Qualche anno fa colpì la fantasia un «benvenü» buttato lì alla peggio su un cartello stradale all’ingresso di Varese, parola che con il dialetto bosino sta come il ghiaccio in un bicchiere di Barolo. Il vernacolo è una cosa seria ed è anche difficile da parlare e scrivere se non lo si pratica da bambini, come ancora succede in molte parti del Ticino, ma da noi, Famiglia Bosina a parte, tutti si sentono depositari della verità, strafalcionando a destra e a manca.
Così capita di vedere, nelle pubblicità per la campagna abbonamenti del Varese Football Club, una frasetta ammiccante alla varesinità, all’appartenenza biancorossa, scritta in un dialetto approssimativo, un po’ come il siciliano “aggiustato” da Camilleri nei suoi romanzi vigatesi: «La duménega cunti l’è pü béla». Fa sorridere il fatto che in una delle immagini dell’annuncio dovrebbe essere l’ipotetico nonno, ospite della tribuna centrale con tanto di maglia della squadra, a dire la frase al nipote - al quale magari piacerebbe imparare qualche parola (esatta) del nostro dialetto - tramandandogli la lingua dei padri.
Consultando I nost paroll, il parolario bosino compilato da Natale Gorini e Clemente Maggiora, che raccolsero l’eredità di Speri Della Chiesa (il quale peraltro usava parecchie locuzioni milanesi), la frase giusta suonerebbe così: «La duméniga cunt ti l’è püssée bèla».
Bazzecole, quisquilie, pinzillacchere, direbbe Totò, ma quel poco di dialetto rimasto va salvaguardato come le ultime foreste amazzoniche, e quel «cunti» scritto in elegante corsivo inglese «nun se pò vedé», un po’ come il Varese di queste ultime stagioni. Per cui nonno biancorosso rimandato a settembre e nuovo rigiro nella tomba da parte del buon Speri, che, ironico com’era, non disdegnerebbe di rimanere in forma anche sottoterra.




