Territorio - 27 aprile 2026, 09:02

La proposta di Lands Lake per il Maggiore: «Contratto di lago e confronto tra candidati sindaci di Luino, Laveno, Stresa e Baveno»

L'associazione lacustre invita tutti gli attori a guardare concretamente al futuro del Verbano, senza contrapposizioni tra le due sponde: «Il Lago che non ha bisogno ancora una volta di essere lodato, va messo in regia, non in cornice, una infrastruttura territoriale vera, una dorsale d’acqua capace di mettere in relazione comunità, servizi, economie, approdi, stazioni, eventi e occasioni di vita quotidiana»

Un magnifico scorcio del Lago Maggiore dal parco delle Torrazze di Laveno

Un magnifico scorcio del Lago Maggiore dal parco delle Torrazze di Laveno

Riceviamo e pubblichiamo la nota dell'associazione Lands Lake sul futuro del Lago Maggiore, con il rilancio della proposta del Contratto di Lago e l'invito al confronto tra candidati sindaci di Comuni delle due sponde del Verbano al voto il 24 e 25 maggio: Luino, Laveno Mombello, Stresa, Baveno:

Il Lago Maggiore non ha bisogno di essere ancora una volta lodato. Ha bisogno di essere organizzato. È un passaggio meno poetico, forse, ma molto più utile. Ed è esattamente da qui che prende forma il Contratto di Lago promosso da Lands Lake: da una constatazione semplice, quasi ovvia, e proprio per questo troppo spesso rimandata. Un lago che tiene insieme rive, città, approdi, economie, eventi, filiere locali, flussi turistici e mobilità non può continuare a essere trattato come una serie di episodi separati. Va pensato come un sistema.

Il progetto, in questa fase, ha tre figure che ne rappresentano con chiarezza l’anima e il carattere. Stefano Introini porta l’esperienza lunga di chi ha attraversato amministrazioni, progetti urbani e riflessioni territoriali con uno sguardo non ornamentale ma strategico; Marco Bini vi mette una passione schietta, personale, persino affettiva, da uomo del lago, arolese di nascita e legato al Verbano non per posa ma per convinzione; Matteo Toson, project manager del percorso, aggiunge una sensibilità operativa e transfrontaliera che lo rende, per certi versi, quasi più svizzero nello stile, ma sicuramente lacustre nello spirito. Insieme stanno provando a fare una cosa non banale: trasformare una suggestione condivisibile in un dispositivo di lavoro credibile.

Il cuore della proposta sta in un rovesciamento di prospettiva. Per troppo tempo il Lago Maggiore è stato guardato come ciò che divide una sponda dall’altra o, al massimo, come il magnifico sfondo di una località. Il Contratto di Lago propone invece di considerarlo per quello che potrebbe tornare a essere: una infrastruttura territoriale vera, una dorsale d’acqua capace di mettere in relazione comunità, servizi, economie, approdi, stazioni, eventi e occasioni di vita quotidiana. Non lago-cartolina, dunque, ma lago-funzione. Non panorama immobile, ma meccanismo di connessione. È questo il passaggio più forte del testo fondativo.

Il primo terreno su cui questa visione si misura è la mobilità. Ed è forse quello che più facilmente colpisce anche il lettore non specialista. Nel Contratto si parla di navigazione non più considerata solo come memoria, escursione o decorazione turistica, ma come parte di un sistema integrato con ferrovia, autobus, ciclabilità, parcheggi intermodali, servizi digitali e soluzioni di ultimo miglio. Compaiono parole come bigliettazione integrata, prenotazioni coordinate, nodi intermodali, Lake Pass, piattaforme informative comuni. Ma il senso vero sta tutto in una frase non scritta eppure chiarissima: se c’è l’acqua, usiamola meglio.

Accanto a questo, il progetto apre un capitolo particolarmente interessante sul piano economico e civile. Il Lago Maggiore non viene letto soltanto come asse turistico, ma anche come spazio produttivo e culturale nel quale tornano centrali il pesce di lago, le filiere corte, l’agricoltura di qualità, i mercati coperti, gli spazi pubblici del cibo, la relazione fra ristorazione, identità locale e socialità. È una linea di lavoro che ha qualcosa di molto concreto e anche di molto intelligente: non affidare il futuro del lago soltanto ai grandi numeri del turismo, ma ricostruire valore anche nei gesti quotidiani, nella tavola, nello scambio locale, nei luoghi che rendono visibile una economia territoriale vera.

Un altro aspetto che rende la proposta degna di attenzione è il tentativo di portare nel dibattito locale un lessico più contemporaneo, senza per questo perdere il contatto con la realtà. Si parla infatti di piattaforme dati di bacino, gestione predittiva dei flussi, pannelli informativi intelligenti, wayfinding digitale, canali coordinati di comunicazione, lettura dei picchi turistici, manutenzione e programmazione più efficienti. Tradotto dal linguaggio tecnico: evitare che il lago venga travolto nei giorni di punta e lasciato a sé stesso negli altri, imparando a governare meglio accessi, tempi, affollamenti e connessioni. Non è una fantasia da smart city in vacanza, ma una forma molto concreta di buon senso amministrativo applicato a un territorio complesso.

