Ci sono campioni che appartengono alla storia del calcio. E poi ci sono quelli che sembrano appartenere a una dimensione diversa, quasi magica. Juan Alberto “Pepe” Schiaffino è uno di questi. Un uomo capace di vedere il gioco prima ancora che accadesse, di intuire la traiettoria del pallone, di semplificare ciò che per gli altri sembrava complicato.
A cent’anni dalla sua nascita - era nato a Montevideo il 28 luglio 1925 - la sua figura torna al centro dell’attenzione grazie al libro “Schiaffino, l’uomo che veniva da lontano”, scritto da Adalberto Scemma e Massimiliano Castellani, pubblicato da Minerva Edizioni nella collana “Oltre il Novantesimo”.
La presentazione si è svolta mercoledì 9 settembre in Sala Tramogge a Busto Arsizio, nell’ambito degli appuntamenti di “SportivaMente”. Con i due autori era presente anche Angelo Bonizzoni, figlio di Luigi “Cina” Bonizzoni, l’allenatore che guidò Schiaffino nei suoi ultimi tre anni al Milan, dal 1957 al 1960, conquistando lo scudetto nel 1959.. A dialogare con loro Alessio Murace, giornalista de Il Bustese.

Uno dei cinque più grandi di sempre
La domanda da cui nasce il libro è quasi incredibile: perché, nonostante la sua grandezza, Schiaffino non aveva ancora una biografia pubblicata in italiano?
Eppure il fuoriclasse uruguaiano è stato indicato da Gianni Brera come «uno dei cinque fuoriclasse più grandi di sempre».
Un giocatore capace di entrare nella leggenda con la maglia dell'Uruguay nel Mondiale del 1950, quando la Celeste compì una delle imprese più celebri della storia dello sport: il “Maracanazo”, la vittoria contro il Brasile al Maracanã che fece piangere un intero Paese.
Ma proprio qui sta il paradosso raccontato dagli autori: uno dei più grandi è rimasto anche uno dei meno conosciuti. «Veder giocare Schiaffino è stato un incanto», ha raccontato Adalberto Scemma ricordando il primo incontro con il suo mito, durante i Mondiali del 1954, quando giocava nella squadra di Sant'Egidio nel Mantovano.
«Nessuno come lui aveva classe e fantasia. Aveva caratteristiche straordinarie. Ha creato un mito. Era un genio».
«Aveva qualcosa di magico nella mente»
Scemma ha cercato di spiegare anche ciò che rendeva Schiaffino diverso dagli altri.
«Aveva nella mente qualcosa di magico, aveva il massimo grado di energia. Semplificava il gioco con una straordinaria leggerezza. Sapeva prima le mosse». Una capacità che, raccontano gli autori, sembrava quasi appartenere a un'altra dimensione. Gli esperti di neuroscienze avrebbero individuato in lui presupposti quasi «sciamanici»: una capacità di intuire ciò che sarebbe accaduto in campo e trasformare quell'intuizione in un gesto tecnico.
Castellani lo descrive con un'immagine ancora più suggestiva: «Sovvertiva le leggi della fisica. Quando entrava in campo sembrava esserci una luce sopra di lui». E il pallone? Sembrava avere con lui un rapporto privilegiato. Non a caso, durante la sua esperienza con la maglia della Roma, venne ribattezzato “Er calamita”: anche a fine carriera, quando giocava in una posizione più arretrata, il pallone finiva sempre, quasi inevitabilmente, tra i suoi piedi.
Il pallone telecomandato
Schiaffino era un perfezionista. La sua missione era imparare la tecnica calcistica al massimo livello possibile.
Gli autori ricordano alcune delle soluzioni tecniche che Schiaffino aveva praticamente inventato o portato a un livello superiore. Come il tackle in scivolata, un gesto che all’epoca sembrava quasi sconosciuto ai suoi contemporanei: si lanciava sulla palla con tempismo, spesso alle spalle dell’avversario, riuscendo a strappargliela con una naturalezza sorprendente. E poi quel particolare movimento a centrocampo: riceveva, si girava improvvisamente e, con il destro, innescava l’attaccante con un passaggio preciso.
«Scatti improvvisi e la palla telecomandata arrivava dove voleva che andasse». Non era soltanto un calciatore. Era un interprete del gioco. Aveva visione, capacità di intuire, intelligenza tattica. E soprattutto possedeva una qualità che gli consentiva di vedere spazi e possibilità che gli altri non riuscivano nemmeno a immaginare.
Il “Maracanazo” e il mito uruguaiano
Il libro dedica naturalmente ampio spazio alla partita che ha consegnato Schiaffino alla leggenda.
16 luglio 1950. Al Maracanã si decideva il Mondiale. Nell’ultima partita del girone finale, il Brasile partiva da grande favorito: ai verdeoro bastava un pareggio per conquistare il titolo, mentre l’Uruguay era obbligato a vincere. Sugli spalti, oltre 173 mila spettatori trasformavano lo stadio in una bolgia. Ma la Celeste riuscì a ribaltare ogni pronostico e Schiaffino fu l’uomo simbolo di quella giornata (segnò il gol del pareggio e partecipò all’azione che portò al definitivo 2-1 di Ghiggia). Una vittoria che si trasformò in un trauma nazionale per il Brasile e in un mito eterno per l’Uruguay.
Ma per Castellani il “Maracanazo” è anche una delle chiavi per comprendere l'uomo: «Sentiva il richiamo dell'Uruguay». Un legame profondo con la sua terra, nonostante il percorso della sua famiglia fosse iniziato molto lontano.
