«Kkiodoo…» il grido un po’ masticato risuona ogni volta che Flavio mi incontra, fin dai tempi del liceo “Cairoli”, dove entrambi eravamo nella sezione C e lui passava le versioni di greco e latino assieme a Taddia, nel mio caso in cambio di lp di classica da ascoltare, che mi ritornavano tutti rigati dalla puntina. Il primo della classe, non entrando - come recita un aforisma di Gino Patroni - ma tout court, in lotta con Valerio Galetta, ma assai meno criptico di lui e già interessato alla medicina, scelta che avrebbe fatto all’università. Oggi Flavio Vanetti, non diventato medico, è ancora una firma del “Corriere della Sera”, in pensione dal 2018 dopo essere stato inviato a seguire tanti sport diversi, campionati del mondo e Olimpiadi, ma attivo come collaboratore esterno e creatore di un blog, “Mistero bUFO”, dedicato all’ufologia.
Le nostre strade professionali si divisero dopo il comune “addestramento” alla “Prealpina”, io alla Giorgio Mondadori nel 1984, lui assunto alla “Gazzetta dello Sport” il 15 settembre 1982 come esperto di basket, cresciuto alla scuola del leggendario Ettore Pagani. Per raccontare Flavio ci vorrebbe un volume, tante sono le “cose viste” e i personaggi intervistati ai quattro capi del pianeta, e la chiacchierata al tavolino del Bosisio Bistrò 1926 - «stiamo fuori, così se passa il sindaco gli mangio il kranio» - riempie sei fogli di taccuino e siamo stati stretti. Incominciamo a dipanare la matassa.
Come mai hai lasciato medicina?
«Fu all’esame di fisiologia, ascoltai la lezione del prof. Ventura e mi diedi alla fuga, capii che non faceva per me. Ero al secondo anno, studiavo nella redazione della “Prealpina”, a cui collaboravo dall’ultimo anno di liceo, pensavo a un “Corriere medico” che poi realizzò Bruno Lucisano, su cui scrivere. Recentemente ho ritrovato un foglio a quadretti del quaderno delle elementari con un giornalino scritto con la penna verde. Il giornalismo già mi chiamava».
Tu sei un grande appassionato di sport prima ancora che una penna raffinata, come ti è nata la passione?
«Mia mamma era tifosa del grande Torino e di altri sport, papà invece juventino sfegatato, io allora ero interista poi passai alla Juve. Ma la svolta arrivò grazie a Ettore Pagani, che mi fece conoscere e amare il basket, che poi seguivo in “Prealpina” ma ero chiuso da Piovanelli, così mi dirottavano sul Varese di Rumignani e poi Fascetti, ma coprivo anche la cronaca sindacale, la bianca e anche un po’ di nera».
Prima di passare alla “Gazza” hai lavorato anche in Provincia.
«Sì, per due anni come addetto stampa della presidenza di Alfonso Spozio. Poi per altri due con la stessa mansione alla “Cagiva”, subentrando a un monumento del giornalismo motoristico come Roberto Patrignani e lasciando poi il posto a un altro grande personaggio, Carlo Pernat, che poi divenne manager di Valentino Rossi. L’ambiente alla “Cagiva” era folle, i fratelli Castiglioni erano fuori da ogni regola».
Come sono stati i tuoi sette anni alla “Rosea”?
«Fui assunto come esperto di basket, ma seguii per un po’ anche la motonautica. Sono stato il primo a portare il giornale a una finale della NBA, nel giugno 1989 e testimone del ritiro dalle gare di Kareem Abdul-Jabbar. Del massimo torneo americano di pallacanestro ho raccontato nel libro “Universo NBA”, scritto con Davide Chinellato e pubblicato da Rizzoli, in libreria dal prossimo 20 ottobre. Sono storie e aneddoti della 30 squadre della regular season».
Poi la grande avventura al “Corriere della Sera”, dal 15 settembre - data per te fatidica - 1989.
«Candido Cannavò, allora direttore in “Gazzetta” si mise di traverso, considerava il mio passaggio un tradimento. Poi riuscii a entrare sempre come esperto di basket, ed ebbi prima Carlo Grandini, poi Gianfranco Teotino come capo dello sport. Per prima cosa Teotino mi mandò a seguire il matrimonio tra Loredana Bertè e Bjorn Borg, dicendomi: “Scrivi un bel pezzo”, come se fossi arrivato lì a pettinare le bambole. Al “Corriere” ho seguito un po’ di tutto: nel ’90 la pallavolo, con la crescita delle nostre nazionali, nel ’93 l’Europeo di basket e poi 19 Olimpiadi, comprese le invernali, due dalla redazione e il resto sul campo, tranne Pechino 2022 che ho commentato da casa. Non mi sono fatto mancare niente, ho seguito la scherma - possiedo il fioretto della Vezzali con cui vinse a Pechino - lo sci ai tempi di Tomba e Compagnoni, dal 1999 anche la Formula Uno per la quale ho girato il mondo, e la Moto GP dal 2018. Oggi scrivo interviste da collaboratore esterno e seguo basket e sci, pur non essendo sciatore».
Tu sei un grande appassionato di ufologia, tanto da tenere un blog nelle pagine di Corriere.it
«Per ottenere il nome, “Mistero bUFO”, chiesi l’autorizzazione a Dario Fo, che me lo concesse regalandomi anche un suo disegno. Il blog funziona bene, fa scatenare dibattiti e polemiche, quando i commenti erano liberi e non a pagamento come oggi, per ogni post ne arrivavano anche oltre 240».