E poi c’è il tema della regia. Perché uno dei meriti maggiori del Contratto di Lago è quello di dire apertamente una verità che molti conoscono ma pochi formulano: senza una struttura minima di coordinamento, senza continuità tecnica, senza project management, senza un’agenda di relazioni e senza una sede di monitoraggio, i territori rischiano di produrre conferenze, annunci, fotografie e dichiarazioni volenterose, ma faticano terribilmente a produrre risultati. Per questo il testo insiste su cabina di regia, segreteria tecnica, progetti pilota, monitoraggio e fondo di avvio. In sostanza, prova a sostituire l’improvvisazione con una grammatica di lavoro.

Su tutto questo si innesta anche una cornice simbolica di peso. Il 2026 coincide con il bicentenario dell’avvio della navigazione moderna sul Lago Maggiore, nato tra il 1826 e il 1827 con le prime rotte a vapore che collegavano comunità allora separate da strade lente e difficili. Il richiamo a questa ricorrenza non serve qui a costruire una celebrazione nostalgica, ma a ricordare che il lago è già stato, storicamente, un grande strumento di unione. Il punto, semmai, è capire se due secoli dopo abbia ancora la forza di esserlo con linguaggi, mezzi e forme di governo adeguati al presente.

Ed è a questo punto che la proposta compie il salto più interessante sul piano pubblico e politico. Nella prima decade di maggio, nel pieno rispetto delle regole della par condicio, tutti i candidati sindaci di Baveno, Stresa, Luino e Laveno Mombello saranno invitati a partecipare a un confronto dedicato al Lago Maggiore. Non ci sarà un unico appuntamento indistinto, ma un confronto per ciascun Comune, organizzato su piattaforma online, con trasmissione in diretta e con possibilità di rivedere successivamente i contenuti sul canale YouTube dedicato. L’idea è semplice e molto pulita: offrire a tutti la stessa occasione di parola, nello stesso formato, con la stessa visibilità, e chiedere a ciascuno una risposta chiara sulla disponibilità, una volta eletto, a promuovere la sottoscrizione del Contratto di Lago.

La scelta dei Comuni non è casuale. Baveno e Stresa rappresentano due poli di grande peso nell’immagine internazionale e nell’economia dell’ospitalità del Verbano. Luino e Laveno Mombello sono nodi che possono avere un ruolo crescente nella riorganizzazione dei collegamenti, dei servizi, dell’accessibilità e della vita di lago. Se da questi quattro centri si aprisse un ragionamento non episodico, il Lago Maggiore potrebbe finalmente cominciare a parlarsi con una voce un po’ meno frammentata e con una ambizione un po’ più adulta.

Ed è forse proprio questo il punto politico più serio della vicenda. Il Contratto di Lago non domanda ai candidati una professione di fede, né una adesione sentimentale al paesaggio, di quelle che sul lago vengono bene quasi a tutti. Chiede qualcosa di più concreto e un po’ più impegnativo: disponibilità a riconoscere che certi problemi e certe opportunità non stanno dentro il perimetro del singolo municipio. In breve, chiede se chi si candida a governare un comune rivierasco intenda continuare a pensare solo al proprio tratto di lungolago oppure se abbia voglia di ragionare finalmente con scala di bacino.

Naturalmente si potrà discutere di priorità, di costi, di tempi, di pesi istituzionali, di soggetti da coinvolgere, di ruolo della navigazione, di relazioni con il mondo economico, di rapporto fra pubblico e privato, di strumenti più adatti e di eventuali correzioni. Ma almeno una cosa questa iniziativa l’ha già ottenuta: ha tolto il Lago Maggiore dalla categoria del commento affettuoso e lo ha rimesso in quella, molto più scomoda ma molto più utile, della responsabilità.

Che poi, detto senza troppi giri, era anche ora.

Perché il Verbano è uno di quei luoghi che in Italia rischiano sempre lo stesso destino: essere così belli da convincere tutti che possano cavarsela da soli. Di solito non funziona. E infatti poi arrivano il traffico, la discontinuità, le occasioni perse, gli approdi che non dialogano, gli eventi che si sovrappongono, i servizi che non si parlano, e tutti a domandarsi come mai un lago tanto importante faccia ancora così fatica a comportarsi da sistema.

Adesso almeno la domanda verrà posta davanti a una telecamera, con ordine, con regole uguali per tutti e senza il vecchio alibi del “poi ne parliamo”. Il che, per il Lago Maggiore, è già un piccolo passo avanti. Non risolve tutto, certo. Ma rispetto alla tradizione locale del convegno applaudito, del buffet discreto e dell’oblio rapido, è già quasi una rivoluzione lacustre.

Comunicato Stampa

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