Lettere - 13 luglio 2026, 07:24

LA LETTERA - «Abbiamo bisogno di persone libere, non di vassalli»

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Roberto Molinari, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Varese, sulla riforma della legge elettorale attualmente in discussione in Parlamento: «Le preferenze sono l'unico strumento per ripristinare il legame tra eletto ed elettori, tra eletto e territorio. Oggi chi vince vuole comandare, non governare: le minoranze sono trattate come un fastidio necessario»

LA LETTERA - «Abbiamo bisogno di persone libere, non di vassalli»

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Roberto Molinari, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Varese, sulla riforma della legge elettorale attualmente in discussione in Parlamento.

Costante, immancabile e capace di far perdere i più incalliti scommettitori, alla vigilia del voto, alla scadenza elettorale e a un anno dalla fine della legislatura si ripresenta la voglia di cambiare la legge elettorale e di farlo a colpi della maggioranza uscente.

A rigor del vero va detto che non spetta all'attuale centrodestra al Governo la primogenitura di questa pessima prassi.

Lo fece Berlusconi con il “Porcellum”, lo fece Renzi con il “Rosatellum” e ora lo fanno gli ultimi arrivati.

Pessima prassi di chi sente di poter perdere le elezioni e, per questo, prova a cambiare le regole del gioco, facendolo da solo e a discapito di un principio sacrosanto.

Le regole si fanno insieme e si fanno per consentire a tutti di partecipare; si fanno, o si dovrebbero fare, senza conoscere in anticipo i vantaggi di parte.

Questa dovrebbe essere la modalità principe da seguire quando si scrivono le regole della competizione elettorale, se si vuole fare qualcosa che rimanga negli anni e non qualcosa che cambi a ogni legislatura a seconda di chi vince.

Dunque, a questo giro di valzer, il Sancta Sanctorum che ci viene proposto è quello della “stabilità”.

La nuova legge elettorale dovrebbe contenere al suo interno un meccanismo sufficientemente elastico da consentire a chi vince di ricevere un “premio” in seggi, importante e consistente, affinché possa governare con forza e, nello stesso tempo, impedire un eventuale pareggio elettorale.

Vero spettro che agita i sogni meloniani e li trasforma in incubi. Così come la marginale ipotesi che possano esserci Governi tecnici, altro incubo meloniano.

Ora, francamente, senza passare per un nostalgico della Prima Repubblica e prima ancora di socializzare la mia idea di sistema elettorale, vorrei provare a fare qualche ragionamento di circostanza che, forse, va a contraddire una certa narrazione che abbiamo fortemente subito negli ultimi decenni proprio riguardo al concetto di “stabilità” politica.

Contrariamente a quanto narrato e, soprattutto, raccontato da intellettuali più o meno organici a questo o a quell'altro gruppo politico o economico, la cosiddetta Prima Repubblica, malgrado la pessima fama su questo punto, godeva di una stabilità politica da far invidia anche oggi.

Ovviamente la materia del contendere sta proprio in questo: nel definire cosa s'intenda per stabilità e a quale finalità dovrebbe rispondere questo concetto.

Premesso che, in epoca di democrazia bloccata, di fattore K e di impossibilità di alternanza, i Governi cambiavano con molta velocità, il tema della stabilità era e non poteva che essere intrinsecamente legato alla capacità politica di adattamento da parte dei partiti e quindi del Governo ai diversi mutamenti che avvenivano nella società italiana.

In sostanza, è vero che cambiavano gli interpreti del ruolo apicale di Governo (ma non sempre) e alcuni ministri, ma ciò che non cambiava era la linea politica, la politica estera, le alleanze internazionali, compreso l'orientamento europeista, così come la visione economica (liberale con forte intervento statale, ma mai liberista) cui il Paese doveva tendere.

Così, piaccia o no, i passaggi politici che si sono avuti negli anni della ricostruzione e del boom economico hanno visto formule diverse e protagonisti diversi, ma ugualmente una comune e continua stabilità politica, una linea che non è mai cambiata.

Così, in questo nostro Paese si è passati dal centrismo degasperiano al centrosinistra di Fanfani, Moro e Nenni. Dal centrosinistra, attraverso periodi di raffreddamento delle tensioni (Governi balneari, di decantazione o con ammiccamenti alla destra dei liberali), alla solidarietà nazionale (compromesso storico), per tornare poi al centrosinistra con il pentapartito.

