Riceviamo e pubblichiamo la nota del consigliere comunale della Lega a Varese Matteo Bianchi sul tema del Pgt:
Martedì sera, in Consiglio comunale, andrà in scena il nuovo Piano di Governo del Territorio. Un documento che può sembrare tecnico, ma che in realtà contiene una parte importante della visione e della programmazione della città per i prossimi decenni.
Ci sono momenti nei quali una città deve decidere non soltanto come vuole essere, ma soprattutto quanto coraggio ha di immaginare ciò che ancora non è. Il nuovo PGT di Varese è uno di questi momenti. Onestamente, non penso che la discussione debba ridursi all’ennesimo scontro tra chi è “verde” e chi non lo è, tra chi vuole costruire e chi vuole “cementificare”, o tra chi ritiene che le procedure siano state rispettate e chi invece ravvisa errori o negligenze. La questione è molto più seria.
Il nuovo PGT compie alcune scelte chiare e, a mio avviso, condivisibili. La riduzione del consumo di suolo è positiva. Il recupero delle aree dismesse è necessario. Una maggiore flessibilità per gli immobili esistenti può essere utile. Gli incentivi per chi recupera, investe, innova e crea occupazione vanno nella direzione giusta. Anche l’attenzione ai quartieri, al commercio di prossimità, alle famiglie e ai servizi è importante.
Ma zero consumo di suolo non può significare zero crescita. Ed è proprio qui che, a mio avviso, il PGT deve essere migliorato. La domanda che manca: come facciamo crescere Varese? La domanda fondamentale non dovrebbe essere soltanto quanta superficie edificabile vogliamo togliere. Dovrebbe essere: quante persone vogliamo che vivano a Varese tra dieci o vent’anni? Quante nuove imprese vogliamo attrarre? Quanti giovani vogliamo trattenere? Quanti nuovi posti di lavoro qualificati vogliamo creare?
Sono questi i veri indicatori attraverso i quali dovremmo misurare il successo di un piano urbanistico. Perché Varese rischia di diventare progressivamente una città meno dinamica e meno attrattiva. E gli indicatori demografici ed economici dovrebbero preoccuparci.
Abbiamo però tutte le condizioni per invertire questa tendenza: un patrimonio ambientale straordinario, l’Università dell’Insubria, una posizione geografica privilegiata, collegamenti internazionali relativamente vicini, una tradizione industriale e imprenditoriale importante, turismo, sport e cultura.
La domanda, allora, è un’altra: stiamo facendo abbastanza per trasformare questi vantaggi in nuove opportunità?Temo che la risposta sia ancora no. Rigenerare significa far tornare la vita. La parola “rigenerazione” compare, giustamente, in molti passaggi del nuovo PGT. Ma rigenerare non significa semplicemente impedire che si costruisca fuori dal tessuto urbano.
Rigenerare significa riportare vita dove oggi c’è abbandono. Significa trasformare un capannone inutilizzato in un’attività produttiva, un edificio vuoto in abitazioni, un’area degradata in uno spazio pubblico. E la rigenerazione deve avere un risultato concreto e misurabile: più persone, più attività, più lavoro, più servizi.
Per questo Varese deve tornare a essere una città nella quale conviene investire. È probabilmente questo il punto sul quale ritengo necessario mettere maggiore attenzione. Un piano urbanistico non deve soltanto dire al cittadino cosa non può fare. Deve anche dire all’imprenditore cosa può fare, con quali regole e in quanto tempo. La vera sfida è costruire un sistema fatto di regole semplici, destinazioni d’uso flessibili, procedure prevedibili e un’amministrazione capace di accompagnare gli investimenti.
Business-oriented, direbbero gli americani. Non significa svendere il territorio. Significa creare le condizioni perché chi vuole investire, creare impresa e occupazione possa farlo. La mobilità deve essere una libertà, non una colpa C’è poi il tema dei trasporti. Non possiamo pensare che la mobilità privata scompaia per decreto. Varese è il capoluogo di una provincia nella quale migliaia di persone ogni giorno entrano ed escono dalla città per lavorare, studiare, fare acquisti e utilizzare i servizi.
