Territorio - 12 giugno 2026, 09:25

Dalle passerelle negli Usa a InStyle: la storia di Cristina tra moda e passione a Sesto Calende. «Mi piace creare abiti insieme alle clienti»

Da New York all'Italia, dalla Sicilia alle rive del fiume Ticino, Cristina Francis apre le porte della sua boutique: «Finita la carriera di modella volevo restare in questo mondo. Mi sono innamorata del Varesotto e nel mio negozio, aperto dal 2006, ho portato un po' di stile newyorkese. Sono fortunata perché faccio il lavoro che amo, mi piace cercare i tessuti giusti, cambiare la vetrina, aiutare le clienti quando hanno occasioni speciali e mi chiedono un consiglio. A Sesto Calende mi piace prendere il caffè e guardare il fiume, per il futuro immagino una boutique con un piccolo angolo cocktail bar, magari una piccola area pranzo, pochi posti, molto esclusiva, capace di cambiare ogni stagione»

Dalle passerelle negli Usa a InStyle: la storia di Cristina tra moda e passione a Sesto Calende. «Mi piace creare abiti insieme alle clienti»

Cristina “InStyle” Francis ci accoglie all’interno della sua boutique InStyle a Sesto Calende: un luogo in cui si fondono passione, tessuti e colori, ma anche un forte legame con la città. Da New York all’amore per l’Italia, oggi Cristina ci racconta come nasce il suo negozio, in via XX Settembre e quali sono i suoi obiettivi e progetti futuri.

Cristina ci racconta un po’ la sua storia e come nasce la boutique di Sesto Calende?

Dopo tanti anni di lavoro nel mondo della moda, prima negli Stati Uniti e poi in giro per il mondo, ho deciso di mettere radici in Italia circa 23 anni fa. Avevo già conosciuto l’Italia per lavoro: venivo spesso a Milano per i casting, ad esempio. Dopo tanti anni a New York, ho avuto modo di conoscere sempre meglio la cultura italiana, soprattutto quella del Sud e della Sicilia. Poi sono arrivata nel Varesotto e mi è piaciuto moltissimo. Ho scoperto una mentalità diversa, una cucina diversa, una cultura diversa. È lì che ho capito che, anche se l’Italia è uno “stivale”, ogni regione ha le sue caratteristiche. Mi sono innamorata di Varese e ho deciso di fermarmi qui. Il primo grande ostacolo è stato la lingua. Ho frequentato una scuola a Varese per imparare l’italiano. Io lavoravo nella moda da quando avevo 16 anni. Già alle superiori facevo casting. Quando la carriera da modella è finita, perché naturalmente il corpo cambia con gli anni, ho pensato che volessi comunque restare in questo mondo. Grazie alla mia esperienza come modella avevo imparato a conoscere bene i tessuti: come cadono sul corpo, il loro tocco, la seta, la viscosa, i materiali. A un certo punto mi sono detta: perché non aprire una boutique? Così, nel 2006, ho aperto il mio primo negozio a Sesto Calende, in una piccola sede. Volevo portare qui uno stile un po’ newyorkese, ma all’inizio molte persone erano scettiche. Io però ero convinta e ho fatto bene. Quando hai una sensazione, devi seguirla. Come diceva mia mamma “è meglio cadere in avanti piuttosto che restare sempre fermi”. Erano scettici anche su quanto sarei riuscita a resistere. Oggi, invece, il mio è il secondo negozio di Sesto Calende con la storia più lunga.

Quale rapporto ha avuto con Sesto Calende e con la comunità locale?

Sono stata fortunata: Sesto Calende mi ha accolta con gentilezza. Io sentivo che era il posto giusto. Se avessi ascoltato gli altri, probabilmente non avrei fatto nulla. Quando le cose funzionano, spesso la gente pensa che sia fortuna ma non è così: dietro c’è tantissimo impegno. Non è solo fortuna. Io non ho vere giornate libere, lavoro tutti i giorni. La domenica chiudo mezza giornata e anche il lunedì, ma spesso il lunedì lo dedico a commercialisti, banca e altre commissioni legate all’attività. Però mi sento fortunata, perché faccio un lavoro che amo. Per questo è come se non lavorassi mai: non mi pesa. Amo cercare i tessuti giusti, cambiare la vetrina, aiutare le clienti quando hanno occasioni speciali e mi chiedono un consiglio. Vado a Milano per le sfilate di moda, a Parigi e in altri luoghi dove negli anni ho costruito relazioni importanti. Molte persone che ho conosciuto in passato oggi ricoprono ruoli importanti. Ad esempio, la direttrice della Paris Fashion Week è una mia amica. Questo mi ha insegnato quanto sia importante coltivare le amicizie e avere rispetto per tutti, perché non sai mai come può evolvere la vita delle persone. Credo di aver fatto un buon lavoro dal punto di vista delle relazioni. Sono molto attenta alla gentilezza, non sopporto le energie negative, la cattiveria e chi fa del male apposta. E poi io amo Sesto Calende. Mi piace prendere il caffè, guardare il fiume. Viviamo in un posto bellissimo.

Come vivi il rapporto con i colleghi commercianti?

