Storie - 11 agosto 2026, 07:36

«Carissima Italia che stai scomparendo»: il grido di Piero Chiara è ancora attuale

La luinese Francesca Boldrini ha raccolto gli articoli con cui lo scrittore difese paesaggio, cultura e identità del Paese, ridando vita a pagine di straordinaria modernità

Piero Chiara

Piero Chiara

«La cultura non è, ben s’intende, qualche cosa che si possa distribuire direttamente, come l’acqua potabile. È un bene che ogni individuo deve procurarsi da sé», scriveva Piero Chiara nel 1972, quando riempiva le pagine di quotidiani e periodici italiani e svizzeri di articoli preveggenti, scritti a difesa dell’ambiente e del nostro paesaggio naturale e artificiale, battagliando per la tutela di un’Italia sempre più violentata da asfalto, cemento e ottusità.

E Carissima Italia che stai scomparendo (Nino Aragno Editore) è un illuminante volume che la luinese Francesca Boldrini, tra i maggiori conoscitori dello scrittore e titolare, con il marito Carlo Cattaneo, della più ampia raccolta di cimeli chiariani, ha composto con l’aiuto di Tiziana Zanetti, curatrice dell’Archivio Chiara Sereni di Luino, raccogliendo gli scritti “ambientalisti” dell’autore de Il piatto piange, di cui quest’anno ricorrono i 40 anni dalla scomparsa. Il libro conta anche sull’introduzione di Michele Brambilla e sui contributi della stessa Francesca Boldrini, di Tiziana Zanetti e Giuseppe Battarino.

Scorrendo le pagine si incontra un Chiara battagliero, capace di analizzare nel profondo i guasti del Belpaese, a partire dai restauri a ogni costo degli antichi monumenti in nome della tremenda «valorizzazione», ai pericoli corsi dal Lago Maggiore con la ventilata costruzione, negli anni Sessanta, del ponte Laveno-Intra (per fortuna mai realizzata) e dell’urbanizzazione selvaggia delle rive, fino al rimpianto per l’allontanamento dell’uomo dalla terra e dalla campagna e per lo spopolamento degli antichi borghi, dove un tempo la vita ruotava attorno all’alternarsi delle stagioni, con i contadini che tutto conoscevano di semine, raccolti, innesti e bizzarrie del clima.

Un Piero Chiara insolito, che mentre da un lato otteneva uno straordinario successo di vendite dei suoi romanzi e racconti, dall’altro, da instancabile osservatore e viaggiatore, denunciava le malefatte di politici e amministratori, la minaccia del turismo incontrollato, della speculazione edilizia e dell’inquinamento di aria e acque, come del resto faceva, ma nel suo particulare, anche Guido Morselli.

Il titolo del libro, tratto da un articolo del settembre 1984 pubblicato sulla rivista Qui Touring, di cui lo scrittore fu direttore, riporta al celebre volume di Guido Ceronetti Un viaggio in Italia, che Chiara consigliava come lettura obbligatoria nelle scuole e quotidiana per tutti.

«C’è qualche cosa di immorale nel non voler soffrire per la perdita della bellezza, per la patria rotolante verso chissà quale sordido inferno di dissoluzione, non più capace di essere lume nel mondo», scriveva Ceronetti, paragonando l’Italia a un libro prezioso e raro, e Chiara cita, a supporto, i versi di Vittorio Sereni: «Tu puoi per ciò che muta disperarti/ portare intorno il capo bruciante di dolore (…)», a indicare ciò che stavamo perdendo (40 anni fa) e abbiamo quasi del tutto perduto oggi.

Stupendo il racconto sulla storia del Lago Maggiore, uscito su Gente del 21 dicembre 1984, in cui lo scrittore luinese ricorda, tra l’altro, quando navigava quelle acque con la sua Tinca e il lago «pareva ancora quello di metà Ottocento», prima della furiosa espansione commerciale e industriale del boom economico. «Dove fiorivano segreti giardini cintati, sono sorti giganteschi depositi di Coca-Cola, edifici scolastici modernissimi e altre dissennate architetture».

Chissà cosa avrebbe scritto oggi Chiara sull’aumento incontrollato di supermercati e ipermercati, sul taglio indiscriminato degli alberi, sulla distruzione delle coste, oppure sulla chiusura, uno dopo l’altro, dei vecchi negozi di famiglia nei centri storici, sostituiti da anonime botteghe uguali in ogni città del mondo. L’«uomo di fretta» che va di moda oggi insiste soltanto sul profitto a ogni costo, non si ferma, come auspica lo scrittore in queste cronache che vanno dal 1932 al 1985, a riflettere, a osservare e a compiere il proprio dovere civico, denunciando soprusi e abusi in nome della bellezza e della nostra storia, troppo spesso calpestata.

«Fa cultura solo ciò che si assume per propria scelta e volontà. Vale a dire che solo nella libera coscienza dell’individuo avvengono gli incontri decisivi con la letteratura, con l’arte, con la filosofia, con la storia o con le scienze: e quindi nasce quel grado di consapevolezza che è il risultato di una presa di coscienza del proprio valore individuale in rapporto al passato, al presente e a tutta l’umana società», scriveva Chiara nel 1972, parole che nel mondo caotico e violento di oggi sembrano del tutto dimenticate.

Il viaggiatore colto, il fine psicologo capace di cogliere i più nascosti dettagli di una persona, lo scrittore ironico e dissacrante, il lettore onnivoro, ci restituisce, pur frammentato, il racconto unitario di un Paese in profondo (e negativo) cambiamento, del «perduto gusto del vivere» dell’uomo, dell’arte diventata merchandising, dell’«epoca dei sociologi, degli psicanalisti e dei naïf, cioè dei venditori di fumo, dei contaballe, dei coglionatori e degli spacciatori di chiacchiere», ma anche della positività dello stare in provincia, «dove vivono le teste più fini».

L’appello che Piero Chiara ci inviava già più di mezzo secolo fa era quello di salvare sì la natura, ma soprattutto l’uomo, perché «è in pericolo la sua cultura, la sua civiltà, che ha per punto di partenza il senso della sua individualità, il carattere sacro, religioso, della sua personalità». Senza la ceronettiana «bellezza che salverà il mondo» e la moralità non siamo nulla, trasformati e senza identità come il paesaggio che i nostri antenati avevano plasmato di concerto con l’ambiente naturale e che noi abbiamo omologato e devastato in nome di un facile profitto.

Mario Chiodetti

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