Da Camogli a Montevideo, e poi il ritorno
Perché il titolo parla di un uomo «venuto da lontano»? Perché la storia di Schiaffino è anche una storia italiana. La sua famiglia partì da Camogli, in Liguria. Una famiglia di pescatori che emigrò in Uruguay, come tante altre famiglie italiane nel secolo scorso.
«Erano figli di povera gente che parte da Camogli - ha spiegato Castellani -. Hanno costruito un Paese, hanno dato dignità all’Uruguay».
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del libro: accanto alle imprese calcistiche c’è la storia della migrazione italiana, di uomini e famiglie che hanno attraversato l’oceano per costruirsi un futuro. E poi c'è il ritorno. Schiaffino tornò vincente nella sua Camogli, il paese da cui erano partiti i suoi familiari. «Questo ritorno è una parte bella del libro», ha sottolineato Castellani.
Un uomo che parlava poco
Dietro il fuoriclasse c’era però un uomo molto diverso dall’immagine del divo. Schiaffino era parsimonioso con le parole, scriveva lettere brevi, non amava esporsi troppo. Era autorevole, un po’ diffidente, perfezionista, e molto attento al patrimonio da “buon” ligure. Ma anche estremamente sensibile.
Angelica rappresentava un punto fermo nella vita di Schiaffino. Non si limitava a seguirlo nelle trasferte: per contratto, lo accompagnava anche nei ritiri del Milan, dove condivideva con lui la stanza d’albergo. Era una presenza costante, quasi indispensabile. «Ogni volta che scendeva in campo — raccontò Luigi “Cina” Bonizzoni — la prima cosa che faceva era cercare in tribuna lo sguardo della moglie». Si salutavano con gli occhi e solo allora, raccontava l’allenatore, «lo spettacolo poteva cominciare». Cesare Maldini, che di Schiaffino fu compagno al Milan, ricordava lo stesso legame con parole ancora più nette: «Non poteva stare senza di lei». Quando Angelica morì, Schiaffino ne fu devastato. «Ora è morta e Schiaffino se ne è andato poco dopo», raccontò Maldini. E così fu: Angelica morì pochi mesi prima di lui, nel 2002.
Un maestro per i giovani
Schiaffino aveva anche un'attenzione particolare per i ragazzi. «Dava tanti consigli ai giovani, era un maestro», ha raccontato Castellani. Un atteggiamento che emerge anche nell'aneddoto legato al provino di Gianni Rivera. Schiaffino aveva un occhio particolare per i giovani talenti e possedeva quella sensibilità che gli consentiva di vedere oltre il presente. Era una persona autorevole, ma non necessariamente espansiva. Una figura capace di lasciare il segno anche senza bisogno di parlare molto.
Schiaffino e Di Stefano: una lezione di calcio
Tra le pagine del libro c'è anche il confronto con un altro gigante del calcio mondiale: Alfredo Di Stéfano.
Schiaffino contro Di Stéfano. Due fuoriclasse assoluti, due uomini capaci di trasformare una partita in una lezione, la finale della Coppa Latina - l'antenata della Coppa dei Campioni - nel 1958 tra Milan e Real Madrid. Segnarono entrambi, regalando agli spettatori una sfida che ancora oggi viene ricordata. Un altro degli episodi che fanno del volume non soltanto una biografia, ma un vero viaggio nella storia del pallone.
Schiaffino arrivò a giocare in Italia, vestendo la maglia del Milan (1954-1960, 171 presenze, 60 gol, 3 scudetti, 1 coppa Latina), Roma (1960-1962, 47 presenze, 3 gol, 1 coppa delle Fiere).
Il suo talento appariva quasi irreale. «Giocava come se avesse torce elettriche nelle scarpe», è stato ricordato durante la serata. Un alieno del pallone, capace di trasformare il gesto tecnico in qualcosa che sembrava magia. Eppure, nonostante tutto questo, è rimasto per molti un personaggio sfuggente, quasi nascosto dalla fama di altri grandi campioni.
Nella foto qui sotto, l'intervento di Luigi La Rocca, grande storico del Milan.

Un libro per colmare una lacuna
È proprio da questa apparente contraddizione che nasce il lavoro di Scemma e Castellani: raccontare finalmente in italiano un campione che aveva lasciato un'impronta enorme nella storia del calcio. Una sfida tra due generazioni, come la definiscono gli stessi autori, nata dalla sorpresa di scoprire che su Schiaffino non esistesse una vera biografia italiana.
Adalberto Scemma ha raccontato di essersi imbattuto in Uruguay in un libro nel quale lo stesso Schiaffino ricordava episodi della propria infanzia.
Da quelle pagine è partita la ricerca. «Abbiamo raccontato una storia magica, cronachistica, vera. Imprese magiche».
«L'uomo che veniva da lontano»
È forse la definizione più appropriata per questo libro.
Perché Schiaffino veniva davvero da lontano: da una famiglia ligure emigrata in Uruguay, da un calcio lontanissimo da quello di oggi, da un'epoca nella quale i campioni erano molto meno esposti mediaticamente. Ma soprattutto veniva da un modo di intendere il calcio che oggi appare quasi irripetibile.
Un uomo silenzioso, rigoroso, sensibile e perfezionista. Un maestro capace di vedere prima degli altri. Un genio che sembrava avere il pallone legato ai piedi da un filo invisibile. E un campione che, a cent'anni dalla nascita, merita di essere riscoperto e celebrato.