Con la stagione berlusconiana e il cambio della legge elettorale sono mutate le cose e anche le prospettive, con la forte, anzi fortissima, personalizzazione della politica e la presenza, chiusa l'esperienza dei partiti storici, di partiti personali (vedi Calise).

Dunque, senza per questo enfatizzare troppo né nascondere i vizi della cosiddetta Prima Repubblica, il tema della stabilità andrebbe interpretato anche alla luce di una lettura diversa, meno ideologica e meno pregiudizievole, soprattutto rispetto ai protagonisti di allora.

I cambi di governo erano la capacità di adattare il sistema politico ai nuovi equilibri che la società richiedeva, alla luce dei cambiamenti intervenuti all'interno di un contesto di democrazia bloccata, per la presenza del più forte partito comunista d'Occidente e, contemporaneamente, per gli obblighi internazionali, leggasi alleanze, sottoscritti dal Paese per rimanere saldamente ancorato al mondo occidentale e allo sviluppo capitalistico.

I c.d. Governi tecnici, che poi sono un'invenzione tutta italiana e che sono stati sperimentati anche nel periodo successivo alla Prima Repubblica (e meglio sarebbe definire questo periodo come la "Repubblica dei partiti", come felicemente ne diede rappresentazione Scoppola), sono, di fatto, figli della nostra Costituzione e dell'elasticità che la nostra Carta consente al Presidente della Repubblica per districarsi dalla palude in cui il Parlamento finisce o da momenti di crisi gravissima del sistema politico (si veda, ad esempio, Berlusconi con lo spread fuori controllo).

E, piaccia o no, e malgrado questo sia oggi il peggior incubo del centrodestra al Governo, è proprio attraverso queste formule, frutto di fantasia politico-istituzionale, che il più delle volte il Paese è stato salvato dal baratro in cui una certa classe dirigente lo aveva cacciato, evitando così il continuo ricorso alle urne senza una chiara e certa via d'uscita.

Fatte queste precisazioni, di ordine più culturale che politico, provo a socializzare una certa idea di sistema elettorale.

Personalmente rimango ancorato all'ipotesi che un sistema elettorale debba durare negli anni e non cambiare in continuazione a seconda di chi vince le elezioni. Sono convinto che le regole si debbano scrivere insieme e, proprio per questo, debbano valere per tutti, a garanzia del fatto che non siano scritte a favore di questo o di quell'altro.

Sono anche convinto che esistano sistemi che meglio si adattano, rispetto ad altri, alla storia di un Paese, che meglio consentono di far convivere diversità, pluralismo culturale e territoriale e che perseguono con maggiore efficacia la coesione sociale.

Proprio per queste ragioni non mi ha mai convinto la retorica maggioritaria, che ci porta solo a una democrazia muscolare, fatta di esaltazione della logica amico-nemico, per cui chi non la pensa come me è un "nemico" e non un avversario.

Una democrazia muscolare tendente all'azzeramento di qualsiasi confronto, fondata solo sui rapporti di forza, dove le minoranze sono trattate come un fastidio necessario e dove chi vince vuole comandare, ma non governare, e dove il Paese o l'amministrazione sono di chi vince e quindi solo della maggioranza.

Per le stesse ragioni vedo il mito, perché di questo si tratta, della "stabilità", nuovo feticcio meloniano. Un feticcio proposto e riproposto come se fosse il Sacro Graal delle elezioni che debbono avvenire, ma che invece non è altro che un elemento di scontro permanente tra le opposte parti.

Oggi, a mio parere, e lo scrivo controcorrente, la ripresa della politica, intesa come capacità di leggere e perseguire il bene comune, passa attraverso il rilancio del Parlamento, il che, a mio parere, può avvenire solo con un sistema elettorale proporzionale, con soglia di sbarramento (al 5%) e con le preferenze, unico strumento, quest'ultimo, per ripristinare il legame tra eletto ed elettori, tra eletto e territorio e spezzare l'attuale prassi feudale che lega il parlamentare unicamente al segretario di partito che gli garantisce l'elezione sicura o al capoclan, fedele ovviamente sempre al segretario.

La fedeltà, poi, in questo caso assume le sembianze di un disvalore, perché è un atto di vassallaggio verso chi ti consente di avere un ruolo, mentre noi abbiamo bisogno di persone libere, non di vassalli del signore che sta a Roma.

E mi si consenta un ultimo chiarimento. Se si introducesse il meccanismo della "sfiducia costruttiva", molte delle ancestrali paure che ci sono a destra sui presunti o possibili complotti per far cadere Tizio o Caio dalla Presidenza del Consiglio verrebbero meno. Ma per fare questo occorrerebbero una capacità di riflessione che, allo stato attuale, non vedo e, soprattutto, un atto di libertà anche rispetto agli attuali vertici dei partiti.

