Gianni Rodari (1920-1980), scrittore per l’infanzia e giornalista, nel 1970 ricevette il premio internazionale Andersen, il riconoscimento più prestigioso al mondo per la letteratura per ragazzi.
È ancora oggi l’unico autore italiano ad averlo ottenuto.
Alla cerimonia di consegna Rodari pronunciò un discorso controcorrente. Chi si aspettava di sentirlo raccontare come fosse arrivato a vincere un premio così importante, o di ascoltare una spiegazione della sua pedagogia, forse rimase sorpreso dall’informalità del suo stile. Mi piace pensare che anche le persone più serie si siano divertite davvero, magari senza darlo troppo a vedere. Qualcuno sarà rimasto un po’ scettico davanti a quel signore cinquantenne, così alla mano e spiritoso.
Dopo un breve saluto e i doverosi ringraziamenti, Rodari parlò di suo padre. Non dei suoi sacrifici quotidiani - faceva il fornaio - ma della sua passione per i gatti, da cui erano nate tante storie spassose.
Come quella del gatto aspirante bottegaio che pensò di fare fortuna vendendo topi in scatola. Peccato che i topi non avessero alcuna intenzione di entrarci.
O la storia del gatto di un capostazione di Bologna. Il felino si chiamava Milano e, all’arrivo di ogni treno, correva verso i binari. Il padrone lo richiamava a gran voce: “Milano, Milano!”. I viaggiatori di passaggio, convinti di essere arrivati a destinazione, scendevano dal treno.
La voglia di scrivere di gatti, confessò Rodari, non gli era ancora passata. Era convinto che si possano dire cose molto serie anche parlando di gatti e che le fiabe, nuove o antiche, aiutino a capire meglio gli uomini.
Poi parlò di un certo signor Newton, uno scienziato molto attento a ciò che accadeva intorno a lui. Curioso e riflessivo, si poneva continuamente domande. Quando una mela cadde dall’albero sotto cui stava riposando, invece di imprecare si mise a riflettere sul perché le cose cadono. Per Rodari, infatti, occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un vero scienziato: bisogna saper immaginare ciò che ancora non esiste, scoprire ciò che nessuno ha visto prima, immaginare perfino un mondo migliore e mettersi al lavoro per costruirlo.
Spiegò anche il valore delle fiabe. Nelle fiabe può succedere di tutto: si può diventare invisibili, avere un naso di riserva nel taschino, volare su un tappeto volante o incontrare animali che parlano, lupi che non sono necessariamente cattivi.
Eppure anche nella vita può succedere di tutto: i sogni possono avverarsi e le scoperte scientifiche rendere possibili cose che un tempo sembravano irrealizzabili.
Scrivere fiabe, concluse Rodari, è un bel lavoro. Un lavoro utile, anche divertente - aggiunse - e a volte capita perfino che ti paghino e che ti diano un premio per averle scritte.
È bello lavorare divertendosi. Ancora più bello sarebbe se capitasse a molte altre persone.
Rodari ricordava che la fantasia non è un lusso né un semplice gioco per bambini, ma uno strumento per pensare, per porsi domande e per guardare il mondo con occhi diversi. Nelle sue storie la leggerezza convive sempre con l’intelligenza, l’umorismo con il desiderio di capire la realtà.
E forse è anche questo che le sue storie continuano a insegnarci: immaginare mondi nuovi è il primo passo per provare, davvero, a costruirli.




