Salute - 25 aprile 2026, 09:00

Perchè cerchiamo approvazione e guide esterne

I consigli di nutrigenomica di Simona Oberto

Perchè cerchiamo approvazione e guide esterne

Esiste una dissonanza profonda: viviamo con un cervello progettato per la sopravvivenza nella savana, ma intrappolato in una società che ci spinge a delegare la nostra integrità personale e il nostro potere decisionale per paura di non essere accettati. 

Come Life Coach vedo ogni giorno come la ricerca ossessiva del consenso esterno e la delega della propria guida a "guru" o leader del momento non siano solo scelte psicologiche, ma veri e propri ostacoli al nostro benessere biologico e alla nostra realizzazione. Siamo intrappolati in un paradosso moderno: sacrifichiamo la nostra autonomia decisionale sull'altare del consenso esterno, cercando guide che scelgono per noi pur di non affrontare il peso della responsabilità individuale. 

Cercare l'approvazione degli altri a ogni costo e delegare le proprie scelte sono due facce della stessa medaglia. Ma per comprendere meglio vi invito a fare un salto temporale che ci riporta nelle comunità primordiali del Paleolitico, periodo in cui la sopravvivenza fisica dipendeva totalmente dalla coesione sociale. Il consenso garantiva la protezione del branco contro i predatori, mentre la “guida” curava la direzione strategica per trovare cibo e rifugio. Essere accettati dal gruppo garantiva sopravvivenza, mentre l'esclusione significava morte certa. Ecco perché ancora oggi, pur essendo cambiato l'ambiente, il nostro cervello rettiliano continua a percepire un'opinione contraria o una scelta autonoma fuori dal gruppo o dal sistema sociale come un “pericolo estremo”, spingendoci a cercare rifugio nell'approvazione altrui e nella delega delle responsabilità. 

Oggi quel timore si manifesta come ansia sociale o paura del giudizio. Molti definiscono il proprio valore in base a come vengono visti dagli altri, anziché su una propria sicurezza interna. Dilaga una sorta di paura del conflitto, quindi cercare il consenso è una strategia per evitare tensioni o discussioni che potrebbero risultare emotivamente faticose da gestire. Negli ultimi decenni si è instaurata una nuova cultura: quella dei social, nella quale i like e il feedback immediato hanno abituato il cervello a ricevere micro dosi di dopamina legate al consenso esterno. Non ricevere approvazione o peggio essere criticati, viene percepito dal cervello come un segnale di pericolo. Ed è per questo che per molti l'idea di sbagliare o essere mal giudicati determina un “disastro emotivo”. 

Possiamo dire che il nostro hardware biologico è rimasto fermo all'età della pietra, mentre il software culturale è corso avanti, provocando una “discrepanza evolutiva” che gli esperti chiamano “mismatch evolutivo”. Il cervello non distingue tra il rischio di essere sbranati da un predatore (passato) e il rischio di ricevere un commento negativo su un social o sul posto di lavoro.  

Per l'amigdala l'esclusione sociale è ancora un segnale di morte imminente. Oggi gli stressogeni sono diventati astratti e cronici. Ieri lo stress era acuto, fisico e di breve durata. Oggi lo stress è psicologico e costante, legato al confronto sociale, alla performance lavorativa e alla ricerca dei like.  Il nostro benessere psicologico dipende ancora profondamente dalle reti di supporto. E’ come se il nostro sistema nervoso non abbia ancora ricevuto il promemoria che il mondo è cambiato. Capire che si tratta di un falso allarme biologico è il primo passo per ridimensionare il bisogno di approvazione costante. 

Per disattivare questo “falso allarme” dobbiamo agire sulla nostra biologia, attraverso la consapevolezza cognitiva e l'esposizione graduale alle situazioni che percepiamo come “pericolo”. Il cervello rettiliano reagisce prima della logica, quindi la soluzione non è eliminare la paura, ma andare a ricalibrare la risposta emotiva. 

Quando sentite un disagio emotivo per un mancato consenso, un invito negato o un giudizio che ritenente inappropriato, fermatevi e cercate di identificare la sensazione che provate. “Questo è il mio cervello che percepisce un pericolo fisico reale (predatore), ma in realtà io non sono nella savana e davanti a me non c'è un leone che mi vuole sbranare”. Distaccando l'emozione dalla realtà oggettiva si toglie il potere al segnale biologico. Inoltre, poiché il cervello impara dall'esperienza, bisogna dimostrargli che il dissenso non è pericoloso o letale. Come possiamo farlo? Attraverso piccole dosi di rifiuto, esprimendo ad esempio un'opinione contraria su cose che non condividete. Notando cosa succede dopo una critica ricevuta. Il mondo finisce? No. Bisogna stimolare una sorta di “desensibilizzazione cerebrale”: più ci esponiamo a situazioni in cui non abbiamo il consenso totale, più il nostro sistema nervoso abbassa la soglia di allerta, capendo che la nostra integrità fisica rimane intatta. Ma è fondamentale anche spostare il focus (più volte nei miei articoli ho sottolineato questo passaggio importante). 