A chiudere questa, ahimè, lunga riflessione aggiungo un ultimo pensiero, con la speranza di essere smentito dai fatti.

La logica che persegue questa destra di provenienza missina è l'ancestrale desiderio di chi non ha partecipato alla stesura dell'attuale Costituzione, quella Carta scritta da chi era uscito vincente dalla lotta partigiana e si era battuto per il ritorno della democrazia, rispetto a chi, viceversa, era rimasto dall'altra parte, quella che voleva perpetuare la dittatura.

Rimane dunque, in questa parte politica, il desiderio occulto, ma non troppo, di riscrivere le regole della convivenza, di delineare un diverso assetto istituzionale e di prendersi una sorta di rivincita rispetto a chi per anni li aveva osteggiati anche attraverso il c.d. arco costituzionale.

Ora, è evidente che non c'è un progetto fascista, un programma politico caratterizzato da quell'esperienza, e ci mancherebbe. Tuttavia, c'è la volontà, più o meno dichiarata, di chiudere l'epoca antifascista e cambiare, trasformare, quelle che sono le radici del Paese.

C'è la volontà, più o meno dichiarata, di cambiare gli assetti istituzionali (leggasi costruire una Repubblica presidenziale), di modificare il quadro costituzionale che ha retto sino a oggi le sorti del Paese per traghettarci, ora sì, in una Seconda Repubblica.

Così è, se vogliamo leggere il tentativo, per ora abortito, di riforma del c.d. premierato; così è, se vogliamo leggere il tentativo, bocciato, di modifica del nostro sistema giudiziario.

E così è, se vogliamo leggere anche il tentativo di riforma elettorale che ci viene sollecitamente proposto in questo momento, a un anno dalle prossime elezioni politiche.

Una riforma elettorale dove, con il concetto muscolare di "stabilità" (e con un premio di maggioranza abnorme), si vogliono mettere in pericolo anche le prerogative del Capo dello Stato, indicando sulla scheda il nome del premier. Dove, attraverso numeri surrettiziamente gonfiati rispetto al reale "peso" elettorale nel Paese, si vuole avere la possibilità di prendersi tutto: dal Presidente della Repubblica ai giudici della Corte costituzionale.

Insomma, la vittoria elettorale non ha portato la premier Meloni a fare quel salto di qualità necessario a chi ambisce, come lei, a rimanere nei libri di storia.

Non l'ha portata a cercare di affrancare la sua formazione politica dai miti ancestrali del passato e a darle il volto di una destra moderna, europea, conservatrice, liberale, popolare e lontana dal populismo e dal revanscismo.

No. La Meloni, dal suo ruolo guida, non ha inteso spegnere la "fiamma", ma se ne è fatta vestale e custode. Dell'identità di coloro che non hanno mai accettato la costruzione istituzionale elaborata dai Padri costituenti e questo per perseguire, legittimamente dal suo punto di vista, un'altra idea di Repubblica.

Un'idea di Repubblica molto diversa, perché quelli che sono i suoi "Padri" politici non avevano contribuito all'elaborazione della nostra attuale Costituzione.

Un'idea che, proprio per questo motivo, non può che essere diversa da quella promulgata nel 1948. Quindi in contrapposizione e in alternativa alla Repubblica parlamentare, creata quale antidoto alla prevaricazione e alla dittatura del Ventennio.

Quindi una Repubblica presidenziale, maggioritaria, con un baricentro spostato sul ruolo apicale del Presidente della Repubblica a discapito del Parlamento. Una Repubblica fondata sul carisma del vertice, spinta ad affidarsi all'uomo o alla donna al comando.

Insomma, si imbocca la logica della distorsione della storia patria perché non si vuole accettare che la Costituzione non è stata scritta solo da chi ha vinto, ma è stata scritta per tutti e a tutela di tutti i cittadini, anche di chi aveva perso la guerra (che è stata anche guerra civile).

E proprio per questa ragione ha salvaguardato tutti, compresi coloro i quali, se avessero vinto la Seconda guerra mondiale, non avrebbero consentito agli sconfitti di esprimersi in libertà. Cosa, quest'ultima, che è sempre stata garantita anche agli sconfitti di allora con l'avvento della Repubblica e della Costituzione democratica, proprio perché a vincere erano stati i partigiani e non i combattenti di Salò.

Roberto Molinari

Redazione

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