Secondo me, quando tra colleghi si parla male l’uno dell’altro, si fa un danno a tutta la comunità. Quando chiude un negozio è una cosa negativa per tutti. Più siamo, più le persone vengono in città. Io non parlo mai male degli altri negozi, per me non esiste la concorrenza: siamo tutti colleghi. Il cliente deve avere la possibilità di scegliere e se sceglie te, deve farlo perché si trova bene, perché riconosce il tuo lavoro e il tuo stile.

Quali sono state le principali difficoltà all’inizio?

All’inizio anche le cose più semplici erano complicate, come aprire un conto business o muovere i primi passi burocratici. Nel 2006 era ancora insolito vedere una donna giovane, straniera, sola, senza un uomo accanto, chiedere di aprire un conto business e avviare un’attività da sola. Un altro episodio che ricordo riguarda il negozio: quando ho trovato il locale, alcune persone pensavano che avrei venduto prodotti etnici. Per loro era strano, io però non l’ho vissuta come una cosa razzista. Credo fosse più che altro una questione di novità: ero straniera, non mi conoscevano e non sapevano cosa aspettarsi. A volte ciò che non si conosce viene percepito come strano. Per il resto, però, non ho avuto grandi problemi, ho avuto clienti fin da subito, perché ho sempre puntato sulla qualità.

Com’è cambiato il mondo della moda negli ultimi anni?

Quando ho aperto, il fast fashion non era come oggi. Adesso è molto più difficile lavorare sulla qualità, è difficile trovare i tessuti giusti, oppure hanno costi altissimi. Oggi esistono grandi network che propongono capi molto simili tra loro, con stampe quasi uguali, come accade nel mondo del fast fashion, però quando una cliente entra in una boutique e prova un capo di qualità, si rende conto della differenza. Un prodotto fatto bene lo lavi e resta uguale, l'artigianato esiste ancora, anche se è sempre più difficile trovarlo. Noi cerchiamo di proporre una fascia media: qualità, ma non a costi impossibili. Non è semplice, perché anche reperire la materia prima è diventato complicato. Una volta andavi a Como e sapevi di trovare la seta, andavi a Biella e trovavi certi tessuti. Oggi molte realtà hanno chiuso, se non hai contatti con piccole aziende che lavorano ancora bene, diventa molto difficile. Per questo le relazioni, l’esperienza e la conoscenza del settore sono fondamentali.

Crea anche dei prodotti suoi?

Creo soprattutto abiti da cerimonia, li disegno io, a volte anche insieme alle clienti, e poi lavoro con un modellista con cui realizzo i capi. Per me la ricerca del tessuto giusto è fondamentale. È importante anche trovare manifatture e fornitori disposti a lavorare su piccole quantità, perché naturalmente a me non servono quantità industriali. Negli anni ho costruito buoni contatti, quando i fornitori vedono la passione che c’è dietro al lavoro, ti aiutano. Io credo che, quando c’è passione, ci si venga sempre incontro, è una cosa molto bella. In Italia, quando ci sono amicizia, rispetto e serietà, le persone ti danno una mano. Faccio anche abiti su misura; capita ad esempio che vengano ragazze giovani, magari diciottenni, con un’idea per un vestito. Insieme la elaboriamo, scegliamo i tessuti e costruiamo il capo. Mi piace far disegnare loro una bozza, perché sono felici di sentire che quel vestito lo hanno progettato anche loro, per me è una gioia vedere la loro passione. Poi magari vogliono mostrarlo ai genitori, ed è un momento molto bello, in passato ho anche accolto ragazzi in tirocinio, ad esempio dalla scuola di moda di Busto Arsizio. Per me è sempre una gioia trasmettere questa passione e condividere la conoscenza dei tessuti, dietro alla moda c’è tantissimo. Non esistono solo le sfilate o le modelle: ci sono i magazine, la progettazione, i tessuti, la produzione, tante professioni diverse. La mia fortuna è stata girare il mondo e conoscere da vicino tanti aspetti di questo settore. Quando ho smesso di fare sfilate, in realtà mi sono sentita più serena e mi sono detta: “Non posso più fare sfilate? Allora faccio vestiti”. Ed è stato un passaggio naturale.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Ha obiettivi per il futuro?

Se me lo avessi chiesto un anno fa, ti avrei detto che volevo ingrandire il negozio, oggi invece non lo penso più. Mi piacerebbe portare la mia passione anche in altri luoghi e in altri Paesi, mantenendo però la base qui. Vorrei far conoscere all’estero l’Italia, la voglia di vivere italiana, lo stile e il nostro modo di intendere la bellezza. Ovviamente le boutique esistono in tutto il mondo, ma io vorrei esportare qualcosa di diverso: un vero lifestyle italiano. Immagino una boutique con un piccolo angolo cocktail bar, magari una piccola area pranzo, pochi posti, molto esclusiva, capace di cambiare ogni stagione. Un luogo dove non si compra solo un abito, ma si vive un’esperienza. Mi piacerebbe anche aprire in Sardegna, oppure in Puglia, non necessariamente nei posti più commerciali. Anzi, mi attirano di più i luoghi un po’ nascosti, magari nell’entroterra. Ci sono tantissimi posti in Italia che ti lasciano a bocca aperta, dove si respirano cultura, tradizione e autenticità. Non sempre sono i luoghi dove vanno tutti. Per me il bello è proprio lì, questo Paese mi ha dato tantissimo e lo ringrazierò sempre.

Giovanna Bochicchio

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