio la Fuji ne ha quattro, la Golden c’è orange e red chief, la Renetta la troviamo del Canada, champagne, rossa e dei ghiacci. Poi abbiamo la mela ananas, piccola e giallissima, la Gala Royal, la Fondeca, l’Evelina, la Tango, la Red Moon, la Brina, l’Imperatore Dallago e la Red One e tante altre».
Un meleto così grande necessita di infinite cure e con il cambiamento climatico anche di molta acqua.
«Abbiamo un impianto ad ala gocciolante, con un gocciolatore posto ogni 30 centimetri e innaffiamo una volta la settimana. Per fortuna il nostro è un terreno che mantiene l’umidità a cagione delle falde sotterranee. Poi è importante proteggere le piante dalla grandine con apposite reti. Qui un tempo c’era un bosco, noi piano piano l’abbiamo trasformato in coltivo. Io non uso diserbanti, concimo quando interro la pianta e taglio l’erba sotto il fusto, in modo da aumentare il potere azotato. Faccio due trattamenti all’anno, il verderame d’inverno, e magnesio, potassio, zeolite (roccia macinata) e propolis dopo la fioritura. Il problema sono acari, afidi e la piralide del granoturco che pratica un foro microscopico nelle mele, difficile da vedere. Poi la carpocapsa del melo, un lepidottero la cui larva intacca il frutto, lo buca e arriva al torsolo, la parte più dolce della mela, indebolendola e facendola cadere. Contro i calabroni, invece, mettiamo bottiglie con miele e aceto e un tappo speciale, cosicché l’insetto una volta entrato non possa più uscire».
Le mele estive normalmente maturano alla metà di agosto, poi seguono le autunnali e le invernali, da cogliere circa fino al 20 novembre. Le più richieste dai clienti, che arrivano un po’ da tutta la provincia, sono le Topaz, le Renette e le Golden, ma qualcuno chiede anche la Pom Pepin di Urin, l’unica mela autoctona della zona, dal gusto un po’ asprigno.
«Tutte le mele - la mia preferita è la Topaz, che arriva dalla Cecoslovacchia - sono allo stesso tempo facili e difficili da coltivare, il segreto però sta nella potatura, che si fa da metà novembre a fine marzo. Ci impiego tre mesi e mi aiuta mio figlio Matteo. Tengo anche corsi di potatura, è un lavoro delicatissimo che se fatto male rischia di compromettere l’intera stagione».
Pierluigi Milesi ci spiega come si deve fare: «Occorre lasciare i rami piccoli e potare quelli deboli, e controllare la “lamburda”, una gemma-frutto. Vanno lasciate le gemme sui rami misti e anche il “brindillo”, un rametto di 20-30 centimetri in grado di fruttificare. Al momento della potatura, si lascia una punta centrale, la gemma apicale della pianta, che contiene le auxine, gli ormoni vegetali che regolano la crescita e lo sviluppo. Quando le mele crescono, si forma un mazzetto di cinque esemplari, il “corimbo”, che andrebbe diradato a mano, io non lo faccio. Se si vuole ottenere una sola mela grossa, si tolgono le altre quattro, lasciando quella centrale, che ha il bottone fiorito più grande. La pianta, da sola, fa la “cascola”, cioè lascia cadere i frutti che non riesce a tenere, di solito di cinque ne rimangono tre. Qui siamo fortunati, perché è una zona con buona umidità e altezza giusta, circa 500 metri, così vengono bene un po’ tutte le varietà».
Se Pierluigi è il “braccio”, la moglie Renata si occupa di guidare le scolaresche, «e poi raccolgo i rami secchi e le mele cadute, e in passato ho curato una serie di ricette che vedono la mela come protagonista». Adesso sta arrivando il momento delle castagne, la prima varietà a maturare è la Bouche de Bétizac, poi il Garrone rosso, Castel del Rio e Marrone trentino, con la raccolta fatta a mano tramite l’ausilio del “Roll-in”, un attrezzo grande poco più di un pallone da rugby che “cattura” i marroni rotolando sul terreno.
«Che mele, che mele, son dolci come il miele, son belle son grosse, son pronte da mangiar», cantava Lidia Martorana in un successo del 1949 firmato da Tata Giacobetti e Gorni Kramer, terminando con «son buone, fan bene, le dita fan succhiar». Chi mangia le mele va sempre a gonfie vele, e lasciando perdere la famosa mela al giorno che toglierebbe il medico di torno, un giro a Orino all’azienda agricola Milesi può far capire quanto interessante sia il mondo che ruota attorno a questo frutto, tanto appetitoso da farci perdere perfino il Giardino dell’Eden.







