Tra un mese e mezzo, massimo due, Varese perderà l’ennesimo negozio familiare, la valigeria che Luigi Bosoni, casbenatt che imparò il mestiere di artigiano a Milano, aprì agli inizi del ‘900 prima a Biumo inferiore quindi in Vicolo Canonichetta, e da 40 anni tondi è nella sede di via Rossini 8, gestita da Valeria Bosoni assieme al fratello Marco. Una decisione non facile, che Valeria Bosoni ha preso un po’ per aver raggiunto l’età pensionistica, un po’ perché il mondo del commercio e la città sono cambiati e i negozi “di una volta” sono purtroppo destinati a sparire.
«Mio nonno Luigi era un artigiano, valigiaio, e in Vicolo Canonichetta all’inizio teneva soltanto il laboratorio, poi aprì un piccolo negozio gestito dalla moglie e quindi dal loro figlio Cesare, mio padre, il quale incominciò a produrre anche altri articoli, come le cartelle, che forniva ai vigili urbani e agli impiegati del Credito Varesino. Erano valigette dapprima in pelle di foca poi, con i divieti, in vitello stampato foca. Tutto allora era “made in Varese”, qui c’erano diverse concerie e molte persone andavano a bottega dal nonno per imparare a tagliare le pelli. Facevano a volte il doppio lavoro, piccoli artigiani e infermieri», racconta Valeria Bosoni, che in negozio è assistita dalla nipote Emilia Pelitti.
«Il negozio era anche un centro di incontri, ci si trovava anche per chiacchierare. Mio padre faceva parte della Democrazia cristiana ed era nel direttivo dell’Associazione artigiani, i rapporti umani erano fondamentali, a differenza di oggi, dove ognuno pensa per sé. Papà era andato in guerra, l’attività nel frattempo la portavano avanti la moglie e due sorelle. Poi tornò, lasciò il negozio alle zie e tenne solo il laboratorio, lui fondamentalmente era artigiano come suo padre. Il negozio poi si trasferì in altri locali, sempre nel vicolo, allargandosi, con la gestione di mio padre e di mia sorella Ersilia, purtroppo scomparsa. Subentrammo io e mio fratello Marco, lui si occupava del laboratorio e io delle vendite».
Quarant’anni fa la decisione di trasferirsi nella sede attuale, perché i proprietari dei locali, dopo averli ristrutturati, li destinarono ad altre attività: «Qui c’erano la macelleria Crosta e una latteria. Unimmo i due negozi, Marco però si trasferì anche lui in via Rossini tenendo la valigeria e la vendita di bauli, mentre qui con il tempo differenziammo le merci. Arrivarono le borsette, gli ombrelli, i portafogli, i portachiavi, i borselli, le cinture e articoli regalo come portagioielli, porta orologi e gli accessori per il servizio manicure. Ora in Italia non ci sono più questi articoli regalo, le ditte che li producevano hanno chiuso tutte».
Valeria Bosoni ha sempre lottato per mantenere l’alta qualità dei suoi prodotti, non inseguendo mai la griffe ma cercando la sapienza artigianale.
«Un giorno è arrivato un cliente mostrandomi la sua cintura, acquistata da noi 40 anni fa e ancora in ordine. Un tempo c’erano solo due tipi di cinture da uomo, nera e marrone di cuoio, oggi ci sono in diversi colori e materiali. Adesso che chiudiamo, diversi clienti vengono ad acquistare qualcosa soltanto per portarsi via un ricordo del negozio. Oggi si ha fretta di avere l’articolo in giornata, se uno non lo trova subito in bottega non richiede di procurarlo come usava un tempo, lo cerca da altri e se non lo trova lo acquista online. Gestire un’attività familiare è pesante, lavoro da 50 anni - incominciai al liceo, mentre studiavo davo una mano a papà - e posso dire, avendo cresciuto quattro figli, di non aver mai passato un Natale in relax, arrivavo a casa distrutta la sera della vigilia. Per questo non ho voluto che i miei figli proseguissero l’attività».
Cambiano i tempi e cambia la clientela: «I giovani seguono la moda, i colori dei prodotti cambiano in continuazione, adesso il bianco va anche in inverno. I vegani non vogliono i prodotti in pelle, ma in generale la gente non riesce a distinguere la differenza tra una borsa in pelle e una in finta pelle, non capendo che la prima dura molto di più anche se il costo è maggiore. Da me venivano parecchi stranieri residenti da noi sui laghi, tornavano magari dopo anni perché ricordavano la qualità dei nostri articoli. Oggi non ci sono più i negozi specializzati, si vende di tutto e certi marchi durano uno o due anni e poi spariscono. Ho provato a tenere cappelli e guanti, ma capivo che non era il mio lavoro e dovevo lasciarlo fare agli specialisti del settore. Ho un’ampia scelta di prodotti e quando entra un cliente spiego in dettaglio le caratteristiche di ognuno. Se chiede un portafogli, gliene mostro fino a 30 diversi, oggi non si usa più farlo, alle commesse si insegna la gentilezza e a sorridere ma non le caratteristiche tecniche di ciò che vendono».
Valeria Bosoni, che si muove per la città in bicicletta, ripensa alla familiarità, all'umanità e anche alla spensieratezza che hanno accompagnato alla conclusione questa lunga storia d'amore con Varese: «Oggi è quasi sparita l’educazione, e questo è un problema generale non solo di Varese. Mi è capitato di sentirmi dire da clienti che un articolo “fa schifo” o “è davvero brutto”, e poi qui in centro capita di sentirmi insicura. In inverno a volte mi ritrovo "sola" in negozio dopo le 18, quando non c’è anima viva in giro. Una volta è entrata una donna alterata, mi ha aggredito e ha morsicato mio fratello, tanto che ha dovuto recarsi al pronto soccorso. Mantengo però i ricordi di quando lavorare era stimolante, perché tra negoziante e cliente si instaurava una complicità, che a volte diventava quasi amicizia».