Ci sono stati avvistamenti nel Varesotto?
«Ci fu il caso dell’ufo caduto a Magenta nel 1933, conservato a Vergiate negli hangar della Siai-Marchetti e poi portato via dagli americani, per cui intervenne all’epoca addirittura Mussolini che ordinò di non parlarne. A Tradate negli anni ’50 il contadino Bruno Facchini dichiarò di aver visto in un campo un oggetto discoidale con tre esseri scafandrati che gli spararono al petto ustionandolo, e a Viggù un operaio in Lambretta vide due alieni che galleggiavano nell’aria. A parlare di ufologia sono stato anche da Fazio a “Che tempo che fa”, il 28 novembre prossimo terrò una lezione per “Varesecorsi”, e nel 2013 ho anche pubblicato, con Sara Cafulli e Ottavio Daviddi il libro “Turisti per Ufo, 51 luoghi alieni da visitare nel mondo”».
Cosa ti appassiona di più nel tuo lavoro?
«La possibilità di raccontare luoghi e personaggi».
I tuoi più bei successi professionali.
«Le tante olimpiadi seguite sul campo e poi l’aver intervistato a Milano Leni Riefenstahl, fotografa, regista e attrice tedesca che allora aveva già compito il secolo di vita, e la star degli “All Blacks” di rugby Jonah Lomu nella sua casa di Auckland, già malato di reni e prossimo al trapianto».
Il tuo più grande rimpianto.
«Non essere riuscito a intervistare Michael Jordan».
Cosa non rifaresti nella tua vita?
«Non mollerei l’università, mi duole non essere arrivato alla laurea».
Cosa ricordi della leggendaria Vanetti & Gandini di Giubiano, grissini e panettoni?
«Nulla, perché era l’azienda di mio nonno. Ricordo quella di mio padre a Vedano Olona, dove lui inventò il ciclo continuo per la produzione di grissini».
Coltivi ancora la passione per i trenini elettrici?
«Certo, solo Märklin, sto ultimando un plastico di sette metri per tre su tre piani con una parte sotterranea».
Per la Pallacanestro Varese è arrivato l’anno della rinascita?
«Sono ottimista, ci sono premesse importanti perché si ritorni a galla. A giorni si attende la risposta della NBA per l’NBA Europe, dovremmo essere tra le società fondatrici. La squadra è interessante e profonda, spero si arrivi almeno ai play off».
E dei “Mastini” che ci dici?
«Ci vogliono maggiori risorse societarie, la squadra è un po’ giovane e un po’ fondata sui veterani, dopo le vittorie di coppa e titolo si è persa qualcosa, dovremmo ispirarci a ciò che sta facendo Milano».
Cosa non va di Varese?
«Occorre ritornare ad avere più passione per i nostri luoghi storici, come per esempio la stazioncina dei tram di viale Aguggiari, che andava acquistata e ristrutturata, e soprattutto per il complesso alberghiero di Campo dei Fiori. Non si è mai fatto un discorso globale sulla nostra montagna, è assurdo che in luglio la sera al Sacro Monte non ci sia un bar aperto».
Cosa cambieresti subito della città?
«La curerei molto di più, è sporca e abbandonata a sé stessa, bisognerebbe essere più “svizzeri”, incominciando a dotarla di contenitori nascosti per i rifiuti, come ci sono per esempio a Lugano».
Chi vedresti come nuovo candidato sindaco?
«Non faccio nomi, serve una persona che sia appassionata di Varese e della sua storia, al di là della bandiera politica».
Cosa serve a Varese per crescere?
«Una maggiore interazione tra le diverse realtà culturali, è assurdo che non ci sia connessione tra la Fondazione Morandini e il FAI di Villa Panza, solo per fare un esempio».
Perché la città si è involuta?
«Perché è cambiato il mondo? Anche per questo, ma è un po’ così dappertutto, anche in Emilia dove le città erano un modello. Qui si è persa la forza imprenditoriale che ci ha caratterizzato in passato, occorre ritrovarne lo spirito anche per favorire il benessere collettivo».
Cosa ami di più di Varese?
«Il paesaggio, le tante passeggiate possibili. Però abbiamo un gioiello non montato purtroppo sull’anello giusto».
Cosa non ti piace dei varesini?
«Che a volte sono troppo chiusi».
Cosa legge e ascolta Flavio Vanetti?
«Sto ultimando il libro di Mario Todeschini Lalli “Le Olimpiadi del 1944. Gare e guerra da Roma ai lager tedeschi”, con i prigionieri polacchi che scesero in campo secondo gli ideali olimpici, con medaglie di cartone e gare di salto in alto fatte tendendo i fili per il bucato. Vado molto al cinema e mi è piaciuta l’“Odissea” di Nolan, una bella lettura in chiave moderna, frequento un po’ la Scala e i teatri».
Flavio è stato “buono” con Varese, gli strali li riserva nella sua trasmissione per RMF, Radio missione francescana, intitolata proprio “Ti mangio il cranio” dalla celebre frase che Fabio Capello rivolgeva ai giocatori svogliati. Lì, non ce n’è per nessuno.