Dobbiamo passare da un focus esterno (il mio valore dipende dagli altri) ha un focus interno (il mio valore dipende da quello che io sono, come persona). Se impariamo ad agire in linea con ciò che riteniamo giusto, il dissenso esterno diventa un rumore di fondo. Proviamo a chiederci se la persona da cui cerchiamo approvazione ha effettivamente potere sulla nostra vita. Potrà sembrarvi assurdo, ma spesso cerchiamo consenso proprio da chi non ha alcun impatto reale sul nostro benessere. 

noltre, è fondamentale sapere che cercare il consenso costante ha un costo biologico enorme: lo stress cronico. Mentire a sè stessi per compiacere gli altri mantiene alti i livelli di cortisolo. Paradossalmente essere esclusi da un gruppo che non ci somiglia riduce lo stress a lungo termine più di quanto non faccia il tentativo di restarne parte a ogni costo. In sintesi, dobbiamo diventare consapevoli che la ricerca di approvazione è un riflesso arcaico da gestire con la logica moderna, costruendo un'identità che non dipende dai like sociali per sentirsi al sicuro. A proposito di sicurezza, le persone sono sempre alla ricerca di un leader, di un capo, di una guida spirituale, di un maestro, di un “guru”. 

Questo fenomeno, che potremmo definire “delega della sovranità individuale”, affonda le radici in un mix di biologia, psicologia e bisogni sociali. Il problema è che preferiamo seguire il guru di turno piuttosto che accendere la nostra “luce interiore” e farci guidare da lei. La responsabilità ha un peso troppo eccessivo per la maggior parte delle persone. Erich Fromm, psicoanalista e filosofo umanista, ha descritto perfettamente come l'essere umano, pur desiderando la libertà, né sia terrorizzato. 

Essere “maestri” di sè stessi significa assumersi la piena responsabilità di ogni fallimento. Appoggiarsi a una guida esterna permette di scaricare la colpa e ridurre l'ansia da scelta. In questo quadro si inserisce anche il bisogno archetipo della figura paterna: sin dall'infanzia siamo programmati per cercare una figura di protezione che sappia tutto e ci guidi. Molte persone non completano mai il processo di “individuazione" (creare una propria personalità e diventarne consapevoli), ma proiettano sugli altri (leader politici, spirituali o influencer) il ruolo del “genitore onnisciente”. Questo crea un legame di dipendenza emotiva che impedisce la maturazione psicologica. 

La propria personalità necessita della costruzione di forti radici e di un solido piedistallo che ci sorregge soprattutto nei momenti di difficoltà. Ma costruire il proprio piedistallo richiede tempo, fatica e il coraggio di affrontare le proprie paure. La società moderna ci ha abituato a soluzioni rapide. 

Un falso “guru” offre una verità confezionata, pronta all'uso, invece il vero “maestro” offre un punto di vista oggettivo e critico e ci insegna che la priorità è la correttezza e non il consenso; ci sprona a ricercare e potenziare la nostra “guida interiore”, anche se parla attraverso intuizioni spesso difficili da decifrare che richiedono disciplina, impegno e forte volontà. Purtroppo sappiamo che dove c'è un diffuso bisogno spunta sempre un “predatore”. Molti leader carismatici utilizzano tecniche di manipolazione psicologica per sostituire la vostra identità con la loro. Lui vi dirà che siete speciali solo finché lo seguirete e lo sosterrete per poi allontanarvi e denigrarvi nel momento stesso in cui inizierete a dissentire o a farvi domande. 

Per molte persone la ricerca di un guru è il sintomo di una “pigrizia esistenziale”, alimentata dalla paura di esporsi, magari creando non approvazione o di assumersi le responsabilità. Queste paure si uniscono e creano una gabbia di sicurezza. Il consenso è il carburante emotivo: si cerca l'approvazione degli altri per sentirsi “giusti” e al sicuro nel gruppo, evitando il dolore dell'isolamento e la paura di affrontare il giudizio degli altri. Il “guru” è la struttura operativa: si cerca qualcuno che decida per noi per non dover affrontare il peso delle conseguenze e il dubbio di sbagliare. Insieme creano una dipendenza paralizzante. Molto spesso, chi cerca il consenso ha bisogno della folla per sentirsi accettato e chi cerca la guida ha bisogno del maestro per sentirsi capace. In entrambi i casi il centro di gravità della persona è fuori dal corpo. L'unione di questi bisogni trasforma l'individuo in un riflesso degli altri che lo priva della propria personalità. Insieme queste spinte ci portano a consegnare le chiavi della nostra vita a qualcun altro. 

È come se avessimo paura di guidare la nostra stessa macchina: cerchiamo un navigatore (la guida) e qualcuno che ci faccia i complimenti per come guidiamo (il consenso). Il risultato è che non impariamo mai a conoscere la strada da soli, crogiolandoci in false lusinghe. 

Come Life Coach voglio dirvi che costruire il proprio “piedistallo” non è un atto di egoismo, ma una necessità vitale per smettere di indossare gli abiti altrui e iniziare a brillare di luce propria. Per spezzare questo legame bisogna accettare che la solitudine e l'errore non sono pericoli mortali, ma importanti strumenti per costruire un'identità autentica e indipendente.

Redazione

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