Il Negus non si trova, l’appuntamento è alle 10,30 al porticciolo di Cazzago Brabbia, arriva Chicco Colombo a fare pubblicità al Festival “Burattini & Balocchi” e mi dice: «C’è qui la sua bicicletta, arrivato è arrivato, prova a vedere in casetta, l’ho visto mezz’ora fa in paese». Nella casetta dei pescatori il Negus c’è, è lì che traffica con il carpione che prepara con i filetti di gardon e con gli avanzi da portare ai cinque gatti che stazionano nella piazzetta del paese. Anni fa Luigi Giorgetti ne alimentava una piccola colonia e i mici lo aspettavano in fila indiana appena vedevano spuntare la sua barca dalla punta di Cazzago, poi anche un airone cenerino gli faceva la posta proprio davanti alla casetta, vigile come una sentinella.
Il Negus compie oggi - 31 luglio 2026 - 90 anni, segno del Leone, e Betty Colombo ha deciso di organizzare una festicciola in suo onore alle ghiacciaie, domenica 2 agosto alle 18, con lo spettacolo “Le donne della pesca e del lago”, assieme al fisarmonicista Francesco Nodari, la storia di una ragazza che vede il lago solo dall’alto finché sposa un pescatore e va a vivere sulle sue rive, imparando a conoscere la ricca cultura della pesca.
«Tutt i dì passa vün», esordisce il Negus alla domanda sulla sua salute, tutti i giorni ne passa uno, e lui di giorni e notti ne ha trascorsi tanti in barca a pescare, e tuttora ogni mattina «al và a tirà sü i reed» ormai povere di pesce nobile, ma la passione non si può frenare nemmeno a quell’età. Il Negus è più abbronzato di un bagnino, a 90 anni sta a torso nudo in barca anche con il solleone: «Ul su al pizzìga un pöo la pell, ma del rest l’è la fin de lüi», butta lì con nonchalance.
Qual è il tuo bilancio di questi primi 90 anni?
«Buono, la vita va secondo i periodi, io non sono mai stato un uomo di casa, un po’ per il lavoro e un po’ per il mio carattere. Una volta si viveva con maggiore tranquillità, anche se le notizie non erano così facili da sapere come oggi con televisione e internet. Se nel paese vicino moriva qualcuno passavano giorni prima di saperlo, però le famiglie si aiutavano, soprattutto nel dopoguerra, quando da mangiare ce n’era poco».
Hai qualche rimpianto o cosa che avresti voluto fare?
«Nessuno, sono ancora contento, forse anche per come sono fatto. Anche con mia moglie Luigia è andata bene, lei ha 88 anni. Ci siamo sposati nel 1962, ma entrambi ci siamo dimenticati di festeggiare i sessant’anni di matrimonio, l’età non è amica della memoria. Amo parlare con la gente, alla mia età stare in casa equivale a morire, e per fortuna sono ancora abbastanza sano, anche se le mie 5 o 6 pilloline al giorno le prendo. Ma non mi lamento, la pesca è sempre stata la mia passione, fino ai 60 anni guardavo le gambe delle donne, adesso il lago. Mi dispiace solamente di essere rimasto il solo a pescare qui a Cazzago, e di non vedere nemmeno una barca sul lago tranne quelle dei canottieri. Una volta non mancavano le gondole con il rematore e il padrone seduto dietro che pescava a tirlindana, motori non ce n’erano. Adesso il lago sta morendo piano piano, come una persona vecchia».
Com’era il lago quando hai incominciato a pescare?
«Innanzitutto pieno di bambini che facevano il bagno, ma le alghe c’erano anche allora, uscivamo dall’acqua e ci grattavamo le gambe. Però c’erano persici e alborelle, sparite di colpo durante un inverno. Quando aprivano la pesca al persico, si vedevano fino a 40 barche di pescatori, le voci si rincorrevano sull’acqua. Oggi i persici sono pochissimi, è pieno di gardon, che chissà da dove sono arrivati. La loro carne è discreta, per il carpione va bene. Ci sono anche piccoli di luccioperca, sono nati presto per il clima cambiato, in 90 anni di vita non ho mai visto un giugno come quello di quest’anno».
Sveliamo una volta per tutte il soprannome Negus: da dove arriva?
«Sono nato nel 1936, quando in Etiopia regnava Hailé Selassié, l’ultimo Negus Neghesti, ma la verità è un’altra e la conoscono in pochi. Da giovane avevo barba e capelli nerissimi, e quelli che non conoscevano bene il dialetto cazzaghese mi chiamavano “negher”. In realtà da noi “negus” in dialetto vuol dire nero».
Raccontaci il tuo Isolino Virginia.
«Andavamo a ballare e a far festa, c’era la terrazza e l’organetto. Ho giocato diverse volte a carte con Giovanni Borghi, che veniva lì a mangiare il risotto col persico, era un milanesone alla mano, anche se la Ignis allora aveva seimila dipendenti. Ricordo, nei primi anni ’60, una festa di Ferragosto durata una settimana, notte e giorno, organizzata dall’allora gestore del ristorante, il Giordano, che poi si trasferì a Loano. Si faceva all’amore sul prato. Molti poi uscivano a pescare a tirlindana e sostavano all’isola a mezzogiorno per mangiare al ristorante, la cucina era ottima. Il presente? Il gestore ha riaperto da poco, ma attorno ci vorrebbe un po' di cura in più: gli scavi archeologici sono coperti di erba e ci sono alberi morti».
Arrivano due signore francesi, chiedono qualcosa a Luigi, ma né lui né io conosciamo la lingua e le turiste, già attempatelle, non parlano inglese. Il Negus cerca di spiegarsi un po’ in dialetto e un po’ a gesti e io faccio ricorso alle poche parole di francese che ricordo, ma più che altro sembriamo Totò e Peppino a Milano alle prese col vigile urbano.
Ma l’incontro dà esca ai ricordi: «Più di settant’anni fa avevo una fidanzata francese, Adalgise, 17 anni io e 18 lei, ci siamo innamorati subito, lei, di Mulhouse, era a Cazzago ospite di parenti. A quei tempi possedevo una bella gondola e di giorno – pescavamo di notte – la portavo in giro per il lago e una volta approdammo alla Schiranna e andammo dalla vecchia Mariuccia del famoso ristorante. Lei ci guardò e ci preparò soltanto una pastina. Il nostro era amore vero, e una volta passammo la notte dormendo sul Sass de Tora, un sassone enorme che ancora c’è dopo la Punta del Pizzo, eravamo giovani! Poi lei tornò in Alsazia, voleva che la seguissi, ma la mia vita era qui, amavo troppo la pesca. Seppi più tardi che si era sposata con un marchigiano».
Finiti i ricordi c’è spazio per la fotografia da fare per l’articolo, la luce al porticciolo è stupenda e il lago una cartolina, Luigi sorride e mi fa: «Uno scatto per la stampa!», ma nel frattempo “plana” vicino a noi la mountain bike della splendida Oksana, una ragazza ucraina di Leopoli che arriva dalla Schiranna per proseguire poi il giro sulla ciclabile. La fotografia di me e Luigi la chiediamo a lei, che ci immortala sorridenti.
Per il Negus però è l’ora dell’aperitivo al bar San Carlo, lascia lì la bicicletta e gli do un passaggio fino all’ingresso del locale, che in quel momento accoglie solo donne, così il commento del Luis è memorabile: «Ghinn chi dimà donn, l’è propri vera che num masc uramai servissom pü a nagott».