Più trasporto pubblico, certamente. Più mobilità pedonale e ciclabile, certamente. Ma anche parcheggi, interscambi, viabilità e accessibilità. La mobilità deve essere sostenibile, ma deve anche essere realistica. La mobilità deve essere una libertà, non una colpa. Urbanistica e demografia devono tornare a parlarsi. C’è poi una questione sulla quale vorrei vedere un’ambizione ancora maggiore: la demografia.
Se Varese vuole avere un futuro, deve essere una città nella quale un giovane possa permettersi di rimanere. Ma deve anche essere una città capace di attrarre persone che oggi vivono altrove. Questo significa che la politica urbanistica deve diventare, almeno in parte, anche politica demografica. Servono abitazioni accessibili, servizi efficienti, spazi per le famiglie, opportunità di lavoro e una città nella quale sia conveniente vivere. Le grandi trasformazioni non possono però restare sulla carta.
Il PGT individua ambiti di trasformazione e numerose aree di rigenerazione. Queste saranno le vere partite del futuro. Il rischio, però, è sempre lo stesso: approvare un grande piano, disegnare splendide tavole, individuare ambiti strategici e poi ritrovarci tra dieci anni con molte delle stesse aree ancora da rigenerare.
Per evitarlo servono tempi, priorità e soprattutto responsabilità. Perché un piano non si giudica dalla qualità delle sue tavole. Si giudica dai risultati. I Miogni e le grandi aree da trasformare. In questo quadro si inserisce anche la questione dei Miogni. Non ne farei il centro del dibattito sul PGT, perché sarebbe riduttivo rispetto alla complessità delle sfide che Varese ha davanti.
Il nuovo piano contempla la prospettiva di una nuova struttura carceraria e la futura trasformazione dell’area oggi occupata dal carcere. Ora, però, occorre fare il passo successivo: lavorare con il Ministero della Giustizia, la Regione, la Provincia e i Comuni del territorio per individuare una soluzione adeguata. E, contemporaneamente, iniziare a immaginare cosa potrebbe diventare quell’area.
Non semplicemente nuovi palazzi. Un nuovo pezzo di Varese. Verde, servizi, abitazioni, funzioni sociali, commercio, collegamenti e spazi pubblici. La stessa logica dovrebbe guidare tutte le grandi aree oggi inutilizzate o sottoutilizzate della città.
Dal “meno” al “meglio”. Io non voglio una Varese semplicemente più grande. Voglio una Varese più forte. Una Varese capace di crescere dentro sé stessa, recuperando ciò che oggi è abbandonato o sottoutilizzato e trasformandolo in nuove opportunità. Il nuovo PGT avrebbe potuto essere pienamente tutto questo.
Avrebbe dovuto uscire dalla logica del semplice “meno”: meno consumo di suolo, meno costruzioni, meno trasformazioni. La vera sfida è passare dal “meno” al “meglio”. Perché Varese non ha bisogno di diventare una città diversa da quella che è stata. Ha bisogno di tornare a essere pienamente ciò che può essere. Una città-giardino, sì. Ma anche una città del lavoro, dell’impresa, dell’università, delle famiglie, della sicurezza, dell’innovazione e delle opportunità.
Una città da vivere. E, soprattutto, una città da scegliere. Oggi siamo ancora lontani da questo obiettivo. Ma proprio per questo il PGT dovrebbe avere il coraggio di indicare non soltanto ciò che Varese vuole preservare, ma soprattutto ciò che vuole diventare. Perché una città che pensa soltanto a conservare ciò che ha rischia, lentamente, di perdere ciò che è. Varese non può diventare una città da conservare. Deve tornare a crescere.




